
Pranzo di ferragosto
(Pranzo di ferragosto)
Gianni Di Gregorio, 2008 (Italia), 75’
Nella Roma desolata di ferragosto, un uomo di mezza età (Gianni Di Gregorio) gira tra i soliti venditori di fiducia: un bianchetto in osteria, verdure comprate dal cordiale ortolano, un ventilatore ancora funzionante raccattato dalla pattumiera che trabocca. Compra tutto “a credito” e poi si dirige nel suo appartamento, dalla madre, nobildonna decaduta (Valeria de Franciscis), che accudisce con affetto; ad aspettarlo una visita spiacevole: il padrone di casa, che pretende soldi arretrati, fino a barattarli con una soluzione quantomeno bizzarra. Lascia a casa del buon Gianni sua madre (con annessa zia non propriamente lucida) per poter trascorrere una giornata alle terme, con una bionda mica male. L’appartamento diventa ospizio di lusso, quando li raggiunge anche un’altra anziana signora, la madre del medico di famiglia, anch’egli troppo impegnato in quei giorni; in quest’atmosfera surreale, l’improvvisato badante dovrà fare i conti con i capricci e le idiosincrasie di una variegata (e canuta) umanità.
Prodotto da
Matteo Garrone, il primo film da regista di Gianni Di Gregorio (già aiuto e sceneggiatore di varie opere del suo
mecenate, vedi
Gomorra) è brillante e vitale. La durata e le poche ambientazioni lo rendono quasi una piece teatrale –
Accorsi la esporterà in Francia e forse anche da noi – e dopo l’ora scarsa di proiezione spiace che la pantomima sia già finita. Il gruppo di anziane e naturalissime attrici non professioniste (
Marina Cacciotti,
Maria Calì,
Grazia Cesarini Sforza) contribuisce a conferire una inaspettata vis comica alla storia, così come Di Gregorio, irresistibile nel suo essere una caricatura non troppo generosa dell’italiano precario e un po'
mammone (ma col cuore d’oro e l’attenzione al portafogli).
L’ambientazione agostana è perfetto paradigma del contrasto con la vita frenetica dei nostri giorni, cui si contrappone la flemma che Gianni ostenta in ogni situazione, anche la più assurda. Non si scompone, si limita solo a bere – di continuo – e cucinare delizie caserecce senza badare a spese (tanto pagano le vecchiette).
Non mancano spunti di riflessione in questa commedia coraggiosamente contro-botteghino, ma a tratti irresistibile e sicuramente riuscita. Il pubblico che si ritrova a vederla (dall’ammiratore dei vacanzieri itineranti De Sica e/o Boldi allo specialista in cinema d’essay), finisce con l’esserne conquistato, completamente.
E si trova a pensare:
peccato finisca così presto.