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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.

Fuori orario(After Hours)Martin Scorsese, 1985 (USA), 97'
Paul Hackett (Griffin Dunne), computer geek ante litteram, impiegato senza stimoli né interessi, arriva al termine della ennesima giornata di lavoro in ufficio. Ad aspettarlo seduta nella sua tavola calda di fiducia c'è però un'attraente biondina (Rosanna Arquette) che legge Il Tropico del Cancro e inaspettatamente lo abborda, parlandogli delle bizzarre sculture che la sua coinquilina crea e vende. Tornato a casa, annoiato e depresso, Paul si decide a tentare la fortuna in quella serata, andando a far visita proprio alla strana ragazza che aveva incontrato qualche minuto prima. Da quel momento in poi inizia la sua discesa negli inferi di Soho, dove sarà preso di mira da ognuno degli stereotipi newyorkesi disponibili: partendo dal taxista scorbutico sino ad arrivare ad una improbabile ronda di quartiere, passando per artisti bizzarri, suicidi, fughe, furti e aggressioni di ogni genere – rischia persino di essere rapato a zero da un gruppo di punk. La mattina seguente, nonostante tutto, riuscirà ad arrivare puntuale in ufficio. La tanto odiata routine adesso sembra incredibilmente affascinante.
Martin Scorsese torna a raccontarci la sua New York, che a momenti sembra presa da qualcuno dei celeberrimi gironi danteschi. Manca però la violenza brutale di Mean Streets e Taxi Driver, o l'escalation psichedelica di Al di là della vita, perché in Fuori orario a prevalere è la vena ironica, l'esagerazione, il curatissimo crescendo. Nessuno potrebbe aspettarsi che l'innocua banconota persa dal protagonista durante il rocambolesco viaggio in taxi, intrapreso per raggiungere la ragazza appena conosciuta, possa rappresentare il prologo di un vero e proprio incubo; Paul è solo, in un quartiere sconosciuto, senza punti di riferimento né un modo per tornare indietro prima dell'alba. Così è costretto a trovare di volta in volta rifugio (prima in un pub, poi nell'appartamento di una cameriera ninfomane, quindi in un improbabile locale) per sfuggire alla folla sempre più numerosa di persone che per qualche motivo ce l'hanno con lui, credendolo un pericoloso delinquente. Scorsese riesce a parodiare con maestria l'atmosfera dei suoi film precedenti, grazie all'aiuto della valida sceneggiatura di Joseph Minion e della credibile fotografia firmata Michael Ballaus, che contribuisce a condurre lo spettatore attraverso le deliranti avventure del povero Paul, vittima della sua impacciata voglia di sconfiggere la noia. Attingendo qualcosa da Buñuel e qualche altra persino da Hitchcock, Fuori orario (film poco conosciuto e a budget ridotto ma non per questo “minore”) si dimostra una godibile black comedy che grazie al suo ritmo serratissimo e alla mano capace di Scorsese riesce ancora a conquistare, vent'anni dopo l'uscita nelle sale.

Il Disprezzo (Le mépris) Jean-Luc Godard, 1963 (Francia, Italia), 103’ (84’ IT)
Tra tutti i film di Jean-Luc Godard, Il Disprezzo è stato uno dei meno apprezzati da critica e pubblico, soprattutto nostrani. I baroni del nostro giornalismo specializzato hanno osteggiato oltremodo questa pellicola forse anche perché il cineasta francese (tra i più illustri “genitori” della Nouvelle Vague) scelse di riadattare, con qualche licenza di troppo, un racconto di Alberto Moravia per trasformarlo in sceneggiatura; inoltre una vera e propria mutilazione fu messa in atto ai danni dell’opera originale da parte della distribuzione italiana (produttore Carlo Ponti), stravolgendo il film e comunque privandolo di quella forza figurativa che rappresenta significativamente la cifra stilistica del “primo” Godard.
