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Tre film al giorno, tre libri alla settimana, dei dischi di grande musica faranno la mia felicità fino alla mia morte.

Franēois Truffaut
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Tracce di coraggio digitale
a cura di Mario T. (del 19/12/2007 @ 10:17:53, in Contenuti Speciali, linkato 1068 volte)



Le possibilità offerte dal web per le produzioni indipendenti sono molteplici. Si tratta ancora di un pubblico di nicchia, specialmente in Italia, ma l’originalità e la creatività che difficilmente trovano spazio nel mercato “tradizionale” del cinema possono percorrere strade nuove. Se le questioni relative alla produzione non hanno mai costituito un ostacolo insormontabile per il cinema indipendente (anzi, talvolta hanno stimolato l’ingegno e la fantasia degli autori), il vero nodo da sciogliere è sempre stato quello della distribuzione: anche arrangiandosi con il super 8 o con le nuove tecnologie digitali, è difficile raggiungere il pubblico senza i mezzi adeguati. Internet consente di azzerare (o quasi) i costi di distribuzione e di ridurre i filtri fra autori e spettatori, aumentando considerevolmente le possibilità di “fare cinema” e portando alla luce film che, diversamente, non sarebbero mai nati. Molti di questi creerebbero non poco scompiglio nella mente di un critico cinematografico (o sedicente tale), così alternativi ai canoni estetici consolidati nel cinema “ufficiale” (e ci riferiamo anche al cinema indipendente “ufficiale”). Ma potremmo mai sottrarci alla sfida, proprio noi che scegliendo un blog come strumento di comunicazione rappresentiamo quanto di meno ufficiale e di più minoritario ci sia (almeno in Italia)?

Teosofia è un film coraggioso, non soltanto per il modo in cui è stato realizzato, ma anche per il tema scelto: i suoi autori, Michele Vaccari e Lucio Basadonne, oltre ad avventurarsi nella perigliosa impresa di un “mediometraggio” del tutto autarchico (prodotto, diretto e distribuito su www.teo-sofia.com in completa autonomia), hanno tentato di scomporre la semiotica delle relazioni del nuovo millennio (multimediali, interattive, tecnologiche e virtuali ma pur sempre, al fondo, umane) sfruttando da una parte il linguaggio delle webcam, dei videofonini, delle telecamere di sorveglianza (le immagini non sono “girate”, il direttore della fotografia è il Grande Fratello dal quale gli autori “rubano” indebitamente il materiale per il montaggio) e dall’altra parte raccontando la storia di un incontro tra due ragazzi che si conoscono su Internet. Il risultato lascia perplessi: Teosofia riesce davvero a rappresentare con vivacità il linguaggio identificativo di un certo mondo transreale, informe, fertile e vitale all’interno della rete, del quale ogni tanto arrivano alla società stralci rubati da YouTube che essa non ha idea di come spiegarsi o interpretare. Ma Teosofia si ferma appunto qui, alla rappresentazione, limitato dalla stessa superficialità delle relazioni a volte impalpabili a volte morbose a volte voyeuristiche dei suoi protagonisti, come se anche gli autori non conoscessero ancora la chiave estetica per destrutturare quel mondo. L’introspezione si arena sui modi e i costumi diretti e spudorati del sottobosco generazionale delle chatline (complice anche uno stile un po’ troppo sceneggiato per un film-flusso-di-immagini). L’indecifrabilità resiste ma la rappresentazione da sola riesce comunque a sconvolgere lo spettatore – spesso assuefatto dal circuito (o circo) mediatico ufficiale – sbattendogli in faccia l’incommensurabile distanza che separa la società reale, con i suoi mille rivoli di devianze e perversioni (qui menzionate nella loro accezione sociologica e non certo morale), dall’immagine artefatta che la società “ufficiale” ha di sé stessa. Se non il cinema indipendente, quasi clandestino, chi sennò?
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