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 Leone & Morricone ...... di Emanuele P.
 
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Ognuno è libero di speculare a suo gusto sul significato filosofico del film, io ho tentato di rappresentare un'esperienza visiva, che aggiri la comprensione per penetrare con il suo contenuto emotivo direttamente nell'inconscio.

Stanley Kubrick
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\\ Ingresso : Storico : Anteprime (inverti l'ordine)
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
a cura di Emanuele P. (del 19/04/2014 @ 14:19:39, in Anteprime, linkato 8800 volte)

Help me put a roof on this house

Un giorno come tanti
(Labor Day)
Jason Reitman, 2013 (USA), 111’

Nonostante la giovane età, Henry (Gattlin Griffith) è costretto a diventare “l’uomo di casa” dopo la separazione dei suoi genitori, che ha lasciato la madre Adele (Kate Winslet) in una valle di lacrime e insicurezze. L’incontro-scontro con un fuggitivo (Josh Brolin), durante il weekend lungo del Labor Day, cambierà radicalmente il futuro di questa famiglia disfunzionale.

Con Un giorno come tanti, il cinema di Jason Reitman ultima la sua migrazione di genere, dalla commedia sofisticata (Thank you for smoking, Juno) fino al dramma, già in parte esplorato col tagliente Young Adults. Peccato che la storia scelta, per la prima volta “non originale” ma tratta dall’omonimo romanzo di Joyce Maynard, non sia all’altezza delle precedenti: un coming-of-age melenso, che si affida senza ritegno alla sospensione dell’incredulità di chi assiste. Proprio la debolezza del soggetto finisce però col mettere in evidenza le qualità del Reitman regista, sinora nascoste dalle brillanti sceneggiature sulle quali aveva lavorato; il suo Un giorno come tanti è confezionato infatti con gusto raffinato ed una attenzione particolare al ritmo, reso fluido ed incalzante sin dalle primissime scene grazie all’uso intelligente delle dissolvenze incrociate – questa cifra viene mantenuta poi durante tutto il film, anche nell’approccio alle sempre insidiose sequenze-flashback, abilmente fuse nella narrazione. L’atmosfera carica di avvincente tensione che aveva contraddistinto l’incipit perde però di efficacia col passare dei minuti, perché la storia scivola sempre più verso l’inverosimile, combattuta tra l’attenzione da dedicare alla insolita coppia di amanti ed i tumulti pre-adolescenziali del giovane Henry ; è qui che il trio di protagonisti riesce a salvare la pellicola, rendendo convincenti anche i momenti meno credibili. La Winslet, in particolare, si conferma una certezza granitica: ne è passato di tempo dai sorrisi della patetica giovane di Titanic; ora al suo posto c’è un’attrice completa, credibile e ben più affascinante, in grado di restituire con uno sguardo più di quanto possa fare un monologo ben scritto.
Con la sua ultima opera, Reitman insomma si garantirà il favore di molti cinefili innamorati della forma (come chi scrive) e del pubblico che alle complesse dinamiche dei suoi film precedenti preferisce la bella favola di un amore tormentato. Ma, soprattutto, lascerà a tutti un po’ di amaro in bocca per quella che sembra davvero un’occasione mancata.
Incompiuto.

 
a cura di Emanuele P. (del 27/12/2013 @ 14:51:23, in Anteprime, linkato 2113 volte)

The Spectacular Now
(The Spectacular Now)
James Ponsoldt, 2013 (USA), 95’

Sutter Keely (Miles Teller) è l’anima di ogni festa che si rispetti, il clown che tutti vorrebbero come amico: una vera celebrità nel suo paesino ai confini della sterminata America. Lavora in un polveroso negozio di abiti da uomo, porta sempre con sé una fiaschetta di whisky e sembra interessato solo allo “spettacolare adesso”, al presente, senza alcun interesse verso il passato e, soprattutto, con nessun piano per il futuro.
A qualche miglio dalla sua casa, ma ad anni luce dalla sua vita, c’è Aimee Finecky (Shailene Woodley), ragazza bella ed intelligente ma profondamente insicura, anche perché succube di una madre sfaccendata che le sta negando ogni spensieratezza dell’adolescenza. L’ incontro-scontro tra i due universi cambierà la vita di entrambi i giovani protagonisti.