Una delle peculiarità de Il Disprezzo, che contribuì senza dubbio al suo scarso appeal sul pubblico, è rappresentata dalla totale secondarietà della trama rispetto alla forma: una blasfemia per lo spettatore tipo che vede l’apostata transalpino proporre minuti e minuti di dialoghi privi di spessore o di alcun fine narrativo; dopo il passaggio cruciale dalla surreale sequenza iniziale (tanto cult da divenire pane per scaltri pubblicitari decenni dopo) all’episodio che cambia ineluttabilmente l’equilibrio della precaria coppia Piccoli-Bardot, ognuna delle scene diviene un ridondante esercizio di stile, superfluo, verboso, nel quale spicca solo un memorabile e provocatorio eloquio di oscenità che la Bardot scandisce con simulatissimo candore. Infatti poco importa quanto Paul (Michel Piccoli) tenti di sforzarsi per recuperare la fiducia (e l’amore) della bella Camille (Brigitte Bardot) perché lei lo disprezza, lo disprezza dopo aver compreso quanto sia “sacrificabile” per l’uomo in vista di un possibile guadagno – Piccoli, regista in difficoltà, quasi incoraggia le attenzioni un po’ troppo evidenti che un produttore (Jack Palance) rivolge alla sua giovane moglie.
L’eterno litigio tra i due diviene una coreografica rappresentazione, nella quale più delle parole (vuote), contano le immagini e la loro componente puramente estetica (lo stesso Piccoli, col suo cappello e il sigaro sempre in bocca, sembra una caricatura del regista di felliniana memoria); non a caso questo battibecco itinerante passa dal curatissimo ma sgombro interno di un loft fino al mare e alla costa di Capri, attingendo così alla preziosa bellezza del paesaggio naturale. La “scusa” è quella di un film da girare (e quale altrimenti), affiancando Fritz Lang, che interpreta se stesso, incapace di ultimare con profitto le riprese di un’ennesima trasposizione delle gesta di Ulisse. L’escamotage mitologico consente anche divagazioni, ancora una volta inutili ma indispensabili, su arte e scenari, su scultorei busti di pietra e il blu splendente del mare che circonda la fittizia Itaca. Ad accompagnare la maggior parte delle scene è presente uno stupendo contrappunto musicale, il Theme de Camille di Georges Delerue, che sembra vivere in perfetta simbiosi con le immagini sin dalla prima sequenza-manifesto del film (i titoli di testa “recitati”), e che conferisce al lavoro di Godard una terza dimensione altrimenti inarrivabile.
Il Disprezzo è, insomma, un puro esercizio di stile, che non vuole però ricostruire i canoni di un genere (come il precedente Fino all’ultimo respiro) ma essere invece un inno alla bellezza, un vero e proprio trattato sull’estetica – dal corpo di B.B. all’ideale classico delle sculture, sino ai palcoscenici mozzafiato sui quali si svolgono le ultime sequenze del film, come la pittoresca Villa Malaparte, a Capri. Più che ammiccare con malizia, Godard illumina con la passione di un critico d’arte, prova a mostrare invece di spiegare, lascia all’occhio dello spettatore (e non forse alla mente) il giudizio ultimo sul suo lavoro. Ed è per questo che a quarant’anni dall’uscita, Il Disprezzo mantiene ancora intatta tutta la sua forza ed espressività, slegato com’è dai consueti canoni dell’intreccio cinematografico: potere alle immagini, alla loro forza evocativa. Cosa è il Cinema, se non questo?

Al di là della vita (Bringing Out the Dead)
Martin Scorsese, 2000 (Usa), 111’
Le nottate assurde di un paramedico, viste attraverso gli occhi allucinati di Martin Scorsese. Ecco un valido sottotitolo per Bringing Out the Dead (teniamo l’originale, meglio), racconto per certi versi da incubo delle avventure di Nicolas Cage che novello Taxi Driver è costretto a sopportare una infernale, notturna, New York, popolata da ubriachi, vagabondi, delinquenti, tossici, prostitute.
