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 Troisi... di Emanuele P.
 
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Non è necessario che un regista sappia scrivere ma, se sa leggere, aiuta.

Billy Wilder
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\\ Ingresso : Storico : Anteprime (inverti l'ordine)
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
a cura di Emanuele P. (del 19/04/2010 @ 11:40:48, in Anteprime, linkato 369 volte)


L'Enfer d'Henri-Georges Clouzot
(L'Enfer d'Henri-Georges Clouzot)
Serge Bromberg, 2009 (Francia), 102'

La storia del cinema è piena di aneddoti su straordinari film che non hanno mai visto la luce, per i motivi più diversi. Nella maggior parte di queste occasioni i chilometri di pellicola girata sono finiti nel dimenticatoio di una qualche grande casa di produzione o stipati nei cassetti dei gelosi eredi dell'autore; nel caso del “leggendario” Enfer, il capolavoro annunciato e mai portato a termine dal Maestro del cinema francese Henri Georges Clouzot galeotto fu un ascensore difettoso, nel quale ebbero modo di fare conoscenza il regista Serge Bromberg ed Inès Clouzot, la vedova del cineasta transalpino. Il claustrofobico Bromberg ebbe modo di distrarsi dall'incubo della forzata e repentina reclusione venendo a conoscenza di un magazzino dove, dimenticate dal mondo, riposavano centottantacinque bobine: tutto il girato che Clouzot e i suoi collaboratori avevano avuto modo di raccogliere in mesi di preparazione. Nacque così l'idea di girare un documentario – o meglio un film-omaggio – dedicato a L'Enfer, quell'opera d'avanguardia che avrebbe dovuto avvalersi dei mezzi finanziari di un kolossal non per mettere in scena migliaia di comparse o allestire scenografie apocalittiche, bensì per lasciare totale libertà ai migliori tecnici dell'epoca nello sperimentare quanto di più estremo ed improbabile potesse venir loro in mente. Una sorta di enorme “giocattolo” messo nelle mani del dittatoriale Clouzot (reso celebre da film memorabili come L'assassino abita al 21, Il corvo, Legittima difesa, Il salario della paura, I diabolici, tanto per citarne qualcuno) e nel quale avrebbero dovuto recitare, quasi come vittime sacrificali sull'altare della Settima Arte, gli affermati Romy Schneider e Serge Reggiani. La prima fu entusiasta di lavorare con Clouzot, al quale lasciò sperimentare le più incredibili ed inusuali scene; il secondo, passata l'iniziale euforia, finì con l'abbandonare il progetto contribuendo (probabilmente) al suo fallimento, a causa dei continui ed asprissimi diverbi avuti col regista. Ma il “flop” del progetto infernale ha radici più profonde, che originano proprio dall'idea stessa alla base del film: pur partendo da un soggetto abbastanza banale (un uomo che perde la sua lucidità a causa della infondata ed ossessiva gelosia provata per la giovane moglie) Clouzot aveva intenzione di svilupparlo in un modo originale, dando alla dimensione artistica dell'opera una importanza capitale, con pochi eguali in tutta la cinematografia moderna. Purtroppo a questi propositi “sulla carta” si contrappose il pragmatismo delle logiche di produzione e realizzazione, perché durante i numerosi mesi di prove ed esperimenti (alcuni visivamente straordinari, che rappresentano il principale motivo per cui l'omaggio di Bromberg diventa imperdibile) la lavorazione del film restava pressoché ferma. Quando iniziarono le riprese vere e proprie la dedizione al progetto di troupe e cast era già divenuta meno convinta, e finì con lo sgretolarsi durante le lunghe settimane nelle quali Clouzot sembrava ossessionato solo da alcune scene girate decine e decine di volte, quasi incapace di gestire l'enorme grado di libertà concessagli – proprio lui che era invece divenuto celebre per il rigore e l'efficacia del suo operato. Fu un infarto, non fatale, a porre fine alla lavorazione, probabilmente “salvando” il Maestro francese da un fallimento che non avrebbe meritato. Nel suo ultimo film, La Prigioniera (1968), apparirà solo qualcuna delle rivoluzionarie idee sperimentate.