The Spectacular Now, tratto dal romanzo omonimo di Tim Tharp, nasconde sotto la sua superficie più di quanto la banale sinossi possa far immaginare. Nel consueto scenario da ultimo anno di high-school (divertimento sfrenato, amori, delusioni, il ballo di fine anno, infiniti dilemmi riguardo il futuro) il regista James Ponsoldt  ritaglia infatti lo spazio per una dinamica completamente diversa, che si sviluppa quasi furtivamente coinvolgendo i due personaggi principali del film. Indossando un paio di occhiali in grado di far scomparire magicamente questa atmosfera di artificiale vitalità, è possibile finalmente scoprire che The Spectacular Now, pur cavalcando a tratti il registro della commedia, rappresenta uno dei noir più riusciti degli ultimi anni. Questa provocazione risulta meno forzata se si presta maggior attenzione al protagonista del film, Sutter: si tratta dell’eroe-noir per eccellenza, un (giovane) uomo in costante lotta con i demoni della sua vita, pronto a sacrificare una promessa di felicità pur di “salvare” la donna che ama – persino le cicatrici che sfoggia su volto e corpo sembrano confermarlo.
Dietro la facciata da people person che Sutter ostinatamente mostra al resto del mondo, si nascondono le insicurezze di una vita passata a domandarsi il motivo per cui il padre ha abbandonato la sua famiglia, lasciandolo quando era poco più che un bambino. In una scena particolarmente significativa, il ragazzo finalmente riesce ad incontrare il genitore (nonostante il parere contrario della madre) ma è atterrito da ciò che si trova di fronte: il padre parla come lui, animato dalla sua stessa squallida versione della filosofia del carpe diem, ed è pronto a deluderlo per l’ennesima volta. L’esperienza si rivela così traumatica perché Sutter vede nel padre il suo riflesso, o meglio il modo in cui il resto del mondo effettivamente lo considera: un simpatico fallito – sia la sua ex che il nuovo fidanzato, Marcus, avevano già provato a farglielo notare in diverse occasioni. È questa presa di coscienza che lo spinge ad allontanare brutalmente Aimee, destinata invece ad un brillante futuro accademico, con lo stesso “eroico” altruismo che lo aveva convinto, all’inizio della storia, a salvare la ragazza da una vita priva di emozioni e fondamentalmente infelice.
Sutter è insomma un Bogart in fasce, pieno di difetti e contraddizioni ma animato da un senso etico estremo, tale da fargli rinunciare a tutto pur di vedere corretta almeno una delle ingiustizie della vita. Ciò è evidente non solo nel suo rapporto con Aimee ma anche in quello con l’unica figura paterna della quale dispone, il proprietario del negozio in cui lavora: Sutter è disposto a rinunciare all’impiego che lui ritiene “perfetto” pur di essere onesto circa la sua dipendenza dall’alcool e mantenere fede ad una parola data.
Purtroppo nel finale il film rende inutili i nostri occhiali perversi e torna sui binari più soft della commedia, mettendo in scena un epilogo già visto mille volte. Ponsoldt e colleghi avrebbero dovuto invece fermarsi alla dissolvenza di qualche minuto prima, onorando fino in fondo il loro noir adolescenziale a tinte pastello, e magari lasciar citare a Sutter proprio le parole pronunciate dal compianto Humphrey nel capolavoro In a Lonely Place (Nicholas Ray, 1950): “I was born when she kissed me/I died when she left me/I lived a few weeks/while she loved me”.

 
a cura di Guest (del 17/10/2013 @ 17:15:18, in Anteprime, linkato 1295 volte)

Runner Runner

(Runner Runner)
Brad Furman, 2013 (USA), 91’
uscita italiana: 24 ottobre 2013

Come già anticipato, la critica non ha recepito positivamente Runner Runner: l'autore Brad Furman appare infatti incapace, a parere di molti, di mettere in scena un film sufficientemente interessante.
Sin dall'incipit il suo ultimo film si rivela infatti noioso e col procedere la situazione non migliora; lo script, appesantito da interminabili dialoghi, costringe a controllare più volte l’orologio, sperando in un epilogo rapido e indolore. Non bastano dunque un cast stellare o un budget da 30 milioni di dollari per fare un buon film, come recentemente dimostrato da numerosi altri flop "illustri".

La sceneggiatura del resto non lasciava presagire niente di particolarmente esaltante. Richie Furst, interpretato da Justin Timberlake, subisce grandi perdite economiche a causa della crisi del 2008 e anche per far fronto all'incremento delle sue tasse universitarie decide di improvvisarsi giocatore di poker on-line. In una sola notte il giovane perde tuttavia più di 17 mila dollari sul portale Midnight Blac e, una volta scoperto che nel sito c’è un bug che permette ai suoi gestori di controllate le perdite e le vincite, vola in Costa Rica per riavere indietro i propri soldi dal proprietario, il poco raccomandabile Ivan Block (Ben Affleck). Da qui si innesta un intreccio, costruito da Brian Koppelmann e David Levin (autori anche di Rounders), che sa di visto e sentito e che qualcuno, a ragione, ha raffrontato al classico Faust: il giovane e intelligente universitario è tentato dal "diavolo", che gli promette un futuro di successo e ricchezza trascinandolo in un giro d’affari poco pulito. Non poteva mancare, infine, l’ammaliante e seducente personaggio femminile, Rebecca Shafran (Gemma Arterton), amante di Ivan e allo stesso tempo attratta da Richie, che ovviamente si innamorerà della giovane.

Sebbene la sceneggiatura sia poco originale e intrigante, la critica punta però il dito contro il regista, che aveva invece convinto in The Lincoln Lawyer, perché responsabile di non aver dato al pubblico quello che si aspettava e che il trailer invece lasciava intendere: un film anche solo d’azione, avvincente, con inseguimenti, sparatorie, scene adrenaliniche dal ritmo incalzante. Troppi sono poi i topos banali che si ripetono sul gioco d’azzardo, la corruzione e la prostituzione, in una Costa Rica stereotipata dove tutti hanno un prezzo e sono disposti a vendersi per una manciata di dollari (descrizione in effetti poco lusinghiera che ha inevitabilmente indispettito i più). Poco convincente anche la fotografia, che non rende giustizia alla location, della quale non ripropone i colori e le atmosfere, che certo potevano essere d’aiuto  per la pellicola.

I personaggi, infine, sono banali e caratterizzati grossolanamente, condizionando le performance delle star chiamate ad impersonarli. Timberlake, che appare ormai troppo "maturo" per interpretare ancora una volta un ragazzetto universitario, convince ben poco e, benché bellissima e affascinante, Gemma Arterton è ridotta a semplice comparsa, un premio che i due protagonisti si contendono. I loro personaggi sembrano davvero  non avere niente da dire. Dal fuoco incrociato dei critici si salva il solo Ben Affleck, reduce dallo strepitoso successo di Argo, l’unico veramente convincente tra gli attori, sebbene al suo personaggio non sia concesso lo spazio che avrebbe meritato.

