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 Fellini ....... di Emanuele P.
 
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Il western è un pretesto per raccontare i miei fantasmi ed il sentimento dell'amicizia che per me è molto importante. Posso così descrivere le mie sensazioni personali, simboliche e soprattutto fare riflettere.

Sergio Leone
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\\ Ingresso : Storico : Professione Reporter (inverti l'ordine)
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
a cura di Emanuele P. (del 10/06/2011 @ 11:51:04, in Professione Reporter, linkato 1151 volte)

In un cineclub di Bologna hanno proiettato per una settimana il film di Malick, L'albero della vita, a tempi invertiti. Nessuno se n'è accorto. Anzi, l'epopea trascendente del regista è stata digerita con tanto di applausi finali, a conferma di quanto il pregiudizio sia trasversale. Da quello antico e fastidioso nella percezione dell'altro a questo, più recente e ridicolo, nei confronti dell'arte. Della serie: non ci ho capito una mazza, però è stato bello.

Maurizio Baruffaldi, Metro del 9/6/11

 
a cura di Emanuele P. (del 03/08/2007 @ 11:07:55, in Professione Reporter, linkato 1867 volte)

Mi affretto a specificare che si tratta di un articolo, firmato a nome "redazione" (che bello nascondersi nella massa quando si dicono stronzate), apparso online qualche giorno fa su Il Giornale, e probabilmente pubblicato anche nella versione cartacea - francamente lo ignoro, mi guardo bene dall'acquistarlo.

La "redazione" de Il Giornale scrive:

«C’è da sbellicarsi in anteprima pensando a quanto uscirà oggi sui giornali dalle penne sublimi dei critici più illustri. Ingmar Bergman? Autore immenso, genio inarrivabile, maestro dei maestri e giù con le esaltazioni prefabbricate. Roba da far passare i politici per dilettanti dell’ipocrisia. Chissà se qualcuno dei venerabili recensori avrà trovato il coraggio di ammetterlo: con i film di Bergman nel buio della sala mi sono fatto le più lunghe dormite della mia carriera cinematografica. Ah, i micidiali, interminabili silenzi di Persona; la saga infinita di Fanny e Alexander tra merletti, trine e sbadigli; gli strazianti, in ogni senso, sguardi di Sinfonia d’autunno.
E che dire di quei capolavori rimasti indelebili nella memoria dello spettatore? Impossibile scordare Il settimo sigillo, il volto trasfigurato di Max von Sydow, interprete perfetto per mastro Bergman: l’ultima volta che ha sorriso dev’essere stato all’asilo. Il posto delle fragole, un’altra celebre pizza d’autore, le lacrime che fece scorrere a fiumi nei cinema, specie a chi dopo la prima mezz’ora non era riuscito a farsi rimborsare il biglietto.
Ecco, forse è proprio questa la straordinaria grandezza di Bergman: saper trasferire le atroci sofferenze dei suoi personaggi dallo schermo alla platea. Adesso mentre tutta la nomenklatura piange a dirotto, il popolino bue s’interroga perplesso: perché le meravigliose opere dell’ultimo re di Svezia non vengono mai teletrasmesse prima delle tre di notte? Grazie al cielo, i cinefili possono ancora consolarsi. Gli restano i Rivette, i Wenders, i Godard, i von Trier, i Van Sant, i Moretti e tanti altri tromboni più o meno in erba. E soprattutto l’indistruttibile vegliardo portoghese Manuel de Oliveira, che è pronto a sfornare un altro film. L’importante è non smettere mai di annoiarsi».


Non ne avete abbastanza della divertentissima satira culturale dei signori degnamente diretti dall'illustre Belpietro?
Per fortuna qualche giorno dopo è venuto a mancare anche Antonioni, avevano altro di cui parlare con tanta sagacia (chiedo scusa ma ho già imbrattato abbastanza queste pagine per quotare anche questo). Stavolta quantomeno tale Massimo Bertarelli - che in genere a giudicare dall'elenco dei suoi precedenti articoli parla di SPORT - ha avuto il "coraggio" di firmare questa sua perla.

Non sono necessari commenti.
La stupidità (e l'ignoranza (e la faziosità ideologica, ndM)) si sottolineano egregiamente da sole.