È proprio la dimensione epica che L'Enfer ha guadagnato durante gli anni ad averlo reso un cult, a dispetto del suo essere di fatto “inedito” – la prematura scomparsa di regista e star principale hanno sicuramente contribuito a creare quest'aura di mistero; Bromberg, insieme a Ruxandra Medrea, ha il merito di avercelo reso curando ogni sequenza con grandissima attenzione e umiltà, riducendo all'essenziale il suo apporto (soprattutto il sonoro e parte del recitato, che mancava dalle registrazioni dell'epoca, affidato alla coppia di attori Bérénice Bejo e Jacques Gamblin). Le sequenze originali sono intervallate da interviste ai protagonisti dell'epoca, tutti i tecnici che furono gli sbalorditi testimoni di un evento unico, in quei mesi del 1964: avere l'occasione di rendere realtà le loro più impensabili fantasie.
 
a cura di Emanuele P. (del 30/01/2010 @ 11:27:02, in Anteprime, linkato 657 volte)

Brevi interviste con uomini schifosi
(Brief Interviews with Hideous Men)
John Krasinsky, 2008 (Usa), 80’
 
Temevo questo momento. Il giorno in cui un giovane e supponente “autore” del cinema americano, probabilmente indipendente, avrebbe proposto nel pieno di un acceso brainstorming qualcosa tipo “ideona! che ne dite di un bel film tratto dai racconti di David Foster Wallace?”.
La brillante idea (considerata tale solo dai pochi incapaci di apprezzare l’assoluta genialità di DFW) è venuta a mr John Krasinsky , un attorucolo alla prima da regista, forse conosciuto per il serial tv The Office nel quale mostra da numerose stagioni il suo enorme faccione tipicamente americano.
La scelta di Brief Interviews with Hideous Men come raccolta di racconti dai quali trarre un film, mette in luce la presenza di un vero e proprio masochismo latente nelle intenzioni del povero Krasinsky, che si ritrova fra le mani un insieme confuso ed eterogeneo di istantanee sul mondo maschile (raccolte più o meno sapientemente da Wallace sotto forma di questionario), prive di un comun denominatore diverso dalla spregevolezza innata del nostro genere. Per questo il giovane americano si affanna a costruire un ipotetico fil rouge tra i vari episodi, rappresentato dall’approccio non convenzionale di una ragazza (Julianne Nicholson) ad una ricerca accademica sul femminismo, e si concede la licenza di inventare ulteriori “interviste” non presenti nella raccolta originale. Infine, con un tocco di egocentrismo che non passa inosservato, si ritaglia un personaggio cruciale nello sviluppo degli eventi (il protagonista della B.I. #20, vero e proprio capolavoro di DFW), interpretando da par suo quello che nelle intenzioni avrebbe dovuto essere l’illuminante finale della pellicola.
Ne esce però fuori solo uno sconclusionato ed a tratti estenuante susseguirsi di individui disgustosi, che perde ogni significato con la sua trasposizione cinematografica; nonostante Krasinsky provi ad utilizzare un paio di scaltre trovate stilistiche per ravvivare la narrazione (il momento migliore del film è probabilmente il segmento in “finto-flashback” nel quale recita Christopher Meloni) diventa evidente la fatica fatta per riempire gli ottanta minuti di pellicola. Alcune delle B.I. scelte non hanno alcuna attinenza con la storia, altre vengono proposte in modo così pedissequo ed approssimativo da divenire solo noiose; persino il fulcro di tutta la raccolta di Wallace, la già citata B.I. #20, viene svilita da una contestualizzazione discutibile e pretenziosa.
Krasinsky non omaggia DFW, si limita a scimmiottare i suoi personaggi o ad “adattarli” alla sciagurata logica della sceneggiatura che ha concepito, e paradossalmente (ma non tanto, a pensarci bene) riesce ad essere lontanamente brillante solo nelle sequenze originali, quelle scritte appositamente per il cinema. Speriamo lo abbia capito anche lui.
Oltraggioso.
 
a cura di Emanuele P. (del 26/10/2009 @ 17:14:21, in Anteprime, linkato 1161 volte)

A Serious Man
(A Serious Man)
Ethan e Joel Coen, 2009 (USA, Gran Bretagna, Francia), 105’

Il metaforico ed iper-pessimistico intreccio di A Serious Man ha una duplice chiave di lettura.
La prima, più evidente, è quella della black comedy, messa in scena ad arte con personaggi ben caratterizzati e situazioni sopra le righe; la seconda, meno palese, è riassumibile nella massima che il professore (un ottimo Michael Stuhlbarg) enuncia al suo pedante alunno asiatico che tenta di corromperlo con una bustarella: “ogni azione ha sempre una conseguenza”. Teorema che alla fine troverà spietata conferma.
Costruita con la consueta abilità, l’ultima opera dei fratelli Ethan e Joel Coen convince, regalando al pubblico risate ed interessanti spunti di riflessione. Da segnalare la sequenza iniziale, in yiddish, che è significativo prologo di questa moderna “parabola”.