L`idea di base era probabilmente quella di coinvolgere gli appassionati del tavolo verde per portarli in sala, ma proprio questi, temiamo, saranno i primi ad evitare un film che gioca solo sui luoghi comuni del poker. Quando si dice “giocare male le proprie carte”.
 
a cura di Emanuele P. (del 15/10/2013 @ 20:40:41, in Anteprime, linkato 1770 volte)

Mud
(Mud)
Jeff Nichols, 2012 (USA), 135’

C’era una volta l’estate
(The Way Way Back)
Fat Naxon, Jim Rash, 2013 (USA), 103’
uscita italiana: 5 dicembre 2013

Che noia i romanzi di formazione. Dopo essere evasi dall’adolescenza, l’ultima cosa che si vuole fare è riviverla attraverso gli occhi di qualche eroico protagonista, letterario o cinematografico che sia. Eppure ci sono casi in cui il fascino di una storia ben concepita, così come di personaggi credibili e originali, è sufficiente a superare il comprensibile pregiudizio verso il Bildungsroman che alberga nell’animo dei più cinici. Mud e C’era una volta l’estate (The Way Way Back) sono esempi di come questo genere eterno possa regalare ancora soddisfazioni, anche nel millennio che probabilmente vedrà la definitiva uscita di scena della cara vecchia celluloide.

Mud, di Jeff Nichols, è un piacere per gli occhi. La sua fotografia ambrata e polverosa (firmata da Adam Stone), restituisce in modo estremamente efficace una squallida ambientazione senza tempo, fatta di baracche sul fiume Mississippi e di paesini del sud profondo degli States dimenticati persino da Dio. Qui la celluloide c’è, e si vede: una scelta forse ormai anacronistica, ma in grado di regalare colori e sensazioni ancora ineguagliati dalla tecnologia digitale. Il ragazzo pronto a diventare uomo si chiama Ellis (Tye Sheridan), di modeste origini e ancora più modeste prospettive, e si trova ad affrontare per la prima volta la vita (e il mondo) grazie all’incontro con un fuggitivo (Matthew McConaughey) in cerca del suo amore perduto (Reese Witherspoon). Nichols segue l’odissea del giovane protagonista, un vero “duro in miniatura”, raccontandone quotidianità e dilemmi senza scadere mai nel melenso; non manca nulla, dalla difficoltosa relazione padre-figlio fino alle prime delusioni sentimentali, passando per onore, amicizia e redenzione. Ciò che rende Mud efficace, dal punto di vista narrativo, è però il curioso rapporto che nasce tra Ellis e il suo nuovo amico dal passato burrascoso (interpretato da un McConaughey mai così convincente, nonostante il consueto minutaggio a torso nudo):  una complicità clandestina che offre al ragazzo la possibilità di sbirciare nel mondo degli adulti senza filtri né protezioni; saranno proprio queste esperienze a fargli finalmente apprezzare il ritorno all’adolescenza spensierata della sua nuova vita.

Pur adoperando un registro ben diverso, quello della commedia, C’era una volta l’estate racconta una storia molto simile. I colori sono vivaci, le immagini in perenne movimento, i movimenti di camera sorprendono: si entra insomma nell’era del digitale ma la dinamica del coming of age resta la stessa. Con una spietata sequenza iniziale, gli autori Nat Faxon e Jim Rash ci presentano il protagonista, Duncan (Liam James), in tutta la sua infelicità: viaggia in macchina verso una squallida località turistica dove dovrà trascorrere tutta l’estate ed il nuovo compagno della madre (Steve Carell) sta distruggendo ciò che resta della sua autostima. Siede in fondo ad una buick che sembra immensa, distante dalla mamma (Toni Colette) che, inconsapevole, dorme appoggiata ad un finestrino. In una sola inquadratura è condensato il senso del film: un figlio smarrito che dopo la separazione dei genitori si sente solo al mondo, senza punti di riferimento – significativamente la sequenza finale sarà una “negativo” di questo spiazzante incipit. Quando tutto sembra perduto ecco che, insieme ai titoli di testa, arriva Sam Rockwell: gestisce uno scalcinato acqua park ed è palesemente vittima della sindrome di Peter Pan. Come McConaughey, anche lui è un adulto non esattamente raccomandabile che riesce a riconoscere un ragazzo in difficoltà, poiché ha vissuto quella esperienza sulla sua pelle. Per Duncan rappresenta una vera e propria ancora di salvezza perché dietro l’apparente immaturità nasconde tratti di quella figura paterna che tanto manca al ragazzo. Siamo nell’ambito della commedia e dunque il mondo degli adulti sembra un po’ meno desolante ma non per questo più facile da accettare: menzogne, amori, tradimenti, ipocrisia e rivalità, ancora una volta il pacchetto completo.
Pur non raggiungendo la qualità cinematografica di Mud, anche il film di Faxon e Rash è animato da quella carica di originalità che spesso si trova nelle pellicole prodotte fuori dal circuito delle grandi major, ed ha il merito di sfruttare appieno una ambientazione particolarmente funzionale allo sviluppo della storia. Ciò che certamente accomuna questi "romanzi di formazione" datati 2013 è l’escamotage che li rende interessanti, rappresentato dai personaggi interpretati da Rockwell e McConaughey: padrini insospettabili che più o meno consapevolmente restituiscono alla vita due piccoli adulti un po’ meno infelici.

 
a cura di Emanuele P. (del 02/09/2013 @ 17:04:13, in Anteprime, linkato 2272 volte)

Simon Killer

(Simon Killer)
Antonio Campos, 2012 (USA), 105’

Simon (Brady Corbet) studente americano appena laureato, decide di partire per Parigi nel tentativo di dimenticare una lunga storia d’amore finita da poco.
Solo, in una città che conosce appena, trova conforto nella relazione con la dolcissima Noura (Mati Diop), una giovane prostituta dalla storia problematica. I fantasmi del passato sono però in agguato.