(querelle editoriale esplicitamente polemista sottoscritta unanimemente dal comitato di redazione di Pianosequenza)

 
a cura di Mario T. (del 29/05/2007 @ 22:55:24, in Professione Reporter, linkato 1828 volte)

«I nuovi film italiani sono deprimenti. Le pellicole che ho visto negli ultimi tre anni sembrano tutte uguali, non fanno che parlare di: ragazzo che cresce, ragazza che cresce, coppia in crisi, genitori, vacanze per minorati mentali. Che cosa è successo? Ho amato così tanto il cinema italiano degli anni ’60 e ’70 e alcuni film degli anni ’80, e ora sento che è tutto finito. Una vera tragedia. […] L'Italia non è più quel che era. Potrei fare liste di nomi di registi che mi piacciono provenienti da molti paesi, ma non dall'Italia».

Una stoccata dura e sincera da un nient’affatto indulgente Quentin Tarantino. Gliela si perdonerebbe, perché mossa dalla cinefilia disinteressata di un appassionato di cinema italiano, se non fosse che Marco Bellocchio gli ha già risposto per le rime:

«Tarantino non può dare lezioni. E’ un bravo regista, ma nel dire certe cose è anche un cafone che non capisce niente».

Nel mirino di Bellocchio finisce anche Renato Brunetta, europarlamentare forzista, teorico liberista del partito, che viste le condizioni in cui versa il cinema italiano procederebbe volentieri con l’abolizione del Fondo unico per lo spettacolo (quella dei finanziamenti pubblici al cinema è questione di lunga data che non ci è dato risolvere in poche righe), scatenando nuovamente l’arzillo regista italico:

«Le sue dichiarazionidice Bellocchiosono proprie di certi politici incompetenti, che sindacano su cose di cui non capiscono nulla; di gente che pensa che un film sia solo quello che incassa al botteghino».

Dispiace che dei talenti litighino con tale asprezza (dispiace assai meno che un intellettuale litighi con un politico), ma se da una parte era nelle intenzioni dell’ingenuo Tarantino sottolineare il dispiacere per un handicap che il cinema italiano porta con sé da lungo tempo, dall’altra l’infervorata reazione di Bellocchio scaturisce dalla frustrazione per una crisi che ha radici molto complesse.

Quella che Tarantino, provenendo da un contesto ben diverso, non coglie, è la debolezza dell’apparato di produzione italiano, a causa della quale riescono a trovare spazio a stento i film da botteghino; può anche darsi, invece, che Tarantino lo sappia benissimo, non essendo uno sprovveduto, ma che, ragionando secondo quelli che sono i termini della cultura e della mentalità americana, non voglia concedere l’alibi di una responsabilità separata fra produzione e autori, identificando entrambi nel giudizio complessivo che un paese – un paese membro del G8, perlomeno – deve dare/ricevere sul proprio cinema. Ecco allora che le grandi produzioni del nostro cinema diventano i “ragazzi che crescono” (Moccia e Veronesi), “le coppie in crisi” (Muccino) e “le vacanze per minorati mentali” (Vanzina e Neri Parenti), travolgendo un’ottima generazione di autori – i Sorrentino, i Costanzo, gli Amelio – che non trova in un solido cinema di genere il volano necessario a sostenerli e a “educare” (mi si perdoni il sovietismo) il grande pubblico, rilanciando gli investimenti e la produzione (così come accade puntualmente dalla fine degli anni ’70).

Stupisce, quindi, come un fine(?) economista quale Renato Brunetta, che a differenza del regista americano dovrebbe conoscere approfonditamente il panorama economico e sociale italiano, possa rispondere al problema sollevato da Tarantino invocando lo stop ai finanziamenti pubblici (che, certamente, andrebbero ottimizzati e salvaguardati dagli sprechi) per affidarsi alla mano invisibile di un mercato che, al di là delle fedi politiche, per funzionare avrebbe innanzitutto bisogno di investitori e produttori (cioè del mercato stesso). Per Bellocchio il cinema non può essere slegato dalla conformazione sociale del paese (dalla sua logica economica e dalla sua politica), essendo parte integrante del sistema, ed è per questo che nel nostro caso «soffre [il cinema], perché fa riferimento allo stallo anche politico della nostra società. Vanno forte solo i film di evasione, film che assomigliano alla tv e ai suoi ritmi. Siamo contaminati da questi ritmi, che danneggiano la nostra volontà di raccontare in modo diverso. Invece vanno ritrovati questa pazienza e i nostri tempi». A parte la dimensione culturale della critica di Bellocchio, condivisibile o meno, va riconosciuta la lucidità con cui constata la relazione che intercorre fra l’impasse del cinema e una società bloccata su tutti i fronti.