Julie & Julia
(Julie & Julia)
Nora Ephron, 2009 (USA), 123’

Con Julie & Julia, Nora Ephron conferma le sue apprezzate doti di sceneggiatrice (Harry ti presento Sally) dando vita ad una commedia abbastanza lontana dal mainstream americano quanto a ritmo e sviluppo. La storia si regge tutta sulle sapienti spalle di una straordinaria Maryl Streep – in grado di rendere persino simpatico un personaggio detestabile–, che si contende la scena con l’altra protagonista (Amy Adams) in un continuo intreccio tra presente e passato con un comun denominatore: l’amore per la cucina. Le interpretazioni ispirate mascherano qualche lacuna della ridondante architettura narrativa.

 
a cura di Mario T. (del 22/10/2009 @ 17:00:34, in Anteprime, linkato 1142 volte)

L'uomo che verrà
(L'uomo che verrà)
Giorgio Diritti, 2009 (Italia), 117'
voto Mouse d'Oro: 7

L'uomo che verrà racconta l'occupazione nazifascista in Italia rifuggendo la solita retorica delle parti in lotta.
La regia restituisce il punto di vista di una bambina e della sua famiglia, proiettando lo spettatore al centro della cruda realtà della guerra così come la subiscono i civili, a volte vittime tanto degli antagonisti quanto degli eroi. L'unico rimpianto di un film importante e mai retorico è invece proprio la retorica di un finto pubblico che ha assistito alla prima con un entusiasmo innaturale e artato, tradendo il senso di un concorso.

Oggi Sposi
(Oggi Sposi)
Luca Lucini, 2009 (Italia), 118'
voto Mouse d'Argento: 6

Le ultime collaborazioni fra Universal e Cattleya hanno dimostrato come emanciparsi dal cinepanettone e derivati. Basta una settimana di lavoro in più sulla sceneggiatura per trovare un minimo comun denominatore tra esigenze commerciali e "dignità cinematografica".
Oggi sposi è un prodotto genuino e divertente, senza pretese, che speriamo possa mettere in crisi gli schemi obsoleti e degradanti della comicità nazional popolare italiana.


 
a cura di Mario T. (del 22/10/2009 @ 16:52:53, in Anteprime, linkato 1033 volte)

Parnassus - L'uomo che voleva ingannare il diavolo
(The Imaginarium of Doctor Parnassus)
Terry Gilliam, 2009 (Francia, Canada), 122'
voto Mouse d'Argento: 8

Il talento immaginifico dell'ex Monty Python (abbondanti i riferimenti grafici al Flying Circus) condisce la storia un po' retrò, quasi vintage, di un patto col diavolo. Le interpretazioni degli amici di Heath Ledger (Johnny Depp, Jude Law e Colin Farrell) non solo rendono omaggio all'attore scomparso che non ha potuto completare le riprese, ma arricchiscono il film nella sua dimensione onirica.
Peccato per il finale che avrebbe preferito una soluzione più simbolica e meno "furba".

Plan B
(Plan B)
Marco Berger, 2009 (Argentina), 103'
voto Mouse d'Oro: 7

Regia asciutta ed essenziale per una storia efficace, ben sceneggiata e discretamente interpretata.
Il valore del film è inversamente proporzionale alle sue pretese.


 
a cura di Mario T. (del 21/10/2009 @ 11:51:13, in Anteprime, linkato 1399 volte)

Viola di mare
(Viola di mare)
Donatella Maiorca, 2009 (Italia), 105'
voto Mouse d'Oro: 4

Le nobili intenzioni che animano l'autrice non bastano a tenere in piedi una storia pur coraggiosa.
Dall'ambientazione alla sceneggiatura, dai dialoghi alla recitazione, tutti gli elementi del film appaiono stonati, fuori luogo e male amalgamati da una regia inadeguata e poco armoniosa. Le riflessioni proposte e stimolate sono interessanti ma esteticamente Viola di mare semplicemente non funziona.