Antonio Campos, trentenne newyorkese venuto alla ribalta per la sua opera prima Afterschool (presentata a Cannes nel 2008), è uno dei registi più interessanti del panorama indie americano. Con Simon Killer torna sulla proverbiale “scena del delitto” dimostrando però maggiore maturità: c’è, evidente in ogni scena, una chiara impronta stilistica nel suo modo di fare cinema, a partire dalla scelta di inquadrature e movimenti di camera mai banali, sino ad un peculiare uso della musica, con la soundtrack a svolgere un ruolo cruciale nello sviluppo della storia.
Come accade per uno sconosciuto qualsiasi, lo spettatore si trova a conoscere Simon poco per volta, esperienza dopo esperienza. All’inizio non c’è spazio per altro sentimento diverso dall’empatia (se non forse un po’ di pietà) nei confronti di questo ragazzo smarrito, abbandonato dall’amore della sua vita ed esiliato in una Parigi ostile, dove ogni passante sembra  pronto ad aggredirti. Persino la madre, in freddo collegamento Skype, è capace solo di spronarlo a “smetterla di essere triste”; nelle sue parole però per la prima volta si inizia a scorgere qualcosa di inatteso, qualcosa che finalmente non è filtrato solo attraverso la prospettiva di Simon, nella quale chi guarda è destinato a restare intrappolato per buona parte della narrazione. Il motivo della sua separazione dall’amata Michelle è infatti nebuloso ma al tempo stesso in qualche modo inquietante: alcune mail criptiche lasciano intuire che un episodio piuttosto grave abbia spinto la ragazza a volerlo lontano dalla sua vita.
Dietro quell’aria da bravo ragazzo, neolaureato fiero della sua pubblicazione accademica, si cela una instabilità emotiva e psicologica che affiora in modo sempre più evidente col passare del tempo. “Visto da vicino nessuno è normale” recita un motto piuttosto saggio, e nel caso di Simon ciò che si scopre è destinato a sconvolgere, proprio perché il profilo della sua psicosi si rivela, inesorabilmente, camuffato da una spiazzante normalità in grado di ingannare chiunque lo incontri per la prima volta – e della quale lo spettatore è, di fatto, la prima vittima.
Non a caso Campos sceglie di mostrare il titolo del film unicamente alla fine, quasi a sottolineare che solo dopo aver vissuto questa esperienza (è conosciuto almeno in parte il misterioso Simon) l’aggettivo “killer” può assumere un significato comprensibile.
Brady Corbet, già impeccabile psicopatico nel remake americano di Funny Games (Haneke, 2007), offre una interpretazione magistrale, garantendo al suo Simon una verosimiglianza a tratti disturbante. Campos lo segue, quasi ossessivamente, durante tutto il film: l’obbiettivo diventa parte del suo essere, riflettendo stati d’animo e quel progressivo distaccamento dalla realtà che risulta evidente nelle sequenze in cui la camera, inquadrando solo parte dei corpi, riduce ogni gesto ad azione puramente meccanica, nella quale non c’è più spazio per l’umanità.

Simon Killer è un film spiazzante, destinato a dividere proprio perché così “estremo” nelle sue intenzioni da suscitare inevitabilmente una reazione. Ma, più di ogni altra cosa, rappresenta un valido esempio di come il Cinema low cost possa essere terribilmente ricco di creatività ed intuizioni.

 
a cura di Emanuele P. (del 08/07/2013 @ 15:03:36, in Anteprime, linkato 1299 volte)

Passion
(Passion)
Brian De Palma, 2012 (Germania, Francia, Spagna, Gran Bretagna), 94’

Christine (Rachel McAdams) dirige capricciosamente la sede europea di una multinazionale della pubblicità, tiranneggiando sul fidanzato Dirk (Paul Anderson) e sui suoi collaboratori. Isabelle (Noomi Rapace) talento estroso quanto naif, ne subisce l’influenza e il fascino fino al giorno in cui, dopo l’ennesimo sopruso, decide di reagire. Con conseguenze insospettabili.

