
Con enorme e colpevole ritardo, ecco qualche parola sulla seconda edizione della Festa del Cinema di Roma [o RomaFilmFest o RomaCinemaFest o quant’altro]; ma sia ben chiaro: in questo post di cinema non si parla…
Occorre iniziare con una doverosa premessa: i vostri corrispondenti arrivano alla Festa in qualità di illustrissimi signor Nessuno. Niente accrediti, niente tessere e tesserini, niente amiconi che aumm aumm ti fanno passare o ti regalano biglietti. Solo un po’ di buona volontà e l’ingresso a qualche spettacolo prenotato online.
Questa palese imperizia ci porta a parcheggiare, il giorno dell’inaugurazione (e solo quello), nell’apposito autosilo dell’Auditorium, luogo comodissimo ma scandalosamente esoso – viene il dubbio che vengano da lì i fondi per il nuovo Partito dei popoli Democratici della libertà (?!).
L’uscita del suddetto parcheggio catapulta i vos. corrisp. in pieno red carpet e ciò, insieme alla evidente organizzazione in fieri dell’evento, ci consente di scorrazzare in posti teoricamente dall’accesso vietato.
Ad un primo sguardo, il villaggio del cinema sembra un bizzarro incrocio tra una sagra della porchetta e una edizione qualsiasi dello SMAU: gente che vaga senza meta, una miriade di stand pubblicitari – tra cui fa bella mostra quello dedicato alla AAMS [w il gioco d’azzardo che “arricchisce” il paese], catering all’aperto dagli odori più o meno nauseabondi, donnine ammiccanti che propongono qualsiasi tipo di volantinaggio o bibita promozionale – ovviamente accettate sfoggiando un sorriso ebete. Ben nascosto – i vos. corrisp., in uno dei momenti di stanca, lo hanno cercato per diversi minuti, imbattendosi una decina di volte in Gianni Minà che girava entusiasta per i suoi mille documentari su Cuba proposti – è presente lo store della Festa: una specie di squallido seminterrato in cui dubitiamo che qualcuno abbia speso anche solo un euro. Decisamente più visibile è il negozio di libri-DVD-musica-cartoleria che espone in bella mostra la bibliografia completa dello zio Walter. Qualche improbabile memorabilia ispirato ai disegni di Fellini – molto interessante la mostra dedicata, all’interno dell’Auditorium – e una vagonata di opere della Minimum Fax sono il fiore all’occhiello di quello che risulta essere l’unico semi-interessante “stand” presente nel villaggio – eccezion fatta per la esclusivissima lounge di RaiSat, un cubicolo illuminato con luci stroboscopiche e pieno di improbabili personaggi, cui naturalmente i vos. corrisp. erano lungi dall’avere accesso.
L’intorno del tappeto rosso è un delirio per la maggior parte delle giornate: gente di ogni età che si accalca, preme, pur di scattare una foto col suo videofonino. Che a passare siano Monica Bellucci o Carlo Mazzacurati – da ammirare mentre si ferma alla postazione di E! per essere intervistato da una abbagliante Hellen Hiddink brandendo fiero un sigaro fumante – il risultato è il medesimo.
Superata però la zona ad accesso libero e giunti in quella riservata ai ticket owner – che definizione chic – l’atmosfera cambia leggermente: ai videofonini si sostituiscono complesse reflex più o meno digitali dotate di ingombranti teleobiettivi e si inizia ad incontrare il “popolo della telecomunicazione”. Tralasciando una soddisfattissima intervistatrice, che pretendeva di conoscere le impressioni sulla Festa il giorno dell’inaugurazione, ogni operatore è in fermento e rigorosamente ghettizzato nel suo apposito spazio vitale, segnalato da un post-it con su il nome della trasmissione/rete. Tra una imprecazione e l’altra degli addetti, furiosi con l’organizzazione per la disposizione suicida dei fari sul red carpet, è così possibile accalcarsi dietro l’operatore che lavora per il programma di Marzullo (!) o incontrare l’effeminato e fastidiosissimo inviato de La vita in diretta, che spaesato si chiede dove sia Loredana Lecciso [e soprattutto capita di imbattersi in meravigliose corrispondenti di alcune tv asiatiche-americane con vestiti che non avrebbero sfigurato al galà per gli AVN Awards].