Ad accompagnarlo nella sua ambulanza, oltre a una colonna sonora ispirata e alla fotografia spruzzata d’acido curata dal pluri-premio Oscar Robert Richardson, ci sono individui assurdi e stereotipati: il bonario panzuto e scansafatiche (John Goodman), il nero con modi da profeta in discreta crisi di mezz’età (Ving Rhames, indimenticato boss di Pulp Fiction), il pazzo scatenato, violento e pericoloso (Tom Sizemore). Insomma si tratta di una ambulanza sulla quale non vorreste essere mai trasportati, nè da paziente, nè da semplice “ospite” – come spesso accade alla contraddittoria Rosanna Arquette, figlia di un malato senza speranza della quale si invaghisce Cage, due individui sull’orlo del baratro che finiscono col salvarsi a vicenda.
Scorsese si diverte ad utilizzare espedienti eccessivi, ritmo e situazioni sopra le righe, per caricare di grottesco la storia di questo patetico uomo, distrutto dal senso di colpa e da un lavoro a dir poco logorante. Alla lunga, la sfilza di avventure di Cage e dei suoi eterogenei colleghi diviene ridondante, troppo sopra le righe, un puro esercizio di stile che però non è sorretto da una sceneggiatura adeguata (romanzo di Joe Connelly adattato per lo schermo da Paul Schrader). Tralasciando le metafore pseudo-filosofiche scontate ed un po' banali, le due ore di proiezione sono oggettivamente troppe per un trip, che stressa lo spettatore quasi quanto lo sfatto Cage (rivedibile, come sempre); nonostante Scorsese tiri fuori dal cilindro magico atmosfere giuste ed efficaci tocchi da maestro (movimenti di camera, inquadrature, il montaggio indemoniato di Thelma Schoonmaker, la scenografia di Dante Ferretti) si attendono con scorante piacere i titoli di coda ed il prevedibile simil-lieto fine.
Eccessivo, ma godibile.

New York Stories (New York Stories) Woody Allen, Francis Ford Coppola, Martin Scorsese, 1989 (Usa), 123’
L’idea che il resto del mondo ha di New York è dovuta, perlomeno in parte, alla rappresentazione che è stata data della Grande Mela da decenni di pittoresche pellicole e capolavori senza tempo. Non c’è quindi miglior modo per omaggiarla che lasciare la libertà a tre grandi cineasti americani di allestire altrettanti episodi, aventi come fil rouge l’ambientazione (newyorkese ovviamente), che declinano in modi differenti le consuete tematiche sentimental-amorose.
L’episodio d’apertura (nonché il migliore tout court) è diretto da Martin Scorsese, che racconta delle vicissitudini di un acclamato pittore (Nick Nolte), alle prese con la tormentosa relazione che lo lega alla sua allieva Rosanna Arquette. Il secondo segmento, affidato a Francis Ford Coppola, può contare su una fiera compagine nostrana (Giancarlo Giannini, il maestro Vittorio Storaro), ed è un fiabesco divertissment sui privilegiati eredi in tenera età della elite di Manhattan, che risente fortemente delle atmosfere care alla figlia del regista, Sofia Coppola, all’epoca diciottenne, co-autrice dello script. In chiusura, e non poteva certamente mancare, c'è Woody Allen con una ispirata ma un po’ ridondante commedia sui problemi che un avvocato ebreo (Allen stesso) deve fronteggiare per “sopravvivere” alle attenzioni di una esasperante madre (Mae Questel) per nulla convinta circa la promessa sposa del figlio (Mia Farrow).
Life Lessons (curato da Scorsese) è un piccolo capolavoro. C’era sufficiente materiale tra le pagine della sceneggiatura di Richard Price da poter ottenere un lungometraggio di sicura riuscita: la storia è convincente, le interpretazioni ispirate e poi Scorsese dà il meglio di sé firmando l’episodio con la sua cifra stilistica ed una selezione dei brani quanto mai ispirata – Reality, di Richard Sanderson apre e chiude la storia, e più in generale ogni brano scelto ha ruolo fondamentale in tutta la narrazione.