È passato qualche lustro da quando Brian De Palma scelse di chiudere in un cassetto la Bibbia di un genere (il thriller) che aveva contribuito a forgiare con stile inconfondibile nel ventennio precedente: Doppia Personalità (ed in parte il successivo Omicidio in diretta) avevano rappresentato gli ultimi, stanchi, sguardi del cineasta su un Cinema del quale sembrava aver ormai esplorato ogni situazione e sfruttato tutti i possibili espedienti. Il successivo vagabondare tra i più disparati generi (fantascienza, azione, noir, guerra), pur non privo di soddisfazioni, ha però condotto De Palma nuovamente sulla proverbiale “scena del delitto”, in una impresa affrontata con nuova energia ma intatto gusto scenico.
Passion, adattamento del film francese Crime d’amour (2010), potrebbe lasciare inizialmente perplessi i depalmiani devoti, sopresi dalla fotografia dai colori vivacissimi che José Luis Alcaine ha portato direttamente dai set spagnoli di Almodovar, ma col procedere della narrazione ognuno dei rassicuranti frammenti del puzzle (come il contrappunto musicale dell’aficionado Pino Donaggio) iniziano a trovare il loro posto. De Palma indulge infatti in tutte le sue signature shot: i piano sequenza dal punto di vista dell’assassino, un meraviglioso split screen che fonde danza classica con scene di suspense e, dulcis in fundo, l’ellittico finale pronto a far vacillare le convinzioni dello spettatore. Proprio durante l’ultima mezzora del film il regista di Blow Out, Vestito per uccidere ed Omicidio a luci rosse esce di nuovo allo scoperto: l’atmosfera almodovariana lascia spazio ad una nuova dimensione, in cui i colori divengono freddi e mal definiti, caratterizzata da un continuo gioco di flashback dove sogno e realtà sono ormai indistinguibili. Fluidi movimenti di camera diventano gli occhi dello spettatore su un mondo da incubo, un universo nel quale possono finalmente essere applicate le leggi del Maestro del thriller-kitsch. La verosimiglianza della trama viene sacrificata ben volentieri sull’altare della riuscita scenica come quando, nel climax conclusivo, De Palma contamina i fondamentali del Cinema di Hitchcock col suo inconfondibile gusto grandguignolesco, in una sequenza che vale, da sola, il “prezzo del biglietto” – insieme al già citato split screen sulle note di Debussy.
La coppia McAdams-Rapace offre una prestazione convincente nonostante i loro due personaggi siano, almeno all’inizio, caratterizzati in modo da risultare così agli antipodi da apparire quasi caricature (femme fatale vs ragazza ingenua). Come ogni altro elemento di Passion possono esistere solo nelle dinamiche, inconfondibili e per questo discusse, di un film firmato De Palma.
Amarcord.

 
a cura di Emanuele P. (del 04/01/2013 @ 21:03:17, in Anteprime, linkato 2116 volte)

Cloud Atlas
(Cloud Atlas)
Tom Tykwer, Andy e Lana Wachowsky, 2012 (USA, Germania, Singapore, Hong Kong), 172’
uscita italiana: 10 gennaio 2013
voto su C.C.

Our lives are not our own.
From womb to tomb,
we are bound to others.
Past and present.
And by each crime
and every kindness
rebirth our future.
Sonmi-451, Nuova Seoul, 2144

