Abre Los Ojos vs Vanilla Sky - Pianosequenza.net
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 Leone... di Mario T.
 
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Io sono, diciamo, come un pittore che dipinge fiori. Č la maniera di trattare le cose che mi interessa. Ma, d'altra parte, se fossi un pittore, direi: "Io posso dipingere solo ciò che contiene un messaggio".

Alfred Hitchcock
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Abre Los Ojos vs Vanilla Sky
a cura di Emanuele P. (del 24/03/2008 @ 09:00:54, in Sentieri Selvaggi, linkato 4343 volte)

Apri gli occhi
(Abre los ojos)
Alejandro Amenábar, 1997 (Francia, Spagna), 117'

Vanilla Sky
(Vanilla Sky)
Cameron Crowe, 2001 (Usa), 120'

Premessa: il testo contiene spoiler più o meno gratuiti riguardo passaggi chiave della vicenda. Č consigliato a chi non avesse ancora visto i film di interrompere la lettura, provvedendo prima a colmare la lacuna – e preferendo rigorosamente l’originale spagnolo.
 
Quando Tom Cruise vide per la prima volta il film spagnolo Abre Los Ojos, di Alejandro Amenábar, rimase folgorato. In parte da una giovane attrice (Penelope Cruz), che avrebbe avuto modo di conoscere biblicamente in seguito, proprio durante le riprese del “suo” remake; ma soprattutto fu travolto dalla bellezza e dalla originalità del soggetto, magistralmente scritto – con la collaborazione di Mateo Gil – e diretto da un promettentissimo regista spagnolo, divenuto poi celebre anche in America grazie al suo successivo capolavoro, Mar adentro (Mare Dentro).
Reclutando una truppa di conniventi “professionisti” del cinema americano, Cruise decise di girare un remake di quel film, a pochi anni (1997-2001) dall’uscita della pellicola in Spagna. Fu scelto come regista il manipolabile Cameron Crowe e si optò per un cast di “nomi” da proporre in pasto al botteghino – Cameron Diaz, Kurt Russell, oltre allo stesso Cruise e alla rediviva Penelope Cruz, a cui fu affidato lo stesso ruolo interpretato nell’originale.
Il risultato, come accade per la maggior parte dei remake copia-incolla, è un film sbiadito, poco incisivo, che fatica enormemente a reggere il paragone con il “genitore” spagnolo, causa soprattutto interpretazioni al limite della decenza e una inguaribile tendenza all’americanismo, nell’accezione più negativa del termine.
 
La storia.
Un rampollo di ottima famiglia (Eduardo Noriega/Tom Cruise), ricco, piacente e sicuro di sé rimane sfigurato in seguito all’incidente d’auto causato da una fidanzata respinta e gelosa (Najwa Nimri/Cameron Diaz). Il giovane aveva infatti conosciuto il giorno prima una ingenua e bellissima ragazza (Penelope Cruz in entrambe le versioni), di cui si era probabilmente innamorato, tanto da essere disposto a strapparla all’amico del cuore (Fele Martínez/Jason Lee).
Depresso dal suo terribile aspetto – è costretto dai medici ad indossare una “maschera neutra”, stile Fantasma dell’Opera, per celare il viso deforme – oltre che dal radicale cambiamento di tutti i suoi rapporti sociali, il ragazzo decide di suicidarsi, premurandosi però di firmare prima il contratto con una fantomatica società di criogenizzazione. Il suo obbiettivo è farsi congelare, restando in questo stato sospeso fintanto che la medicina non abbia sviluppato tecniche adeguate per curarlo, permettendogli la vita normale che gli era stata tolta. Ma questo fantascientifico processo prevede la possibilità che il suo “sogno” – in cui il subconscio resterà immerso durante i lustri di congelamento – divenga un tremendo incubo, una vita senza felicità e con mille dolori. Una vita in cui è capace di uccidere la donna che (forse?) ha amato. E per fortuna c’è sempre un supporto tecnologico cui rivolgersi per ritornare alla realtà, qualunque essa sia diventata.
 
Questione di stile.
Proposta così, in ordine più o meno cronologico e da spettatore “onnisciente”, la trama potrebbe sembrare – citando il ragionier Fantozzi – una boiata pazzesca.
La vera forza di Amenábar è riuscire a costruire con grandissima attenzione la struttura portante del film, fatta di continui passaggi dal sogno alla realtà, in modo da mantenere sempre plausibile ogni scena senza quindi anticipare lo spiazzante coupe de théâtre finale.
In alcune sequenze il regista spagnolo mette in evidenza il suo grandissimo talento visivo, con colori accecanti e sapienti movimenti di camera. Vero emblema è quella ambientata in un locale, in cui Noriega, indossando al contrario la maschera, sembra essere un mitologico mostro bifronte che avanza incerto nell’ipnotico turbinio di luci e musica – sequenza che deve essere stata un incubo per l’ottimo direttore della fotografia, Hans Burman.
Crowe sceglie invece la strada dell’americanata, proponendo piccoli ma significativi cambiamenti anche alla stessa trama. Cambia il settore d’impiego del rampollo in uno che sia più modaiolo – da ristoratore a direttore di rivista patinata –, inserisce qualche interessante particolare per rinforzare alcuni momenti della narrazione – il neo della Cruz – e in generale tenta in tutti i modi di calare una pesante patina hollywoodiana sulla storia di Amenábar e Gil.
La missione sembra essere quella di riproporre il più pedissequamente possibile le sequenze dell’originale, cambiandone “semplicemente” interpreti e location, oltre alla mano del regista. Ed il problema è proprio questo: sono quegli interpreti, quelle location, quella fotografia e più in generale la cifra stilistica di Amenábar e soci a fare la differenza tra mediocre blockbuster e capolavoro di genere. Crowe si affida ad un cast ai limiti della decenza (date un film a Cruise e alla Diaz e lo vedrete presto rovinato) e riscrive in parte lo script eliminando sequenze davvero significative, come quella del primo incontro dopo l’incidente tra il ragazzo e la sua amata – nell’originale non è una spocchiosa ballerina ma un’artista di strada, un mimo per la precisione –, che il regista spagnolo aveva genialmente proposto sotto una torrenziale pioggia, che lentamente scioglie il trucco della Cruz mentre questa fatica a riconoscere il viso deforme del giovane, incontrato ormai tanto tempo prima.
L’unico, vero, piano su cui il film americano è migliore rispetto a quello spagnolo è la scelta della soundtrack. Forse anche grazie ad un budget decisamente superiore, che permetteva di pagare royalties salatissime di canzoni come Vanilla Sky firmata da Paul McCartney, la pellicola di Crowe è continuamente punteggiata da bellissime melodie, selezionate con ottimo gusto e sempre puntuali nella narrazione. La colonna sonora di Abre Los Ojos (composta dal tuttofare Amenábar insieme a Mariano Marín) è comunque tutt’altro che sgradevole, ma molto meno parte fondante del film. A dominare sono le immagini e le ispiratissime interpretazioni.
 
Si tratta insomma di un KO netto, un trionfo su tutta (o quasi) la linea per la pellicola spagnola, vera perla troppo spesso dimenticata. C’è tanto, ottimo, cinema europeo che viene spesso oscurato da mediocri produzioni americane. Cruise in parte contribuisce allo scempio, ma allo stesso tempo fa utilissima propaganda ad un film che altrimenti sarebbe facilmente scivolato nell'oblio.
 
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