Tra le nuvole
(Up in The Air)
Jason Reitman, 2009 (Usa), 109'
voto Mouse d'Oro: 7,5

La sceneggiatura brillante e il buon ritmo della storia mettono in secondo piano la patina hollywoodiana che avvolge il film, salvandolo dall'anonimato delle consuete commedie americane. Lo sguardo del regista su un tema decisamente inflazionato (lavoro e affetti personali) manca però di originalità.


 
a cura di Emanuele P. (del 05/09/2009 @ 12:13:15, in Anteprime, linkato 1020 volte)

Il Maledetto United
(The Damned United)
Tom Hooper, 2009 (Gran Bretagna), 97’
uscita inglese: 27 marzo 2009
uscita italiana: 22 gennaio 2010
 
Brian Howard Clough, Cloughie per amici e tifosi.
A molti italiani, soprattutto ai più giovani, questo nome non dice nulla, ma basta andare a cercare nei record della sempre agognata Coppa dei Campioni di calcio per trovarlo. Insieme all’amico/nemico ed assistente Peter Taylor riuscì a portare una squadra della provincia inglese, il Nottingham Forest, a trionfare nell’ambito trofeo continentale per ben due volte, di fila. Un’impresa quasi irripetibile.
Trent’anni dopo gli interpreti di quel calcio sono quasi tutti scomparsi o terribilmente malandati, in primis il tormentato duo Cloughie-Taylor, e un brillante autore di noir inglese, David Peace, ha deciso di rivedere una parte della loro vita, la più particolare, tra biografia e (soprattutto) romanzo. Si tratta della breve parentesi che vide Clough come allenatore dell’odiata squadra rivale, il Leeds United (ribattezzato dall’autore Damned United), per soli quarantaquattro giorni, tra il luglio e il settembre del 1974. Partendo da avvenimenti realmente accaduti (i risultati, i giocatori, le polemiche), Peace usa la sua fervida immaginazione per raccontarci l’esperienza di Clough in prima persona, dal punto di vista dell’istrionico allenatore (altro che special one dei giorni nostri). Il romanzo ha suscitato nei pochi sopravvissuti (in particolare Johnny Giles) e negli eredi dei vituperati calciatori del Leeds United sdegno e polemiche, con risentite accuse nei confronti dell’ottimo Peace, colpevole di aver raccontato (immaginato) con troppa verosimiglianza la glaciale accoglienza destinata dall’ambiente e dai nuovi giocatori di Clough al neo-allenatore, da sempre detestato antagonista. Persino i familiari di Cloughie ebbero di che protestare.
Nonostante tutto, il romanzo è un piccolo capolavoro, che genera immediata “dipendenza” nei lettori, in particolar modo al cospetto dei tanti appassionati di calcio sparsi per il vecchio continente. Nella pellicola di Tom Hooper si cerca di aggiungere alla coinvolgente forza narrativa di Peace anche l’unica cosa che mancava, cioè piccoli documenti filmati del periodo, puntuali ricostruzioni preziose per chi quell’epoca non l’ha vissuta. Un ottimo casting, fatto prestando grande attenzione anche alla semplice somiglianza fisica degli interpreti ai personaggi chiamati in causa (Michael Sheen è Clough, Timothy Spall è Peter Taylor, Colm Meaney l’odiato rivale Don Revie, storico allenatore del Leeds), riesce a rafforzare l’attenta sceneggiatura di Peter Morgan, che cerca con discreto successo di trasmettere alla pellicola la stessa intensità e ricercatezza del romanzo, nel quale si intersecano gli eventi della vita “passata” di Clough (la carriera interrotta anzitempo per un infortunio, i primi successi nelle serie minori) e quelli dell’incubo attuale, il fallimento nelle forche caudine di Elland Road.
Ne esce fuori il ritratto di un calcio per certi versi incredibilmente distante da ciò a cui siamo abituati adesso, portrait nel quale viene messa in luce con divertita esasperazione la spregevolezza dei tanti campioni del Leeds: sempre i primi a fare a botte, a simulare, ad usare ogni espediente pur di battere l’avversario. La missione di Cloughie (esportare nella nuova squadra la sua filosofia, il suo modo di intendere il calcio) fallisce miseramente, ma ciò gli permette di comprendere la fondamentale importanza dell’eterno compare Taylor, assente a Leeds, l’unico in grado di completare il puzzle della sua singolare personalità. Come solo accennato al termine di romanzo e film, insieme faranno la storia con il Nottingham Forest ma poi, e questo viene tralasciato, torneranno ad odiarsi ferocemente (arrivando a smettere di parlarsi) fino alla loro dipartita. Personaggi epici per una storia unica, che merita di essere conosciuta.
Il film è più che discreto, il romanzo memorabile.
Circoletto rosso.
 