Il segmento dei Coppola’s, padre, figlia e nonno (Carmine, autore della colonna sonora e di un breve cameo), Life without Zoe, è una raffinata favola, dall’accuratissima realizzazione ma dal futile script. La brillante, giovanissima protagonista, Heather McComb, all’esordio assoluto in questa pellicola, avrà davanti a se un futuro non proprio all’altezza delle aspettative (azzardiamo) nel mondo delle serie tv americane con numerosissime comparsate – anche per questo può essere interessante guardare un film a vent’anni dalla sua realizzazione e uscita…
Woody Allen propone infine una versione (forse non abbastanza) ridotta della “specialità della casa”, con tanto di consueti titoli di testa che scorrono su fondo nero accompagnati da un blues spensierato. Mancano trovate particolarmente brillanti, ma dopo la controversa e complessa storia di Scorsese e l’insolito Coppola in versione baby-sitter, non c’è niente di meglio delle risate che solo Allen può assicurare – la sua madre-matrona, che finisce magicamente col far parte della volta celeste di Manhattan, diabolicamente onnisciente e chiacchierona, ricorderà a molti spiacevoli esperienze con familiari invadenti. L’unica pecca di Oedipus Wrecks è quindi una durata forse eccessiva, non giustificata dalla quantità di “materiale” a disposizione. Poco più che un corto, ma pur sempre commedia alleniana allo stato puro.
Insomma, grazie ad un invidiabile equilibrio e all’indubbio talento dei cineasti interpellati, New York Stories rappresenta sicuramente un film da non perdere per i cinemaniaci più attenti.
Melting pot.

Brivido di sangue
(The Wisdom of Crocodiles) Po-Chih Leong, 1998 (Gran Bretagna), 98’
Fondamentalmente abbiamo due tipi di thriller da celluloide, quelli che sono scritti in modo da porre al centro della narrazione il concetto del whodunit (chi è stato?), nei quali viene dato ampio risalto alle indagini svolte dai protagonisti (poliziotti, agenti FBI, giornalisti, eroi per caso), e poi quelli in cui non esiste l’incognita circa l’identità del cattivo di turno, ma bensì è proprio la caratterizzazione di questo personaggio, la sua capacità di suscitare emozioni nello spettatore a far sì che il film sia in qualche modo interessante. Considerata la cinematografia degli ultimi anni si possono considerare Seven e Il Silenzio degli Innocenti come paradigmi più o meno puntuali di questi due “sotto-generi” – nel caso del film di Demme l’esempio non è esattamente preciso in quanto il personaggio interpretato da Hopkins non risulta realmente l’antagonista principale dei “buoni”, pur finendo col catturare radicalmente l’attenzione dello spettatore con la storia di cui è protagonista, che scorre parallelamente al plot principale (o forse secondario, a voler ben vedere).
Questa verbosa introduzione serve in parte a giustificare il motivo per cui un (solo discreto) film anglosassone di dieci anni fa possa meritare menzione nelle nostre pagine; Brivido di sangue è un perfetto esempio di thriller nel quale manca il minimo dubbio circa l’aspetto dell’antagonista designato (Jude Law), così come ben poca importanza hanno nello script le indagini della polizia, liquidate con poche scene e in parte ridicolizzate da una stereotipata coppia di investigatori adatti forse più ad una farsa (Timothy Spall e Jack Davenport). Tutto l'interesse è focalizzato sulla caratterizzazione del serial killer, sulle sue fobie e le sue motivazioni.
La storia è piuttosto grottesca: un avvenente ricercatore, sofferente per qualche sorta di vampirismo-emofilia non meglio definiti, ha la necessità di uccidere ogni donna con la quale inizia una storia, sperando di trovare nel loro sangue (cioè nel sangue delle tapine), pieno di amore, una cura per le sue indicibili sofferenze. La polizia indaga, inutilmente, mentre l’ultima delle vittime in pectore (Elina Löwensohn), vive la sua storia d’amore col maniaco ignara delle possibili conseguenze.
