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Il cinema sostituisce il nostro sguardo con un mondo più in sintonia con i nostri desideri.

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Manoel de Oliveira e quel mistero chiamato vita
a cura di Emanuele P. (del 02/09/2011 @ 21:08:01, in Al Cinema, linkato 694 volte)

Singolarità di una ragazza bionda
(Singularidades de uma Rapariga Loira)
Manoel de Oliveira, 2009 (Portogallo, Spagna, Francia), 64'
uscita italiana: 2 settembre 2011
voto su C.C.

Durante un lungo viaggio in treno, Macario (Ricardo Trêpa) racconta alla sua sconosciuta vicina (Leonor Silveira) le numerose disavventure che lo hanno portato a scappare da Lisbona, prima d'impazzire. Come prevedibile, dietro la sua rovina c'è un'affascinante ragazza (Catarina Wallenstein) della quale il giovane ragioniere si è perdutamente innamorato dopo averla ammirata, per giorni, dalla finestra del suo ufficio. Ma come dice uno sconsolato Macario, dopo l'ennesimo rifiuto da parte di un negoziante, il commercio si tiene lontano da un contabile romantico. Così lo zio Francisco (Diogo Dória), suo datore di lavoro e decisamente contrario al matrimonio, costringe il nostro sventurato ad espatriare verso Capo Verde pur di mettere da parte una piccola fortuna, tale da poter cominciare una nuova vita con l'amata. Al suo ritorno, nuovi ostacoli saranno pronti ad apparire.

Essere il più vecchio cineasta in attività (centotre anni) ha interessanti vantaggi. Manoel de Oliveira li condensa tutti nel suo ultimo, brevissimo, lavoro: gli basta appena un'ora per narrare con disincanto la favola amorosa di Macario, la sua infatuazione per un ideale (una ragazza angelica ma misteriosa, perennemente munita di ventaglio orientale e ciuffo a coprirle un occhio) che in quanto tale deve restare irraggiungibile. Una volta conosciuta, Luisa sembra infatti mostrare alcune “eccentricità” pronte a demolire ogni sogno romantico.
La prospettiva del regista portoghese è riassunta in un breve estratto dal poema Il custode delle greggi (di Fernando Pessoa), recitato durante un grottesco ricevimento che sembra fotografare con straordinaria chiarezza l'anacronistica situazione della società portoghese nell'era della crisi economica globale. In questi versi del XXXII canto il narratore, rispondendo allo sconcerto di un uomo che non comprende come possano i ricchi non curarsi delle sofferenze del resto del popolo, fa notare che i fiumi ed i fiori continuano a scorrere e fiorire ignari di tutto, sin dall'albore dei tempi; conclude quindi augurandosi di non essere un “brav'uomo”, che vive una vita infelice perché consapevole dei patemi sofferti dal prossimo.
L'intero film è punteggiato con piccoli misteri: una torre campanaria con l'orologio al quale mancano le lancette, fiches che scompaiono una volta cadute dal tavolo di gioco, uno strano personaggio che cerca con foga il suo cappello smarrito su un ponte. Persino l'apparentemente innocuo raccontare di Macario, a bordo del treno, nasconde il suo enigma: i più attenti potranno scorgere attraverso il finestrino un surreale alternarsi di stagioni, dalla neve invernale ai campi fioriti. Tutti questi indizi servono forse a suggerirci qualcosa? L'intera storia, tratta da un racconto di Eça de Queiroz datato fine ottocento, pur essendo ambientata nel presente potrebbe tranquillamente aver luogo un secolo prima (o uno dopo per quanto ne sappiamo): questo perché è senza tempo il sogno romantico di cui Macario diviene, suo malgrado, frustrata vittima. De Oliveira rimuove i consueti e precisi riferimenti temporali, come quando mostra (con una certa frequenza durante lo sviluppo della storia) un meraviglioso scorcio di Lisbona catturato in orari e condizioni sempre diverse. Mette in chiaro che il suo curioso film è quasi un sogno (ne ha perlomeno molte caratteristiche), una parabola sulla vita e sull'amore idealizzato. Dunque ecco che risuonano nelle nostre orecchie le parole di Pessoa: beato chi riesce ad essere “egoista” come lo sono i fiumi ed i fiori, che hanno come unico fine al mondo quello di esistere, senza dover capire come farlo. Beato chi affronta quell'infinito mistero che è la vita senza porsi troppe domande.
Parola di un brillantissimo vecchietto.
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