«I wouldn't say I was the best manager in the business. But I was in the top one.»
Brian Clough.
 
a cura di Emanuele P. (del 23/05/2009 @ 09:45:16, in Anteprime, linkato 1861 volte)

Kobe Doin’ Work
(Kobe Doin’ Work)
Spike Lee, 2009 (Usa), 84’
 
Quando uno sport viene interpretato ai massimi livelli dai più grandi atleti del momento, non c’è bisogno di conoscerlo per apprezzarne lo spettacolo. Questo è il grande fascino dei playoff NBA, l’apice massimo della pallacanestro professionistica: si tratta spesso di battaglie dal sapore quasi epico, scontri tra titani inarrivabili, momenti di entertainment allo stato purissimo. Importa poco non essere un particolare esperto, restare sorpresi dai coreografici gesti degli arbitri o semplicemente far fatica a comprendere alcuni momenti dell’azione, perché tutto si svolge a una tale velocità ed intensità (e soprattutto con una tale armonia) che sembra di assistere a una studiatissima rappresentazione.
Spike Lee adora il basket (come testimonia anche il suo ottimo He Got Game, nel quale recitava da protagonista proprio una stella nascente e futuro campione della NBA, Ray Allen). Frustrato dalle recenti imprese dei suoi New York Knicks si è quindi rivolto, pare ai limiti della supplica, a quello che al momento è uno dei più rappresentativi esponenti dell’amato sport: Kobe Bryant. Pluricampione grazie al sodalizio (finito malaccio) con l’enorme Shaquille O’Neal, Kobe è finalmente tornato ai fasti di un tempo nella passata stagione, meritandosi il titolo di Mvp della lega (miglior giocatore) e arrivando ad un passo dalla vittoria finale con i suoi Los Angeles Lakers.
L’idea di Lee è geniale: seguire il neo Mvp durante una intera partita (piuttosto importante, la decisiva gara di semifinale contro i campioni uscenti) con l’ausilio di un numero enorme di camere dedicate oltre al privilegio dell’accesso al sancta sanctorum dello spogliatoio, spiando insomma per intero una “giornata lavorativa” di Kobe, dal pre-partita sino ai festeggiamenti finali – sembra un po’ la versione cestistica di Shine the Light del maestro Scorsese.
Così facendo, il cineasta newyorkese ci svela, accompagnato dallo stesso Bryant che commenta le scene fuori campo (ironicamente lo stesso giorno in cui ha “regalato” agli amati Knicks di Spike Lee il numero record di 61 punti), un mondo affascinante, in cui il leader dei Lakers incita i compagni, li guida, scherza con arbitri ed avversari, sbraita, esulta. Si vive la partita dal campo, dando significato a centinaia di piccole cose (intercalari, termini, tecnicismi) che si rivelano in tutta la loro semplicità: si tratta di un gioco, e Kobe sembra divertirsi un mondo. È un eterno Peter Pan che non lascerà mai la sua isola felice.
In campo il fuoriclasse è logorroico, sempre pronto a dare un consiglio o un incoraggiamento (anche in italiano all’ex Udine Vujacic, ricordando i suoi anni vissuti qui da noi), capace di analizzare con freddezza e sorprendente acume tattico ogni frangente di quel gioco che conosce come le sue tasche.
Il docu-film, girato per la ESPN, coinvolge totalmente lo spettatore, anche quello che non ha mai visto una partita di basket prima di allora, grazie ad un montaggio curatissimo e all’efficacia della inedita e quasi totale “copertura” del campo di gioco – inutile dire che i fan della pallacanestro a stelle e strisce lo apprezzeranno ancora di più.
Suono e immagini, fusi insieme in perfetta armonia, un vero e proprio regalo di Spike Lee al suo pubblico (e all’amato sport): pura arte, puro spettacolo.
D'altronde loro lo ripetono sempre, questa è la NBA, where amazing happens...
 
a cura di Emanuele P. (del 31/10/2008 @ 13:01:41, in Anteprime, linkato 707 volte)

Cliente
(Cliente)
di Josiane Balasko, 2008 (Francia), 105’
 
Commediola d’oltralpe senza tante pretese. Eric Cavaca, un gigolò dal discutibile physique du rôle, è in bilico tra la sua vita da malpagato manovale e quella da affermato compagno di abbienti donne in carriera. La moglie, Isabelle Carré, è allo scuro di tutto, finché non si trova a dover affrontare una “cliente”, ricca, famosa e perdutamente innamorata del suo uomo (Nathalie Baye).
Pur restando ben sotto la quota massima di equivoci sopportabile in una commedia, Cliente non convince più di tanto in brillantezza e stile; vero fiore all’occhiello è l’interpretazione di George Aguilar, Jim ManyHorses, un fiero indiano che impalma la sorella della Baye.
Da segnalare poi il rap del francese HAS che accompagna, con molta efficacia, parte delle scene.
Decisamente perdibile.
 