Il misterioso regista anglo-asiatico Po-Chih Leong mette in scena lo script del parimenti sconosciuto Paul Hoffman con discreta capacità ed attenzione; dopo lo choc iniziale (assolutamente necessario) col quale fa scoprire allo spettatore nel modo più macabro possibile le abitudini dell’agghiacciante Jude Law (mediocre interpretazione, ma sicuro physique du role), l’autore, nato in Inghilterra ma formatosi ad Hong Kong, mette in scena un raffinato anticlimax che ha unico picco nella auspicabile sequenza finale. Più che sulle indagini (come detto assenti) o sulle cruente abitudini del serial killer, la narrazione è incentrata sul dramma, umanissimo, del personaggio di Law, che deve fronteggiare solitudine, paure, incertezze e la sua incapacità di rapportarsi in modo “normale” con qualsiasi persona. Il risultato è un film che si avvicina per tematiche e sviluppo quasi più ad un dramma, sebbene mantenga intatti pathos e intensità nella maggior parte delle scene – comprensibili i sussulti dello spettatore durante ogni incontro tra Law e la presunta futura vittima.
A tempo perso, esercizio di stile abbastanza interessante.

Bianciardi! (Bianciardi!)
Massimo Coppola, 2007 (Italia), 60'
Se c’è una cosa buona venuta fuori da MTV in tutta la storia della rete, questa è senza dubbio la trasmissione cult Avere Ventanni, di Massimo Coppola (già autore, per la stessa emittente, dell’innovativo Brand: New più tardi distrutto dall’opera dell’inutile e sopravvalutato Infascelli). Lo stesso gruppo di sapienti pensatori, che annovera tra le sue fila anche Giovanni Giommi e Alberto Piccinini, ha poi dato alla luce – dopo l’esordio ad MTV – anche una serie di notevoli documentari, trasmessi (e seppelliti) da La7, su temi cruciali spesso poco considerati dalla tv generalista.
Con Bianciardi!, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia del 2007, Coppola e compagni dimostrano ancora una volta le loro notevoli capacità, essendo in grado di unire ad una ricercatissima cifra stilistica contenuti di prim’ordine e mai banali.
Si tratta infatti di un documentario dedicato a Luciano Bianciardi, controverso giornalista, scrittore, meglio dire intellettuale, che visse a metà del novecento. Noto al grande pubblico per il romanzo La vita agra – racconto parzialmente autobiografico della sua fuga a Milano dalle miniere di Ribolla, inizialmente giustificata da una “vendetta” per le vittime di un terribile incidente, ma che vede poi sbiadire ideali, convinzioni e sogni annullati dai condizionamenti della grande città – Bianciardi fu autore mirabile e dissacrante. Coppola non ricerca l’apologia ma si limita a percorrere lo stesso viaggio, dalla Toscana all’esilio volontario in Liguria, passando per la Lombardia, che lo scrittore nato a Grosseto compì sessant’anni prima. Aiutato dai ricordi della figlia, e di tanti amici e conoscenti (spesso illustri), Coppola e Piccinini costruiscono un ritratto completo e convincente di una personalità assai complessa, schiacciata dalle sue stesse contraddizioni – divenuta “schiava” della città che aveva promesso di “distruggere”, con la famigerata minaccia di una bomba con la quale abbattere il Pirellone, simbolo della spregiudicatezza e dell’ingiustizia del potere economico e politico.
Coppola sceglie di essere interlocutore “invisibile” (sempre fuori campo) degli intervistati, lasciando tutto lo spazio ai protagonisti del suo documentario e, soprattutto, alla storia che cerca di raccontare. Lo stile è originale e ricercato – come intuibile già dalla interessantissima sequenza dei titoli di testa – ma non mette per questo in secondo piano la narrazione, vero fulcro di tutta l’opera. Frammenti di vecchie interviste rilasciate da Bianciardi, brevi sequenze filmate (tratte anche dal film, La vita agra, in cui lo scrittore fu interpretato da Ugo Tognazzi) e testimonianze dei conoscenti si fondono sapientemente per dar vita ad un validissimo esempio di documentario – che ha dignità artistica quantomeno pari ad un film di eccellente qualità.