Difficilmente riusciremo ad accontentare Tarantino nel breve periodo, perché a parte casi isolati come il primo Notte prima degli esami e Romanzo Criminale, il cinema italiano continua a dimostrarsi incapace sia di recuperare sia di innovare nell’ambito dei film di genere – non sembra averne nemmeno la volontà. E, certo, non si può rimanere fermi e contemplare quel cinema d’autore che, attraversando due generazioni, ha offerto prove di autentico genio. Cercare una soluzione è compito arduo, ma a quanto pare la radice del problema coinvolge vari aspetti dell’Italia, non solo il cinema, che non può essere considerato una variabile indipendente. Forse, Tarantino ha ragione: è una vera tragedia.
 
a cura di Emanuele P. (del 27/04/2007 @ 09:52:29, in Professione Reporter, linkato 4550 volte)

Visto da lontano e non senza una piccola invidia, il cinema messicano sembrerebbe vivere un momento di assoluto splendore, dopo aver raggiunto nell’ultimo anno la massima visibilità con ben tre registi (Alfonso Cuaron, Alejandro Gonzalez Inarritu, Guillermo del Toro, nella foto) autori di film premiati con una nomination agli Oscar (anche se sono arrivate solo tre statuette su sedici, per quello che può importare).
E’ per questo che l’articolo di Fernanda Solorzano, critica cinematografica dei principali giornali messicani, apparso sul n° 689 dell’Internazionale, ha destato in me particolare interesse.
Sembra infatti che il cinema made in Mexico non sia poi in condizioni così idilliache.

A eccezione dei registi indipendenti, il cinema messicano della seconda metà del novecento ha avuto tre caratteristiche principali: la tendenza a seguire – anche se in ritardo – le mode straniere, un’assurda riverenza per le convenzioni del cinema e un rispetto delle regole più rigide della recitazione. Senza pretese artistiche e con l’unico scopo di attirare più spettatori possibile, gli attori del cinema de ficheras (un genere di film di bassa qualità, diffusi dalla metà degli anni settanta alla metà degli anni ottanta, che erano girati in poco tempo e con pochi soldi) hanno gettato un ponte diretto tra il linguaggio dei loro personaggi e quello degli spettatori.
Nel momento più buio del cinema messicano, la recitazione dei
paupers, attori ambulanti proiettati all’improvviso sullo schermo, riluceva di una strana onestà. Uno splendore senza precedenti, condannato a sparire inspiegabilmente così com’era nato.
All’inizio degli anni novanta sono stati prodotti film che coniugavano la dignità cinematografica persa nei decenni precedenti con la dose di “popolarità” necessaria per far identificare lo spettatore messicano con la storia raccontata sul grande schermo.
Solo con tu pareva (1991), diretto da Alfonso Cuaron e scritto dal fratello Carlos, ha riportato nelle sale tutti gli spettatori messicani più raffinati che da anni non andavano al cinema. […]
Una commedia messicana e allo stesso tempo cosmopolita, è stato il primo esperimento riuscito di un film che aveva assorbito le aspirazioni collettive della società senza mettersi al di sopra delle tradizioni popolari.

