La testimonianza di Mungiu sull'aborto - Pianosequenza.net
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 Truffaut... di Emanuele P.
 
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Per me la violenza è un soggetto del tutto estetico. Dire che non ti piace la violenza al cinema è come dire che al cinema non ti piacciono le scene di ballo.

Quentin Tarantino
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La testimonianza di Mungiu sull'aborto
a cura di Mario T. (del 06/09/2007 @ 17:25:25, in Al Cinema, linkato 6092 volte)


4 mesi, 3 settimane e 2 giorni
(4 luni, 3 saptamini si 2 zile)
Cristian Mungiu, 2007 (Romania), 113’
uscita italiana: 24 agosto 2007
voto su C.C.

Ci sono testi – siano essi libri, film, musiche – che legano indissolubilmente politica ed estetica; è senz’altro il caso della Palma d’Oro di Cannes 2007, il secondo lungometraggio del rumeno Cristian Mungiu. Si tratta di un film talmente valido stilisticamente da permetterci di assumere un punto di vista critico esclusivamente cinematografico; a nostro avviso, però, faremmo un torto non tanto alle convinzioni e alle idee del regista (delle quali non vogliamo farci arbitrari portavoce) quanto all’importanza del tema che egli ha sapientemente, prorompetemente e artisticamente proposto. Per questo motivo preferiamo essere obiettivi rivelando la nostra parzialità e giocando a carte scoperte.

Nella Romania di Ceausescu una giovane studentessa del politecnico, Otilia (Anamaria Marinca) sta cercando di aiutare la sua amica Gabita (Laura Vasiliu) ad abortire clandestinamente, rischiando le severesissime pene previste dalla legislazione locale dell’epoca sovietica. Le due riescono ad ottenere un incontro quasi segreto in un albergo con un medico disposto ad aiutarle ad abortire, ma i rischi per una gravidanza al quarto mese (più tre settimane e due giorni...) sono molto alti. Non solo: il medico (Vlad Ivanov), invece di accettare un pagamento in denaro, decide di ricattare le ragazze costringendole di fatto a prostituirsi per lui. Nonostante la traumaticità dell’accaduto, Otilia e Gabita sono costrette a mantenere la calma per non commettere errori che possano comprometterle con le autorità. Ma in uno scenario dominato dalla dittatura di Ceausescu non sarà facile.

In un’atmosfera da romanzo kunderiano, dove il comunismo permea collateralmente tutte le cose ma non è mai al centro del racconto, Mungiu ci catapulta immediatamente al centro della storia, evitando qualunque tipo di spiegazione o caratterizzazione dei personaggi. Durante la prima mezz’ora lo spettatore segue curioso gli spostamenti di Otilia tentando di raccogliere indizi per ricostruire il contesto narrativo e le vicende della ragazza, che prima tratta freddamente il suo fidanzato chiedendogli dei soldi e promettendogli con riluttanza di essere alla cena del compleanno di sua madre quella sera, e poi va alla disperata ricerca di una stanza d’albergo dove sistemare Gabita e il medico con cui hanno preso accordi. Quando finalmente il quadro appare chiaro, la situazione inizia a precipitare; le vaghe speranze che il medico affronti un tale rischio anche in virtù di una qualche forma di umanità o etica sociale svaniscono non appena egli palesa i suoi propositi sessuali. Le tecniche rudimentali adoperate per un aborto clandestino sono poco rassicuranti, e perfino sbarazzarsi del feto è un problema da affrontare con la priorità di non incorrere nella polizia o in una qualche denuncia. Il crudo realismo della fotografia, per lo più priva di musiche d’accompagnamento, colpisce allo stomaco; la tensione sale a tal punto che, paradossalmente, la scena più drammatica è il lungo pianosequenza fisso su Otilia (corsa momentaneamente via dall’albergo) al tavolo imbandito per il compleanno della madre del suo fidanzato. In un clima festoso gli ospiti brindano e chiacchierano beatamente del più e del meno (una conversazione molto kunderiana, uno stralcio di vita “borghese” di comunisti poco rivoluzionari che preferiscono disobbedire al marxismo e andare in Chiesa o darsi da fare per favoritismi e clientele) mentre il volto di Otilia e quello degli spettatori è sempre più cupo al pensiero di cosa stia succedendo a Gabita nella stanza d’albergo.

Se da un lato 4 mesi, 3 settimane e 2 giorni è un ottimo affresco di vita vissuta sotto il regime sovietico, dall’altro è un film di grande attualità, specialmente in Italia, oltre che in Romania dove a 17 anni dalla legalizzazione dell’aborto la distorsione di questo strumento ed anche il suo traffico clandestino continuano ad imperversare. Mungiu ha spiegato a L’Espresso di non voler dare giudizi sulle scelte personali, ma di condannare le condizioni sociali e culturali che fanno dell’aborto uno dei principali strumenti contraccettivi della Romania. Per quanto ci riguarda, non possiamo non ravvisare nelle parole del regista ma soprattutto nelle sue immagini una ferma e durissima condanna della proibizione, della demonizzazione e dell’oscuramento dell’aborto (come dell’utilizzo di misure di contraccezione o di una completa e informata consapevolezza sessuale), azioni utili solo ad aggravare il fenomeno, a nasconderlo nel pericolo della clandestinità e a indebolire i diritti di donne già in difficoltà. In Italia il discorso antiabortista ritorna puntualmente e surrettiziamente quasi ogni anno, ma proprio a ridosso dei 30 anni dal referendum del ’78 che legalizzò l’aborto, la pressione pare essere decisamente aumentata. Tenendo fede alla parola data, il nostro consiglio non solo cinematografico ma esplicitamente politico è di guardare il bellissimo film di Mungiu: magari chi oggi continua a contestare la legge 194 non cambierà idea, ma che almeno sappia a cosa va incontro.

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