Lynch e la sua Hollywood da incubo

Mulholland Drive (Mulholland Dr.) David Lynch, 2001 (Francia, USA), 145'
Dopo aver visto per la prima volta Mulholland Drive, ricordo che restai intontito per qualche secondo davanti ai titoli di coda. Mettevo a dura prova la mia poderosa mente cercando invano di trovare un filo logico a tutto ciò a cui avevo assistito – era uno dei primi film di Lynch che vedevo, e non mi ero ancora abituato al suo particolarissimo modo di far cinema. Cercai dunque in Rete incuriosito, e tra le varie recensioni che mi capitò di leggere ne trovai una quasi illuminante. Era a cura di tale Luca Liguori, su casterock.it, e proponeva una spiegazione quasi ragionevole al marasma di immagini e significati catapultati da Lynch nel suo film. Ve la ripropongo in poche parole. Dopo il fantastico balletto iniziale in pieno stile Happy Days che apre il film, vediamo la macchina da presa che si avvicina lentamente ad un cuscino, e finisce quasi con il poggiarsi sopra (come un viso che si avvicina al guanciale prima di dormire). Ciò a cui assistiamo da quel momento in poi è infatti un sogno – e non la realtà – frutto della mente di Diane Selwyn (la ottima Naomi Watts), che rielabora tutti i propri sogni, paure ed ossessioni attraverso il suo alter ego Betty Elms,“protagonista” del suo vaneggiamento onirico. Betty è un’aspirante attrice di belle speranze, che arriva ad Hollywood convinta di poter “sfondare” nel mondo del cinema. A farle visita nella casa che la zia le aveva lasciato a Los Angeles, vicino alla Mulholland Drive che da il titolo al film, arriva la fascinosa e misteriosa Rita (Laura Harrington), reduce da uno strano incidente automobilistico a causa del quale ha perso la memoria, che coinvolge Betty nelle indagini per comprendere quale sia la sua reale identità. Della storia entrano quindi a far parte tutta una serie di bizzarri personaggi, proiezioni di tutte le speranze e le paure di Diane, che danno vita a particolarissimi siparietti e situazioni. Solo quasi al termine del film la bella Naomi si sveglierà da questo suo sogno e la storia diverrà più chiara, palesando il significato di ogni stranezza della prima parte della narrazione. Diane, invaghitasi di una attrice con cui aveva avuto un breve relazione (la Rita del sogno), è stata abbandonata e cova viscerali desideri di vendetta. Ingaggia quindi un killer per ucciderla (lo stesso killer che aleggia nella prima parte piuttosto goffamente), e l’assassinio ha effettivamente luogo poco prima dell’inizio del “sogno”. La prova è nella chiave azzurra che Diane trova sul tavolo al suo risveglio, segnale convenuto dell’avvenuto omicidio della sua “ex”. Il sogno è insomma il frutto del profondo senso di colpa che Diane nutre per aver fatto uccidere la ragazza che amava, tramutata nella proiezione onirica in una indifesa donna – Rita – la cui amnesia è rivelatrice.
Riletta così la storia sembra ammantarsi di un ragionevolissimo significato, e quasi ogni pezzo pare andare al posto giusto. Comprensione della trama a parte, Lynch è come al solito a suo agio nel trattare il tema del sottile confine sogno-realtà. Movendosi in un ambito in cui è possibile trovare un mostro nel parcheggio di un autogrill (quella sequenza mi ha levato dieci anni di vita), assistere alle performance musicali e non in un enigmatico ed inquietante “Club Silencio”, sentir predette ogni genere di sventura da una storpia indovina, l’ottimo cineasta americano esprime il massimo della sua genialità visiva, confezionando un’opera stilisticamente quasi perfetta e particolarmente godibile. Tutti gli incubi di Diane hanno solide radici nella realtà hoollywoodiana, e Lynch ci propone anche una sua personale critica a quell’ambiente di cui tutto sommato non ha fatto mai parte. Il suicidio è l’unica via di fuga da tutto quel male, perchè pone fine sia ai sogni che alla realtà.
Capolavoro.
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