Negli ultimi dieci anni le pellicole che hanno avuto più successo di pubblico sono state Amores perros (Alejandro Gonzalez Inarritu, 2000) e Y tu mama tambien (Alfonso Cuaron, 2001). Entrambi i copioni sono letterari, e per certi versi ovvi e deliberati. I loro autori sanno quali sono i limiti che separano la letteratura dal cinema e sono riusciti a sfruttarli nel copione.
In
Amores perros, per esempio, la divisione in capitoli coesiste con la struttura non lineare delle avanguardie letterarie dell’inizio del novecento. E in Y tu mama tambien Cuaron inserisce lunghi monologhi che narrano il passato e anticipano il futuro dei suoi personaggi, senza ricorrere a una sola immagine che distolga l’attenzione dalla sceneggiatura. Non ci sono strumenti convenzionali, come flashback o flashforward. Il resto è cinema allo stato puro: ci sono una telecamera pronta e veloce, una produzione e una fotografia che non interferiscono con le storie, e parole pronunciate male (non solo parolacce) che danno ai personaggi una patina di realismo.
Amores perros e Y tu mama tambien sono stati per molti versi dei film pionieri, ma ne hanno ispirati altri meno equilibrati. Si tratta di pellicole troppo consapevoli dei propri canoni estetici, che rivelano in modo palese la preoccupazione di essere più fedeli ai loro modelli di riferimento che ai gusti del pubblico. […]
In Messico i fondi pubblici scarsi, gli incentivi fiscali in perenne ritardo, la disuguaglianza della distribuzione degli incassi al botteghino e la tendenza a considerare la produzione cinematografica come una voce in passivo dell’industria culturale non sono le uniche ragioni del pessimo stato del cinema nazionale. Forse la preferenza del pubblico messicano per i film statunitensi dipende proprio dal gusto degli spettatori.[…]
E’ indiscutibile che i film messicani nelle sale siano pochi. Può succedere che in un anno si girino il doppio delle pellicole che escono in sala. E quelle che riescono a uscire, devono dimostrare l loro potenziale al botteghino fin dalla prima settimana. Anche se nel 2006 sono stati girati 64 film, in sala ne sono arrivati meno della metà. I cinema, che antepongono le esigenze commerciali alla qualità dei film, possono stare intere settimane senza proiettare una pellicola messicana.

Il tempo e l’esperienza potrebbero aiutarci a capire perché in questi ultimi mesi si è parlato solo di tre film messicani (Babel, I figli degli uomini, Il labirinto del fauno) e fino a un anno fa l’offerta in cartellone delle pellicole messicane erea a malapena un argomento di conversazione. Dei ventotto film che sono arrivati nelle sale, pochissimi hanno lasciato qualche traccia nella memoria dello spettatore.
Azzardo una interpretazione che sicuramente susciterà critiche: in Messico non c’è una industria cinematografica perché non ci sono fondi destinati al cinema (non esiste neanche una struttura che sorvegli l’uso di questi fondi), ma anche perché non c’è un numero minimo di film di buona qualità che sia in grado di mettere in moto gli ingranaggi dell’industria. […]
Il Messico è al quinto posto nel mondo per il numero di persone che vanno al cinema, con una media di 165 milioni spettatori l’anno. Dei quasi otto milioni di spettatori che nel 2006 hanno pagato per vedere dei film messicani, più della metà lo ha fatto per
Una pelicula de huevos (Un film di uova), dei fratelli Gabriel e Rodolfo Riva Palacio. È stato il secondo film record d’incassi nella storia del paese, dopo Il crimine di Padre Amaro (2002) di Carlos Carrera.
Una pelicula de huevos è una favola a disegni animati su un gruppo di uova del supermercato che aspira a un destino migliore: diventare dei pulcini, crescere, riprodursi. Il film ricorda Galline in fuga (2000), dei britannici Peter Lord e Nick Park, anche se la qualità non è assolutamente paragonabile. Il successo può essere spiegato solo per il suo carattere ambiguo: è una storia sempliciotta e piena di nobili aspirazioni, ma con molti doppi sensi.[…]
Per ragioni diverse, dovute soprattutto al modo in cui è stato girato, l’altro film importante del 2006 è stato
Un mundo maravilloso di Luis Estrada, che offre una visione nera della politica e della società messicana. Come La ley de Herodes, uscito nel 2000 in piena campagna elettorale, anche Un mundo maravilloso ha avuto successo perché era pieno di riferimenti alla situazione del paese prima delle presidenziali. Ma, nonostante tutto, il suo successo è stato relativo; […] risulta evidente che il Messico preferisce le uova alla realtà del paese.
Il problema, quindi, non è solo la sproporzione tra il numero di film messicani e stranieri in cartellone. Ma il fatto che solo i film messicani che riprendono il mondo conosciuto dalla gente comune possono spezzare il circolo vizioso degli interessi delle sale cinematografiche e delle catene di distribuzione.