Il delirio del tappeto rosso è contagioso ed i vos. corrisp., non propriamente capaci di intendere e volere, si ritrovano pressati contro le transenne a guardare qualche figurante che passeggia fiero. Bastano però le urla delle pubescenti teenager presenti alla vista del brufoloso interprete di turno per farci tornare alla realtà, con successiva ed inevitabile fuga dal red carpet prima che le nostre anime siano irrimediabilmente compromesse.
Le strutture, concepite dall’onnipresente Renzo Piano, hanno un aspetto stupendo, ma una praticità praticamente nulla: i posti di ogni sala in cui ci siamo recati – tranne che per qualche fila – si sono rivelati adatti ad ospitare dei pigmei cinefili, piuttosto che persone dalle dimensioni “normali”. Risultato: gambe alla gola ed intorpidimenti garantiti.
Surreale poi, all’interno dell’Auditorium, la presenza di numerosi monaci birmani (vedi foto all’inizio dell’articolo) che popolavano parte degli edifici e vendevano, in un apposito stand a loro dedicato, dell’artigianato equosolidale.
Dei film e degli eventi si è già avuto modo di parlare, e si parlerà, ma è d’uopo dedicare qualche parola in questo reportage – degno della peggiore rivista giornalettistica – agli incontri con i registi (Coppola e Bertolucci) a cui i vos. corrisp. hanno presenziato.
Nel caso del regista italo-americano, abbiamo assistito ad una intervista a momenti insopportabile: l’endemica mancanza di un critico/interlocutore degno di nota ha fatto si che lo stesso Coppola – dopo essersi sentito porre domande improbabili e banali sulla sua filmografia oltre che un accorato appello a «girare una pellicola su un Papa» – abbia mostrato un certo fastidio nei confronti dei “relatori”, criticando la scelta di dedicare poco tempo alle (uniche) domande interessanti, quelle poste dal giovanissimo pubblico presente in sala.
Per quanto riguarda l’incontro con Bertolucci, l’organizzazione romana ha dato il peggio di sé, impedendo a numerosissimi spettatori (rigorosamente paganti) l’ingresso nella sala anche solo dopo pochi minuti dall’orario di inizio – posti non più disponibili perché occupati da fieri giornalisti rigorosamente non paganti. In un modo o nell’altro – meglio non sapere – i vos. corrisp. sono riusciti a raggiungere la sala, giusto in tempo per assistere alla immancabile domanda di un presenzialista di questi eventi: l’ominide in disperata ricerca di visibilità, che iniziava sempre le sue domande affermando orgoglioso di essere “un attore”. Per fortuna Bertolucci (al contrario di Coppola) parla italiano ed ha come spalla un esilarante Depardieu; questo ci salva dal solito presentatore.
Dopo una intensa settimana, il villaggio non aveva più segreti per i vos. corrisp. [in realtà il principale ostacolo si è rivelato trovare la prima sera i biglietti già prenotati. Siamo stati sapientemente depistati dal personale della Festa, arrivato addirittura a portarci fuori strada descrivendoci degli appositi stand sotterranei che si rivelavano essere inesistenti] e la manifestazione giungeva verso il termine.
Una manifestazione quanto mai veltronista (termine dal significato ambiguo ed affascinante), che cercando di unire tutto e il contrario di tutto finisce col risultare confusa e ancora troppo “acerba”.
Ma l’immagine della Festa, aperta a tutti e snob il meno possibile, è sempre affascinante: vedere ad una prima due aspiranti top model cadute da un numero di Vanity Fair affiancate da ragazzi in felpa e maglietta degli Iron Maiden, non ha prezzo.
I vostri corrispondenti da Roma, Emanuele P. e Mario T.
Si ringrazia per l’ispirazione il santo protettore degli inviati cialtroni,
David Foster Wallace
# Festa del Cinema 2007: Vincitori
# Recensioni:
- Rendition di Gavin Hood
- Before the Devil Knows You're Dead di Sidney Lumet
- Le Deuxième souffle (Second Wind) di Alain Corneau
- La giusta distanza di Carlo Mazzacurati
- Lions for Lambs di Robert Redford
- Juno di Jason Reitman
- Into the wild di Sean Penn
- Peur(s) du noir di AA.VV. - prossimamente