(Le Deuxième souffle)
Alain Corneau, 2007 (Belgio), 155’
L’inaugurazione di un festival cinematografico è un momento particolarmente delicato. Organizzare eventi di questa portata non è cosa da poco, e se gli occhi degli astanti rimangono tutti puntati sulla passerella di attori, attrici (soprattutto) e personalità assortite, lo sguardo di noi (sedicenti) critici tende a cadere sempre su ciò che non va; ci impegniamo nella ricerca e nella sottolineatura di ogni difetto, dall’incommensurabile incompetenza della biglietteria (fidatevi sulla parola, la spiegazione sarebbe troppo lunga perché troppo lungo è stato il percorso a ostacoli, costellato di rebus e indovinelli, per riuscire a ottenere le prenotazioni effettuate su internet) all’irrazionale disposizione delle luci che ha mandato fuori dai gangheri tutti i cineoperatori costretti a smontare i cavalletti e prodigarsi in improvvide manovre a spalla pur di avere un’inquadratura decente, salvata dal controluce. Per tutti questi motivi risulta fondamentale la scelta del lungometraggio inaugurale: di fronte ad un buon film, saremmo certamente ben disposti a soprassedere sulla scomodità dei posti-da-torcicollo in galleria della Sala Sinopoli, smettendo di domandarci come Goffreddo Bettini (il “massiccio” senatore veltroniano inventore del RomaFilmFest) riesca a sedersi su delle poltroncine tanto minute (se non sapessimo che l’Auditorium è opera di Renzo Piano, ne daremmo per scontata la paternità ad un architetto pigmeo). Di fronte ad un buon film, va da sé che saremmo dell’umore giusto per dimenticarci di tutti questi futili dettagli; ma avrete capito da voi che, se siamo stati finora ad elencarli uno per uno, la pellicola scelta per aprire la seconda edizione della Festa del Cinema di Roma è tutto meno che un buon film.
Second Wind è il remake di uno storico noir di Melville, ambientato nella Parigi degli anni sessanta: la versione di Corneau non si discosta quasi per nulla dall’originale, raccontando la storia di Gu (Daniel Auteil), uno spietato gangster francese con un fortissimo senso dell’etica criminale, che fuggito dal carcere progetta di saldare i conti in sospeso e di fuggire con la sua amata Manouche (Monica Bellucci). Di più sulla trama non vale la pena spendere, se non altro perché lo svolgimento del plot potrebbe essere l’unico salvagente per tenervi svegli durante le due interminabili e passa ore di proiezione. La regia è davvero scialba, priva di ritmo, assolutamente piatta; la fotografia si fossilizza su alcune riprese di taglio (alla Batman e Robin in tutina nel covo di Mr. Freeze, per intenderci) e su una dominante gialla piuttosto snervante a lungo andare; le musiche non lasciano il segno. Nota davvero dolente, poi, è l’interpretazione di Daniel Auteil: più di un feroce criminale degli anni sessanta, sembra riprodurre le fattezze dell’ispettore Clouseau. Quella del bravissimo attore francese è un’insolita debacle; è invece solita e abituale la debacle della Bellucci, sforzata e inespressiva sullo schermo, come sempre.
Applausi scroscianti a fine proiezione, eccezion fatta per i vostri inviati e pochi altri; anche la giuria popolare de “gli amanti del cinema da tutta Europa” (veltronismo doc…) non si è risparmiata. Dubitiamo che a Venezia sarebbero stati così indulgenti, tuttavia la festa di Roma nasce con presupposti differenti, quelli di una festa popolare, appunto, e non di un festival. Sta di fatto, però, che a giudicare dal film di apertura (un film in concorso, per giunta), il
RomaFilmFest ci sembra ancora un ibrido fra il sacro e il profano, per ora incapace di contaminare cinema alto e grande pubblico, di esprimere un’identità propria. Staremo a vedere nei prossimo giorni.