Nel 2006 sono usciti altri film che rispondevano unicamente a esigenze del mercato […], pellicole che hanno attirato un tipo di pubblico abituato a entrare al cinema, pagare il biglietto e non guardarsi indietro. Sono i cosiddetti “film per muovere l’industria”.
Sangre di Amar Escalante, 1973 di Antonino Isordia e Las vueltas del citrullo di Felipe Cazals si trovano nel limbo dei film che nessuno è andato a vedere. Ma sono pellicole innovative, che chiedono al loro pubblico di lasciarsi sconcertare e di rinunciare al piacere facile. Tutti e tre i film sono stati vittime dell’apatia collettiva, pur essendo stati premiati nei festival stranieri e messicani.
Il 2007 sarà ricordato come l’anno in cui il Messico “festeggia” la fuga di talenti. […] Ma sarà ricordato anche come l’anno in cui sono usciti film più ambiziosi, che fanno trapelare la voce del regista. È il caso di
Morirse en domingo (Morire di domenica) di Daniel Gruener e di Kilometro 31, opera prima di Rigoberto Castaneda, che nelle prime tre settimane in sala ha avuto due milioni di spettatori (un quarto di tutti quelli che nel 2006 hanno visto film messicani).[…]
In controcorrente rispetto al cinema fatto di formule e magniloquenza, con un piede in ogni paese o impegnato nella ricerca dell’internazionalizzazione, un gruppo di registi e produttori messicani sta puntando su storie da raccontare senza acrobazie formali.
Nei loro film gli attori parlano male e farfugliano: il pubblico si rivede nello specchio dell’imperfezione.

da "El lugar del espectador. Para quién es el cine mexicano reciente?", di Fernanda Solorzano, Letras Libres, Messico.

 
a cura di Emanuele P. (del 05/02/2007 @ 15:28:21, in Professione Reporter, linkato 8857 volte)

Come dimenticare gli insegnamenti del mistico indiano Osho, la sua idea di fondere la grande anima del Buddha con la passionalità di Zorba il Greco, che ispirano il dj Loris nel progetto di aprire una discoteca sulla costa turca? Si è proprio la trama di Zorba il Buddha, il film uscito nel 2004 del regista riminese Lakshen Sucameli, che poi all’anagrafe si chiamerebbe Antonino, ma il maestro Osho così lo ribattezzò. Ve lo siete perso? Succede: praticamente quattro titoli su cinque di quelli finanziati dallo Stato (che nel 2000 per Zorba deliberò un aiuto di quasi 2 miliardi di lire) nessuno li ha mai sentiti nominare. Figuriamoci vederli”.

Inizia così un illuminante ed angosciante articolo di Emilio Matarrese su L’espresso della scorsa settimana dedicato ai finanziamenti pubblici per il cinema italiano (Un ciak per grazia ricevuta).

L’enumerazione di cifre e titoli è straziante, e per chi ama il cinema sono continui e pesanti “pugni nello stomaco”.
Qualche esempio?
L’ultimo film della signora Lina Wertmüller, Peperoni ripieni e pesci in faccia, con nientepopodimeno che Sofia Loren ha ottenuto un contributo record di 3 milioni e 718 mila euro (7 miliardi e 200 milioni del famigerato vecchio conio) per incassare, l’estate scorsa, 6 mila e 567 euro lordi al botteghino, causa anche una uscita clandestina, senza promozione e in meno di 20 copie.
Nemmeno mille biglietti venduti, nel silenzio di giornalisti ed addetti ai lavori.
Gli incassi del film della Wertmüller sono però sono clamorosi se rapportati alla bellezza di zero euro guadagnati dal semi-kolossal “de noaltri” Masaniello – Amore e libertà, opera sovvenzionata dallo stato per 3 milioni e 718 mila euro (come Peperoni ripieni e pesci in faccia, cifra record nella storia delle sovvenzioni da parte dello Stato di film di interessa culturale).
La storia del rivoluzionario partenopeo, diretta dal regista 37enne casertano Angelo Antonucci, era interpretata da attori del calibro di Franco Nero, Gabriele Lavia ed Anna Galiena, con 2 mila comparse ed otto settimane di riprese; e dopo aver girato undici tra festival e manifestazioni simili non è ancora uscito nelle sale (e probabilmente mai lo farà) perché la casa di distribuzione Revolver sostiene di non aver ancora ricevuto i soldi promessi dallo Stato (delibera del 22/05/2003).
Storia simile anche per il film di Mario Cambi, La storia di Leo, sovvenzionato per 3 milioni e 520 mila euro dallo Stato e mai uscito nelle sale.