Let it rain
(Parlez-moi de la pluie)
di Agnès Jaoui, 2008 (Francia), 110’
 
Altra commedia francese, più impegnata della precedente ma non più riuscita. Questa volta assistiamo alle convulse giornate di una donna (Agnès Jaoui, nel duplice ruolo di attrice e regista), femminista convinta ed appena entrata in politica, che si trova a dover affrontare problemi familiari – con la sorella e il genero dalla sindrome di Peter Pan – e una estenuante intervista, eterna incompiuta, da rilasciare a un reporter sulla via del tramonto (Jean-Pierre Bacri) e al suo neofita assistente Jamel Debbouze.
Anche in questo caso spicca un personaggio, scritto benissimo e interpretato magistralmente da Bacri, che da solo regala tutti i momenti di vero divertimento: brillante, smemorato, distratto, pigro; empatia e risate sono garantite. Il resto del cast si limita a seguire uno script discreto ma mai del tutto coinvolgente. Tra le righe si può leggere una critica alla politica, monopolio degli uomini di mezza età, in cui l’ascesa di una donna è tutt’altro che semplice – la Jaoui dovrebbe fare un viaggetto in Italia…
Sorrisi, e qualche sbadiglio.
 
a cura di Emanuele P. (del 27/10/2008 @ 15:00:21, in Anteprime, linkato 837 volte)

Il passato è una terra straniera
(Il passato è una terra straniera)
di Daniele Vicari, 2008 (Italia), 120’
 
Tratto dall’omonimo romanzo di Gianrico Carofiglio, il film di Daniele Vicari è un’opera piuttosto riuscita. Anzi, considerati gli altri film italiani in concorso, si potrebbero addirittura azzardare giudizi più entusiastici.
Avvalendosi della ottima performance del duo Elio Germano-Michele Riondino, oltre che di una sceneggiatura decisamente valida, Vicari costruisce il suo film cercando riferimenti più o meno originali nel cinema d’oltreoceano (chi ha detto Rounders?), adattandoli con intelligenza al contesto decisamente differente.
La struttura narrativa funziona bene e riesce a risparmiare la deriva a tarallucci e vino che si nasconde sempre dietro l’angolo; il regista rietino la impreziosisce poi con un accurato uso della messa a fuoco e dei movimenti di camera, che spesso trasmettono vigore all’azione o si propongono come chiave di lettura per i sentimenti dei protagonisti.
Il successo al botteghino è, quasi, assicurato.
 

Rembrandt’s J’accuse
(Rembrandt’s J’accuse)
di Peter Greenaway, 2008 (Paesi Bassi), 86’
 
Partendo dal suo film Nightwatching, già presentato a Venezia, Peter Greenaway costruisce un interessante saggio-lezione su uno dei dipinti più significativi dell’intera storia dell’arte – parole del regista gallese: La ronda di notte, di Rembrandt Harmenszoon Van Rijn.
La minuziosa analisi di ogni particolare dell’opera, compiuta evidenziando trentuno “motivi d’interesse” del dipinto, è efficace ed avvincente; tra fiction e ricostruzione storica, lo stesso Greenaway diviene invadente anfitrione (il suo volto appare spesso sullo schermo), trasformando le immobili figure ritratte da Rembrandt in personaggi reali, capaci di provare e causare emozioni. Con una certa presunzione, Greenaway pretende di insegnare agli “analfabeti” del linguaggio visivo come interpretare dei testi che, per una volta, non sono scritti.
Obbiezioni semiologiche a parte, appare evidente il principale intento del regista gallese: quello di provocare lo spettatore, con un film “diverso”, spiazzante, realizzato avvalendosi di studiatissimi effetti speciali.
Da consumare con moderazione.
 
Pagine: 1 2


online dal 16 ottobre 2006

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09/09/2010 @ 17.41.08
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