1849, Oceano Pacifico. L’avvocato Adam Ewing (Jim Sturgess) lotta contro una malattia esotica a bordo di un veliero in viaggio verso le Americhe. Autua (David Gyasi), schiavo che viaggia da clandestino, lo salverà dalle grinfie di un avido medico (Tom Hanks).
1936, Cambridge ed Edimburgo.  Robert Frobischer (Ben Whishaw) tenta di comporre il suo capolavoro, lavorando come amanuense per un genio della musica caduto in disgrazia (Jim Broadbent). La sua complessa vita privata sarà d’intralcio.
1973, San Francisco. Luisa Rey (Halle Berry) ha di fronte lo scoop della vita. Lo insegue, a costo della sua incolumità.
2012, Londra. Timothy Cavendish (Broadbent), editore dalla discutibile fama, viene rinchiuso dal fratello (Hugh Grant) in un ospizio. La sua fuga diverrà memorabile.
2144, Nuova Seoul. In un mondo nel quale il libero arbitrio non esiste più, Sonmi-451 (Doona Bae) è scelta come guida e simbolo di una rivoluzione. Pronta al sacrificio per la causa, impianterà il seme del dubbio in un impassibile burocrate del tempo, l’Archivista (James D’Arcy).
106 inverni dopo La Caduta. Zachry (Hanks), novello uomo delle caverne, è tormentato dagli errori-orrori del suo passato, che si manifestano con le sembianze del mefistofelico Old Georgie (Hugo Weaving). Avrà modo di redimersi.
Chi pensa che Cloud Atlas sia un film dal “concept” innovativo dovrebbe tornare indietro agli albori del cinema ed in particolare ad un kolossal girato quasi un secolo fa. Era infatti il 1916, in piena Silent Era, quando D.W. Griffith spopolava ad Hollywood con il suo Intolerance: Love’s struggle throughout the Ages, una pellicola di tre ore e mezzo nella quale si intercalavano quattro storie da quattro epoche diverse unite da un comun denominatore, l’intolleranza. Il messaggio era chiaro: dove e quando non contano, perché gli uomini sono destinati a comportarsi sempre nel medesimo modo, commettendo gli stessi errori. È trascorso un secolo (dal punto di vista tecnologico un millennio) ma gli autori di Cloud Atlas sembrano essere dello stesso avviso. I “Watchowskis” (Andy e Lana, fu Larry, Wachowsky) già profeti del Matrix conducono insieme a Tom Tykwer (Lola Corre) una imponente macchina da guerra, oliata dal budget record (per un film indipendente) di cento milioni di dollari. La loro collaborazione nell'adattamento del racconto-cult di David Mitchell è fondata su una divisione del lavoro ben precisa: mentre a Tykwer vengono lasciati i segmenti di ambientazione Novecentesca e quello del presente, ai Wachowsky è affidato l’Ottocento e, soprattutto, il super-futuro.
La separazione in due team, totalmente indipendenti l’uno dall’altro, ha così consentito di dar vita a sei mini-film ognuno dei quali caratterizzato da una ben determinata cifra stilistica ed in grado di esaltare il gusto dei singoli autori – Tykwer dà il suo meglio nell’episodio del 1936, unico dell’intera pellicola ad apparire capace di “vita propria”, i Wachowsky sono a loro agio nell’ambientazione orwelliana della Nuova Seoul, dove possono declinare una storia di eroismo e ribellione che ha radici comuni col progenitore Matrix. L’eroico addetto al montaggio Alexander Berner ed un valido trio di compositori (Reinhold Heil, Johnny Klimek oltre allo stesso Tykwer) intervengono per scongiurare che questa forzata frammentazione divenga un intralcio alla fluidità narrativa del film, perché in grado di legare magicamente con immagini e musica sequenze che spesso lasciano solo pochi secondi per ambientarsi in un nuovo scenario, prima che questo muti nuovamente.
Ciò che non convince è il continuo, ridondante, tentativo di indicare allo spettatore una precisa chiave di lettura per la storia: al contrario di quanto si potrebbe immaginare di fronte ad un’opera di tale portata, si rivelano infatti ben poche le libertà concesse alla curiosità di chi guarda. Il messaggio che l'umanità è parte di un ciclo infinito, nel quale tutti sono connessi e le azioni di ciascuno (positive o negative che siano) hanno conseguenze sugli altri, viene ribadito e trova conferme costantemente. Allo spettatore restano da mettere insieme solo dettagli marginali che sicuramente interesseranno una nutrita tribù di aficionados, come la ricerca del sottile filo che lega ogni storia alla precedente o lo sforzo per riconoscere il vostro attore-feticcio in una girandola di interpretazioni, nella quale tredici stakanovisti sono impiegati in sessantuno (!) ruoli diversi. Durante buona parte del tempo vi sorprenderete a tentare di riconoscere un volto già conosciuto, ma celato sotto una quantità di trucco in grado di modificarne persino etnia o genere. Il lavoro dei make-up artist deve essere stato estenuante, e sebbene ripagato con qualche vera a propria opera d’arte (Hugh Grant e la tribù dei Kona nel futuro post-apocalittico) spesso risulta motivo di distrazione e disturbo più che d’interesse.
Volendoci imbarcare in cervellotiche dissertazioni potremmo notare come alcuni attori, ed i loro personaggi, rappresentino in qualche modo degli archetipi comuni ad ogni piano narrativo (Grant e Weaving perennemente intrappolati nel ruolo dell’antagonista, Sturgess e D’Arcy ai loro antipodi, eroi disposti al sacrificio) o ancora, soffermarci sull’accentuato simbolismo di alcune scene (l’avido Hanks dell’Ottocento, prima d’essere colpito a morte con la cassetta piena d’oro che tanto bramava, ruba una pietra preziosa che il pavido Hanks neanderthaliano indossa come ciondolo; nell’epilogo è proprio la rottura di questa collana, e dunque la rinuncia a quell’ossessione per il “possesso” che indirettamente gli era stata tramandata, a salvargli la vita) ma si tratterebbe di dare eccessivo significato a scelte di casting definite da motivazioni probabilmente ben più pragmatiche.
Al volenteroso spettatore di Cloud Atlas possiamo assicurare che, comunque, faticherà ad annoiarsi: saltando da un genere all’altro, da un posto all’altro, da un tempo all’altro riuscirà a trovare spunti appassionanti; ciò che invece non potrà provare sarà quell’ambiguità e quel mistero che avevano caratterizzato, ad esempio, lo scaltro finale di Inception. Cloud Atlas è un film forse più onesto, e certamente ben meno complesso di quanto vorrebbe apparire, perché imprigionato in una impalcatura filosofica alla quale essere, incessantemente, fedele. Un proposito che, di questi tempi, potremmo definire persino nobile.
Conservatore in incognito.
 
a cura di Emanuele P. (del 14/10/2012 @ 14:46:24, in Anteprime, linkato 5653 volte)

 

Moonrise Kingdom - Una fuga d'amore
(Moonrise Kingdom)
Wes Anderson, 2012 (USA), 94’
uscita italiana: 6 dicembre 2012
voto su C.C.

1965. La piccola comunità di New Penzance è in fibrillazione dopo la scomparsa di due ragazzi del posto, lo scout khaki Sam (Jared Gilman) e la problematica Suzy (Kara Hayward), entrambi in fuga da situazioni infelici. Il capo scout Ward (Edward Norton) e il poliziotto locale Sharp (Bruce Willis) coordinano le ricerche, con lo spettro dell’algida signora Servizi Sociali (Tilda Swinson) ad aleggiare su di loro.
Scopriranno le tracce di una storia d’amore.

