Il cigno nero: vivere (e morire) per l'arte - Pianosequenza.net
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 Petri... di Emanuele P.
 
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Il mio primo film era così brutto, che in sette stati americani aveva sostituito la pena di morte.

Woody Allen
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Il cigno nero: vivere (e morire) per l'arte
a cura di Emanuele P. (del 23/02/2011 @ 18:14:34, in Al Cinema, linkato 1033 volte)

Il cigno nero
(Black Swan)
Darren Aronofsky, 2010 (U.S.A.), 110'
uscita italiana: 18 febbraio 2011
voto su C.C.

Nina (Natalie Portman) è una giovane ballerina di danza classica intrappolata tra enormi insicurezze che anche la soffocante madre-matrona (Barbara Hershey) sembra contribuire a rendere insostenibili. La sua vita è ossessionata dalla ricerca della perfezione: nessun’altra cosa ha importanza. Finalmente, per l’ennesima messa in scena de Il Lago dei Cigni, il coreografo della sua compagnia (Vincent Cassel) sceglie di affidarle il complesso ruolo da protagonista, che la costringerà a confrontarsi con la sua insospettabile parte “oscura”.

Un buon metro di giudizio per valutare le capacità di un auteur è vederlo alle prese con una location banalissima: l’interno di un club-discoteca. Questo genere di ambientazione miete ogni anno numerose vittime tra registi e direttori della fotografia, ma ha anche esaltato i migliori cineasti degli ultimi decenni. Da oggi, insieme a Carlito’s Way, The 25th Hour e Abre los ojos (solo per citare i primi film che tornano alla mente) può figurare in questa bizzarra elite cinematografica anche Black Swan, grazie al breve estratto psichedelico ambientato in un locale newyorkese che fa da intermezzo tra realtà e paranoia, nella serata in cui Nina cede coscientemente, per la prima volta, alle lusinghe del suo personalissimo Cigno Nero – nelle sembianze della disinibita Lily (Mila Kunis).
Di fronte al Cinema di Darren Aronovsky è difficile restare indifferenti. Come accade con ogni autore caratterizzato da stile deciso ed allergia ai compromessi, le sue opere sono spesso da amare oppure odiare, senza mezzi termini. Dopo aver riportato in auge ciò che restava di Mickey Rourke nel godibile The Wrestler, il regista americano mette in scena un’altra esistenza sacrificata sull’altare dell’arte: nella fragilissima Nina troviamo infatti la stessa dedizione al limite del masochismo sfoggiata dal combattente biondo, con ferite e cicatrici (fisiche, mentali) pronte a dimostrare come tra un palcoscenico prestigioso e una palestra di infimo ordine non ci sia differenza quando si è disposti a tutto pur di soddisfare il proprio ideale di perfezione.
Aronovsky sin dalla primissima scena sceglie di mutuare il suo punto di vista da quello della protagonista, Nina, e sfrutta la parziale ambiguità di alcuni personaggi (la madre, Lily) per costruirne delle proiezioni che agiscono e si comportano assecondando le idiosincrasie della giovane ballerina; questa narrazione in "prima persona" è parzialmente dissimulata durante tutto il film, divenendo complice di ognuno degli inganni nel quale inciampa l'ignaro spettatore, fino al coupe de theatre finale.
La eccezionale interpretazione di Natalie Portman riesce a sostenere perfettamente questa pesante architettura, che richiede inattese capacità da etoile oltre a una grande espressività, e ci accompagna in un delirante climax che culmina con l’esplosione della psicosi sino a quel momento solo suggerita. Con ritmo ipnotico, Aronofsky sfrutta ogni occasione per destabilizzare, per incrinare quell’equilibrio considerato sacro da molti suoi colleghi; il confine tra “realtà” ed “immaginazione” è sempre sfumato, quasi invisibile: dipende da un grado di sensibilità e coinvolgimento prettamente soggettivi. Le melodie di Čajkovskij, supportate dalle musiche originali del fedelissimo Clint Mansell, punteggiano egregiamente la narrazione, contribuendo in modo decisivo alla riuscita della messa in scena – merita di essere menzionato anche il direttore della fotografia, Matthew Libatique, straordinario nella succitata sequenza del locale.
Con stile naïf, lontano dai canoni del filone mainstream, Aronofsky fa irruzione nel mondo ingessato del balletto classico, rivoluzionandone ideali ed apparenze, ma solo per giungere alla consueta “lectio”: per amore dell’arte si deve essere disposti a tutto, persino a morire. Probabilmente si tratta dello stesso imperativo che anima anche il suo prezioso modo di fare Cinema.
Da vedere. E rivedere.
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