
Il Petroliere(There Will Be Blood)Paul Thomas Anderson, 2007 (Usa), 158’
uscita italiana: 15 febbraio 2008
voto su
C.C. 
Nei primi venti minuti di
There Will Be Blood non c’è spazio per le parole.
Un’epica colonna sonora sostiene meravigliose immagini dalla forza travolgente, che hanno echi, neanche tanto lontani, di
kubrickiana memoria. Prima nel buio pesto di una cava, quindi nell’abbagliante luminosità del deserto. C’è la genesi del capitalismo moderno, l’intuizione del valore di un “nuovo” oro: quello nero e viscido che viene dalle profondità della terra; per estrarlo ogni rischio è accettabile, i corpi degli uomini sono fusi con la terra e con il fango.
Solo quel genio naif che risponde al nome di Paul Thomas Anderson (Boogie Nights, Magnolia) poteva dare vita a questo spiazzante film: crudo, cruento, spettacolare, visivamente appagante ma al tempo stesso così distante dal resto del cinema a cui siamo tutti abituati. Una specie di albero della cuccagna per noi cinefili con la puzza sotto il naso.
Il cercatore d’argento Daniel Plainview (uno strepitoso Daniel Day Lewis) ha una geniale intuizione: capisce infatti che la terra può offrire qualcosa di più remunerativo di qualche pagliuzza incastonata in una pietra, qualcosa che con un po’ di intelligenza ed ambizione può far diventare presto ricchissimi. Siamo agli inizi del novecento, e quel qualcosa è il petrolio. Diviene quindi un oil man (o petroliere, quasi giustificando il titolo italiano) e, accompagnato dal figliastro di cui conosceremo solo le iniziali, HW (Dillon Freasier), gira i deserti americani in cerca di terreni da trivellare. Grazie alla soffiata di un giovane (Paul Dano, che interpreta anche il pastore d’anime Ely, alter ego di Plainview), il petroliere mette le mani su diversi appezzamenti strategici, con i quali diventa presto milionario. Ma la tragedia che coinvolge il figlio, diventato sordo in un incidente, oltre alla sua natura tremendamente misantropa – che prende sempre più il sopravvento – , condurranno il nostro uomo del petrolio ad una fine miserabile.
Lo stile di Anderson convince appieno: accompagnata dalla quasi costante colonna sonora di Jonny Greenwood, la narrazione procede vitale e ridondante, fondata sulla magistrale interpretazione di Day Lewis che condivide col regista americano, oltre al nome “triplo”, una grandissima dedizione ed innegabile talento.
Lo script, parzialmente tratto dal romanzo Oil! di Upton Sinclair, è reinventato dallo stesso Anderson, che si concede anche alcune provocazioni d’autore come l’utilizzo di un solo attore (l’ottimo Paul Dano) per interpretare il ruolo dei due fratelli Sunday – provocazione che complica un po’ l’approccio con la storia, contribuendo a rendere piuttosto confusi i primi minuti della pellicola.
Il personaggio di Day Lewis (che perde qualcosa con lo sbiadito doppiaggio italiano), addirittura più estremo del pastore combattente interpretato in Gangs of New York, è spaventoso ma estremamente carismatico, con la sua crescente follia che esplode nella grandguignolesca sequenza finale – ambientata nella pista da bowling che Plainview si è fatto costruire in casa – in cui assistiamo all'ultimo confronto con il machiavellico pastore Ely.
Da menzionare la fotografia di Robert Elswit, perfetta in condizioni estreme (luce assente o sin troppo presente) e l’accuratissimo contrappunto sonoro che caratterizza ogni scena – i rumori, le esplosioni, gli assordanti momenti di assoluto silenzio.
Un altro capolavoro (dopo
quello dei fratelli
Coen) che entra di diritto tra i migliori film degli ultimi anni – e non solo…
Visionario.