
Vivere e morire a Los Angeles
(To Live and Die in L.A.)
William Friedkin, 1985 (Usa), 116'
Sin dalle prime scene, dal primo impatto con la fotografia, con la musica, si comprende di essere al cospetto di uno dei migliori film d’azione della storia recente del Cinema.
Il titolo è sbrigativo, quasi banale: Vivere e morire a Los Angeles, così come la storia che non appare particolarmente originale.
Ma il montaggio serrato, le interpretazioni ispirate, una magistrale caratterizzazione dei personaggi (anche se marginali), un “cattivo” perfetto, contribuiscono a rendere il film diretto da Friedkin (Cruising) un paradigma per chiunque voglia girare Cinema d’Azione (con iniziali rigorosamente maiuscole).
Dopo la morte del “gemello” (collega anziano con cui condivideva da anni i compiti), l’agente FBI Richard Chance (William L. Petersen, divenuto celebre interpretando Grissom nel serial tv CSI) è risoluto nella decisione di vendicarlo.
Per farlo l’unica regola accettata è: “non esiste nessuna regola”, e l’agente Chance finisce rapidamente col dimenticare anche il suo ruolo “istituzionale” trascinando con sé l’ingessato nuovo "gemello" Vucovic (John Pankow).
Dall’altro lato della barricata c’è lo spietato falsario Rick Masters (Willem Dafoe, grandissimo), che aveva causato la morte del compagno ed amico di Chance.
Anche se divisi da propositi ben diversi, l’agente FBI e il pittore falsario si riveleranno due facce della medesima medaglia, entrambi disposti a qualsiasi azione (anche le più spregevoli) pur di ottenere ciò che bramano.
Nonostante il soggetto non sia di entusiasmante originalità, la pellicola di Friedkin riesce a innalzarsi a paradigma del genere in virtù di alcune notevoli peculiarità.
Il montaggio, curato da Scott Smith, è uno dei punti di forza del film, e contribuisce a conferire un ritmo inarrivabile all’azione, oltre a dar vita a sequenze memorabili (come quella che mostra le varie fasi nella lavorazione di una banconota falsa).
Al pari del montaggio, anche la fotografia (di Robby Müller) è particolarmente godibile e risente di tutte le magiche influenze degli eighties. Los Angeles è esaltata in quanto perfetto “palcoscenico naturale” per una recita frenetica, intensa, coinvolgente.
A nobilitare la pellicola c'è anche l'ottimo cast, con le magistrali interpretazioni di un Petersen in stato di grazia (sarebbe poi stato protagonista del grandioso Manhunter l’anno successivo) e di un perfetto Dafoe nei panni del cattivissimo che gli calzano a pennello.
Non mancano poi spettacolari sequenze con immancabili inseguimenti in auto, scontri frontali, sparatorie, e tutti gli orpelli che fanno parte del repertorio standard del cinema d'azione.
Ogni personaggio, nonostante che il genere non lo richieda esplicitamente, è sapientemente tratteggiato, dall’agente Chance (e il suo essere in perenne bilico tra legalità ed illegalità) sino a giungere alle poche (ma fondamentali) figure femminili che sembrerebbero essere solo “di contorno”.
To Live and Die in L.A. è un film violento, pessimista, che lascia lo spettatore inchiodato alla poltrona.
Non c’è spazio per finali “a tarallucci e vino”, o cortesie di ogni sorta: a Los Angeles si (soprav)vive o si muore.
Niente di più semplice.
Paradigma da riscoprire.