Anche i criteri con cui sono scelti i film di “interesse culturale nazionale” è piuttosto indecifrabile e discutibile (un esempio su tutti, le sovvenzioni concesse al film Senso di Tinto Brass).
Dal 1994 alla metà del 2005 sono stati assegnati 102,6 milioni di euro per 67 film che non sono ancora usciti e, per lo più non usciranno mai. Più di uno su dieci non arriva al cinema. […] La pacchia dei finanziamenti ai registi è finita nel 2003, dopo due stagioni in cui lo Stato, avendo Veltroni raddoppiato a 8 miliardi di lire il tetto per ogni film, aveva scucito totali 220 milioni. La cassa si è prosciugata e ora siamo a 21 film approvati per 37 milioni nel 2006. D’altra parte il fondo di credito della Bnl è passato dai 700 miliardi del ’94 ai 78 miliardi (sempre in lire) del 2004. […]
Le cose sono migliorate da quando la legge Urbani del 2004 ha introdotto il
reference system limitando al 60 percento la discrezionalità delle commissioni e legando il restante a una graduatoria stilata su parametri fissi: un punteggio che viene assegnato principalmente in base alla carriera del regista e alla solidità della casa di produzione.”

Ci sono però anche registi sovvenzionati che giustificano la fiducia delle pubbliche casse: Roberto Faenza, ad esempio, è si il più finanziato (13 milioni 789 mila euro per sei film) ma ha incassato anche 14 milioni e 400 mila euro, con un attivo di circa 600 mila euro rispetto al contributo statale.
Altri registi “di fiducia” sono Pupi Avati, Marco Tullio Giordana, oltre a Soldini, Bellocchio, Cristina Comencini, Piccioni e Olmi.
Vera mosca bianca il film Notte prima degli esami di Fausto Brizzi, che, sovvenzionato per circa 800 mila euro, al botteghino ha incassato 12 milioni e 463 mila euro.
In rosso risulta anche il 92enne Mario Monicelli, con 2,2 milioni incassati al botteghino contro i 9,5 ricevuti dallo Stato ed un film come L’omo nero mai realizzato.
Stupisce la presenza nella classifica dei registi più finanziati del nostro cinema, di Pasquale Scimeca, 51enne siciliano, che ha ottenuto sovvenzioni per 9 milioni di euro e incassato briciole; ultimo esempio il suo La passione di Giosuè l’ebreo: 3 milioni 551 mila euro concessi e 64 mila euro al box office.
Lo stesso Scimeca "a Venezia due anni fa si è lamentato del boicottaggio "Pochi potenti decidono i film da fare, distribuire e forse anche portare ai festival. Stiamo entranto in un incubo orwelliano". Se era raccomandato, quanto gli davano? .. "
Desta anche un certo clamore e una discreta incazzatura, passatemi il francesismo, il fatto che nella classifica dei registi con cui lo Stato è più “generoso” l’età media dei primi cinque direttori sia di 70 anni.
C’è però da aggiungere che anche quando si punta su giovani dalla discutibile fama, la cantonata è dietro l’angolo (un esempio? Il film My father – Rua Alguem 555 del signor Egidio Eronico, 3 milioni e 500 mila euro concessi dallo Stato, 13 mila 772 euro di incassi al botteghino).

Nel 2006, anno che come abbiamo visto è stato “povero” di sovvenzioni, evitando un po’ di più concessioni “ad minchiam”, venti film italiani hanno superato il milione di incassi.
Le sovvenzioni per il cinema rappresentano un fedele specchio della nostra Italia, dove la meritocrazia è largamente sconosciuta e la gerontocrazia regna sovrana.
Spaventa poi la tendenza a concedere finanziamenti ad opere pseudo mastodontiche di cui non si sente francamente la necessità (un kolossal su Masaniello o l’ennesima storia rubacchiata e storpiata dalla Bibbia).
Più giovani, più ragionevolezza nel discriminare sui film da sovvenzionare, e, in generale finanziamenti meno considerevoli e meno condizionati dal “nome” (Placido ha raccontato di essere stato inserito a sua totale insaputa nel cast di film portati all’esame delle commissioni).
Naturalmente stiamo parlando di una utopia, ma da qualche parte si deve pur iniziare.

 

 
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