Pensando al futuro della celluloide, probabilmente Wes Anderson è sempre stato convinto che una terza dimensione non fosse da ricercare in futuristiche tecnologie ed occhialini fastidiosi, bensì in un territorio mai abbastanza esplorato: la fantasia e l’animo di chi guarda. Il Cinema dell’artista americano è infatti così diverso da quello di tutti i suoi colleghi perché ha smesso di rinnegare quella dimensione “artigianale” azzerata nella maggior parte dei casi dalla computeristica. Nei suoi film il lavoro di scenografi, carpentieri e designer diventa fulcro attorno al quale l’intero senso della vicenda si sviluppa: basti pensare alla straordinaria nave de Le Avventure acquatiche di Steve Zissou o al Darjeeling Limited dell’omonima pellicola per comprendere l’importanza di ogni piccola stravaganza presente in questi palcoscenici dotati di una magica vita propria. In Moonrise Kingdom Anderson compie un ulteriore passo avanti, ideando un intero arcipelago di isole dalla infantile toponomastica; fatte salve le due articolatissime costruzioni che caratterizzano la storia (il campo scout e la casa dei Bishop) la maggior parte della narrazione si svolge en plein air, tra ruscelli, dirupi e scorci meravigliosamente incontaminati. Questo contesto è indispensabile per comprendere la simbolica avventura dei due piccoli protagonisti, giovani adolescenti che trovano l’uno nelle debolezze dell’altro la forza per affrontare una vita che sembra ad entrambi così difficile – Sam, orfano, invidia la famiglia disfunzionale che Suzy non è in grado di apprezzare. Li accompagna la voce di Leonard Bernstein, che giunge da un giradischi portatile, nostalgico sguardo del regista rivolto a quella generazione di young people per la quale la comunicazione, tutt’altro che istantanea, conservava ancora il fascino misterioso di una corrispondenza cartacea da attendere con speranza.

Sono ormai lontani i tempi in cui Anderson era costretto a convincere le sue star che i personaggi da lui ideati – insieme al sodale Roman Coppola, membro della prolifica nidiata di Francis Ford – erano all’altezza della loro reputazione: ognuno dei pesi massimi chiamati in causa è disposto infatti a mettersi in gioco, senza remore. Così Willis rinuncia al consueto abito da maschio alfa per divenire un average-man un po’ sempliciotto ma pieno di buon senso, Norton interpreta un nerd ante-litteram, Bill Murray e Frances McDormand danno vita ad un esilarante coppia di avvocati che vive ogni momento come fosse di fronte al grand jury. Si tratta di un cast stellare ma che non sarebbe nulla senza i due protagonisti, all’esordio, che rubano l’occhio durante tutto il film per la dolce naturalezza con la quale interpretano i loro personaggi.
Col solito piglio da narratore di favole, Anderson porta avanti la storia bilanciando mirabilmente commedia e romanticismo, e sfrutta ogni espediente che l’indovinata ambientazione (temporale, logistica) gli consente di mettere in atto. Quando infine giungono i titoli di coda, coreografati con gusto, viene da restare per qualche secondo in ammirazione, di fronte all'opera di uno dei più brillanti ed identificabili cineasti della nostra generazione.
 
a cura di Emanuele P. (del 24/01/2012 @ 14:57:24, in Anteprime, linkato 1687 volte)

Paradiso amaro
(The Descendants)
Alexander Payne, 2011 (USA), 110'
uscita italiana: 17 febbraio 2012

Con la sua voce fuori campo, Matt King (George Clooney) ci tiene a mettere subito le cose in chiaro: al contrario di quanto si possa pensare, la vita alle Hawaii non è un sogno ad occhi aperti.
Più che nella povertà degli indigeni (suggerita durante le primissime scene), l'infelicità alla quale si riferisce Matt va ricercata nella sua tormentata vita personale. La moglie Elizabeth (Patricia Hastie), in coma irreversibile dopo un incidente, lo ha infatti lasciato per la prima volta da solo a confrontarsi con le loro due figlie (Shailene Woodley e Amara Miller) e con i resti di un matrimonio che non si rivela felice come sembrava – in agguato c'è persino un improbabile amante (Matthew Lillard) pronto a fare capolino.
Come non bastasse, anche la vita lavorativa di Matt è piuttosto complicata. Erede, insieme ad una brigata di bizzarri cugini, di un enorme terreno a Kauai, dovrà infatti decidere a quale squalo dell'edilizia concedere il diritto di violentare quel paradiso.

Il lavoro di Alexander Payne è meno semplice di quanto possa apparire da questa breve sinossi. La storia, tratta dal racconto di Kaui Hart Hemmings, nasconde infatti numerose trappole, pronte a catapultare il film dritto tra le braccia della banalità melodrammatica. Il regista di Sideways dimostra tutto il suo talento proprio disinnescandole con cautela, una ad una, con una serie di intuizioni brillanti e l'aiuto di un cast perfetto – merita una menzione l'interpretazione di Shailene Woodley, forse l'adolescente ribelle più convincente dell'intera stagione cinematografica.
L'ambientazione è sicuramente il primo e più importante espediente che impedisce alla pellicola di prendere strade sbagliate. Si tratta di un mix tra situazioni grottesche e iperrealismo, fotografato in modo esemplare dalla sequenza nella quale Clooney, appena venuto a conoscenza dell'infedeltà della moglie, corre goffamente verso l'abitazione di una coppia di amici, non prima di aver indossato delle rumorosissime ciabatte. L'imprevedibile cielo hawaiano riassume la cifra dell'intero film, perennemente in balia di svolgimenti improbabili e situazioni paradossali. Payne, invece di guidare lo spettatore sul consueto tracciato del genere, ci lascia liberi di seguire ognuna delle piccole “sottotrame” che caratterizzano la personale odissea della famiglia King, dove non è strano incontrare una bambina che dice oscenità o un nonno (Robert Forster) pronto a tirare un pugno ad uno sconosciuto che offende la moglie. Lo sconosciuto in realtà è Sid (Nick Krause) un “imbucato” nel viaggio dei King tra le isole hawaiane alla ricerca della felicità smarrita, ragazzotto non particolarmente sveglio che oltre a rappresentare lo spunto per qualche momento di pura comicità, si rivela ben più maturo di quanto non suggerisca l'apparenza. Lo stesso Matt King è l'opposto dell'eroe hollywoodiano che ci aspetteremmo di vedere in questo genere di pellicola: sempre indeciso o sorpreso, un po' codardo, persino egoista. Eppure riesce a suscitare nello spettatore una naturale empatia, soprattutto grazie all'innegabile fascino di un Clooney ormai nel pieno della maturità artistica. È proprio l'ex medico di ER ad assicurare a Payne un film inaspettatamente (viste le tematiche trattate) “leggero”: anche nei momenti più delicati basta una sua inquadratura per dissolvere i più temibili cliché del melodramma.

