Enter the Void: il viaggio nell'aldilà di Gaspar Noé - Pianosequenza.net
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 Altman... di Emanuele P.
 
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Tre film al giorno, tre libri alla settimana, dei dischi di grande musica faranno la mia felicità fino alla mia morte.

François Truffaut
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Enter the Void: il viaggio nell'aldilà di Gaspar Noé
a cura di Emanuele P. (del 15/12/2011 @ 19:13:14, in Al Cinema, linkato 447 volte)

Enter the Void
(Enter the Void)
Gaspar Noé, 2009 (Canada, Francia, Germania, Italia), 154'
uscita italiana: 9 dicembre 2011
voto su C.C.

Oscar (Nathaniel Brown), in fuga da un passato spiacevole, sopravvive a Tokyo spacciando stupefacenti. È persino riuscito a mettere da parte abbastanza da acquistare un biglietto per il Giappone anche per l'adorata sorella Linda (Paz de la Huerta), alla quale è legato da un rapporto profondissimo e piuttosto ambiguo. Durante una retata della polizia il giovane dovrà però confrontarsi con la principale incognita del mestiere: una pallottola in pieno petto.

Prendete l'adorabile Lost in Translation e guardatelo, in loop, persi tra i fumi dell'alcol e provvisti di acidi d'ogni genere. Dopo qualche giorno forse sarete pronti per l'ultima opera di Gaspar Noé (reso già famigerato da Irreversible): un trip, una peculiare indagine su ciò che c'è dopo la morte, arricchita da luci stroboscopiche, arditi movimenti di camera e qualsiasi orpello narrativo in grado di far storcere il naso al bacchettone di turno.
Il cineasta argentino ci rivela sin dai primi minuti della pellicola quello che sarà il menù per i successivi centocinquanta: si tratta dell'approssimativa sinossi che l'arruffato Alex (unico personaggio lontanamente “normale” dell'intero film, interpretato da Cyril Roy) propone ad Oscar circa il contenuto del Libro Tibetano dei Morti. Infatti, dopo la lunga introduzione nella quale la camera mutua fedelmente il punto di vista del protagonista, possiamo assistere alla sua morte ed all'inizio di un interminabile viaggio che rispetta con rigore sorprendente ognuna delle tappe descritte nel Libro. Lo “spirito” di Oscar vaga su una Tokyo perennemente notturna, fluttua tra sottilissime pareti abbagliata dagli immancabili neon che dominano lo skyline, spia tutte le reazioni alla sua tragica dipartita, con il distacco e l'assenza di empatia che solo uno stato di completa separazione dalla vita possono giustificare. Questa è la ragione per cui la crudezza di numerose sequenze diventa artisticamente “accettabile”: non si tratta di semplici provocazioni (o almeno così vogliamo credere), piuttosto di un modo estremamente diretto per rendere evidente il distacco dal mondo terreno che succede alla morte e dipingere così con brusche pennellate un limbo in cui le emozioni ed i sentimenti non esistono, un punto d'osservazione asettico, quasi “clinico”, dal quale si assiste senza alcun coinvolgimento alle vicissitudini degli altri, i superstiti.
Come prescritto dal Libro, Oscar può quindi rivivere tutta la sua vita (e noi con lui), segnata dall'incidente d'auto nel quale morirono i genitori. Questo ricordo, che irrompe provocando inevitabilmente un sobbalzo, è l'unico in grado di risvegliare dal torpore metafisico che caratterizza tutta la narrazione: pur facendo di nuovo capolino sin troppo spesso durante il resto del film, mantiene buona parte del suo impatto proprio perché si tratta del solo momento in cui il protagonista (o ciò che ne resta) sembra provare un reale coinvolgimento per quello a cui assiste. Nonostante tutto, l'amore divenuto quasi patologico che lega Oscar alla sorella gli rende impossibile allontanarsi definitivamente dalla vita, ed ecco che l'ultima parte del viaggio può avere inizio: un bad trip, interminabile incubo funestato da tutte le più terribili paure del ragazzo, al termine del quale potrà finalmente tornare, reincarnandosi, al fianco di Linda.

Lasciando da parte gli innumerevoli indizi di complessi e forzature sparsi nella trama, sicuramente tali da incuriosire parecchio Freud, non si può fare a meno di ammirare l'intento di Noé e cercare di comprendere quell'imperativo che lo spinge a sfruttare il suo medium in un modo inconsueto, mai banale – ciò è evidente sin dai titoli di testa, che meritano di essere visti anche da chi poi abbandonerà la sala, maledicendo il regista. Questa ricerca in diverse occasioni tradisce l'autore, così come altri rappresentanti tra i più apprezzati registi “d'avanguardia” (von Trier, Aronofsky), perché li stimola a cercare la provocazione ad ogni costo, quasi sentissero il dovere di tener fede al motto
épater le bourgeois tanto caro a Baudelaire. Si tratta di un costo che però un cinefilo deve essere disposto a pagare, pur di trovarsi di fronte ad un'opera che tenti di comunicare qualcosa, ed in un modo insolito.
Noé, che dice di avere in Kubrick il suo punto di riferimento, è stato omaggiato di illustri paragoni con il Maestro per la sequenza finale di questo
Enter the Void (si parla addirittura di 2001); guardandoci bene dal bestemmiare, suggeriamo invece di trovare proprio in una risposta di Kubrick un ottimo scudo per la pioggia di critiche ricevute: “in ogni mio film c'è una quantità di verità sicuramente sufficiente a scandalizzare qualcuno”.
Esperienza.
 
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