Col passare del tempo gli enormi interessi dietro la possibile vendita del terreno di famiglia mettono in mostra il vero volto del branco di cugini che Matt deve affrontare. Dietro sorrisi amichevoli e camicie fiorate ognuno di loro nasconde una natura tutt'altro che accomodante (in particolare, godetevi il cugino Hugh, Beau Bridges); come ricorda la voce fuori campo, troppo invadente nei primi minuti della pellicola, si tratta dell'ennesimo modo per confermare una assioma indubitabile: anche il paradiso, se lo guardi più da vicino, è pieno di problemi.
 
a cura di Emanuele P. (del 24/11/2011 @ 13:13:55, in Anteprime, linkato 2127 volte)

Midnight in Paris
(Midnight in Paris)
Woody Allen, 2011 (Spagna, USA), 94'
uscita italiana: 2 dicembre 2011
voto su C.C.

Gil Pender (Owen Wilson), sceneggiatore di successo, giunge a Parigi insieme alla promessa sposa Inez (Rachel McAdams) ed ai futuri suoceri (Mimi Kennedy, Kurt Fuller). Tutto sembra procedere normalmente finché una notte, dopo aver bevuto qualche bicchiere di troppo, Gil inizia a vagabondare tra le incantevoli viuzze parigine. Quando le campane di una chiesa scandiscono la mezzanotte una Peugeot degli anni Venti si ferma per dargli un passaggio: si tratta di un viaggio nel tempo che cambierà la sua vita.

Come spesso gli è accaduto nella sua decennale carriera, Woody Allen sembra divertirsi a celare tra numerose produzioni di nicchia (talvolta persino mediocri) dei veri e propri gioielli. Lasciata finalmente quella Gran Bretagna che, Match Point a parte, sembra non essere una Musa sufficientemente stimolante per il cineasta americano, Allen trova a Parigi la brillantezza dei vecchi tempi, divertendosi con una storia che sembra scritta apposta per raccontarci di uno dei suoi sogni più irrealizzabili. Pender soffre di quella che il pedante “amico” della fidanzata, Paul (personaggio irresistibile, interpretato da Micheal Sheen) definisce come la Golden Age Syndrome: è cioè incapace di confrontarsi con il presente, convinto che in una dorata epoca precedente la sua vita sarebbe stata migliore. Quando la magia della mezzanotte parigina traghetta Gil nel suo mondo ideale (gli anni '20) tutto diventa perfetto. Può andare alle feste dei Fitzgerald, parlare con Hemingway di narrativa, guerra e donne, far giudicare il suo manoscritto (manco a dirlo, ambientato in un Nostalgia Shop) da Gertrude Stein e soprattutto può conoscere l'affascinante Adriana (Marion Cotillard), già amante di Picasso e Modigliani, il suo ideale di donna, diversa com'è dalla fidanzata Rachel (viziata, materialista, egocentrica).
La Peugeot che diventa “macchina del tempo” è un espediente formidabile col quale Allen si concede di esplorare un mondo del quale (sospettiamo) avrebbe voluto far parte: ne conosce ogni personaggio, ogni location, ogni canzone e ce le propone con una passione viscerale, sempre evidente durante tutta la narrazione. Diventa impossibile non immedesimarsi in Gil Pender da Pasadena, capo scout che non ha finito il corso di letteratura al college, a cui viene magicamente donata l'occasione di confrontarsi con Hemingway, Fitzgerald e T.S. Eliot, o persino consentito di suggerire la trama per un nuovo film (L'angelo sterminatore) al giovane Buñuel pur di far colpo su una bella ragazza – sembra quasi di rivedere Troisi che prova a conquistare una giovane del Rinascimento appropriandosi delle canzoni di Lennon e Modugno. Così l'intero film diviene anche spunto per mostrarci, alla maniera di Allen, tutta una serie di personaggi dei quali, quando va bene, conosciamo soltanto il nome: con la “scusa” dei patemi romantici che affliggono il nostro eroe ci viene somministrata una dose omeopatica di cultura del primo Novecento, non priva di qualche caricatura esilarante – assolutamente da segnalare quella di Salvador Dalì, a cui presta i lineamenti Adrien Brody.
Come ogni sogno, anche quello di Pender è destinato a finire. E come ogni buona favola anche questa ha la sua morale pronta a fare capolino tra le righe del finale. Nelle ultime scene, a rassicurarci più d'ogni altra cosa, c'è però il sorriso di Gabrielle (Léa Seydoux): sembra fare il paio con quello, dello stesso Allen, che concludeva Manhattan trentanni fa. Perché dimostra che, tutto sommato, ci è ancora concesso di guardare al passato con un po' di nostalgia. Soprattutto se si tratta di un passato che non abbiamo vissuto.
Godibile.

«Wow! I don't know what it is about this city!
It's like, I've got to write a note to the Chamber of Commerce.»
 
Pagine: 1 2 3 4


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