Piccolo, ma brillante, gioiello.

Bianco e nero (Bianco e nero) Cristina Comencini, 2007 (Italia), 100’
Da sempre sono convinto (e orgoglioso) portabandiera di una causa nobilissima: il vilipendio verso una certa parte del cinema italiano – che con un po’ di qualunquismo si potrebbe riassumere nella famiglia Muccino –, allo stesso tempo mezzo e causa della scarsa qualità media dei film che proponiamo ogni anno. Questo paradossalmente finisce con l’instaurare nella impressionabile mente dell’uomo/donna della strada la convinzione che una pellicola made in Italy quasi non valga la pena di essere vista al cinema (pagando, persino) quando in tivvù ne è disponibile un surrogato quasi-gratuito e di simile qualità (la fiction).
Mettendo però da parte pamphlet polemici che ci porterebbero troppo lontano, torniamo a questa presunta commedia molto politically correct.
Fabio Volo (meglio quando interpreta il giovane nei programmi per finti giovani) e Aïssa Maïga sono una coppia multietnica di amanti alle prese con un ridicolo e stereotipato “scontro tra culture” oltre che con i sentimenti mai dimenticati verso i vecchi compagni (Ambra Angiolini, Eriq Ebouaney).
Cristina Comencini è l’arma di distruzione del cinema italiano più sottovalutata dell’intera storia. C’è chi pretendeva di scortarla addirittura agli Oscar (per il deprimente La bestia nel cuore), chi la considera una delle nostre registe più affermate.
Con questo film ha dimostrato, una volta ancora, la subdola pericolosità delle sue opere: mentre infatti i vari Muccino, Veronesi, Brizzi e compagnia sono degni e consapevoli autori di un certo genere di pellicole (che, seppur disprezzabili, sono permeate da una sana “onestà intellettuale”), la Comencini tenta di camuffare i suoi film con una patina di simil rispettabilità, scomodando tematiche importanti e/o situazioni pseudo-realistiche.
Bianco e Nero è una pellicola che sarebbe stata (forse) originale se girata durante gli anni sessanta, in prossimità di quell’ Indovina chi viene a cena che per certi versi tenta di scimmiottare. Ambientata però ai giorni nostri, la storia diviene un’accozzaglia di anacronistici e (francamente) preoccupanti luoghi comuni che dicono molto di più circa gli sceneggiatori – ben tre, Giulia Calenda, Maddalena Ravagli, Cristina Comencini – piuttosto che riguardo il tempo in cui viviamo.
Alcune sequenze sono raccapriccianti, e riescono nell’arduo compito di offendere contemporaneamente entrambe le “civiltà” coinvolte (questa si che è uguaglianza); quando queste geniali trovate vengono a mancare, allora il film naviga in un noioso mare di finto perbenismo – c’è da segnalare il personaggio del genero di Volo, Franco Branciaroli, che interpreta una sorta di avventuriero con la fissazione per le donne africane, mania ampiamente appagata negli anni di colonialismo sessuale trascorsi nel “continente nero”. Si, meglio stendere un velo pietoso.
In questo contesto, possono ben poco gli attori (tra i quali spicca Billo Thiernothian, che qualcuno ricorderà come il Billo! del quale Teo Mammucari si prendeva gioco quando faceva ancora dei programmi divertenti), intrappolati nei più classici cliché e senza spazio per situazioni realmente interessanti o lontanamente originali.
Insomma, per noi è molto più pericolosa Cristina Comencini del tanto vituperato (ed ormai spedito all'estero) Gabriele Muccino. Meglio accorgersene prima che sia troppo tardi.
Imbarazzante.

Burn After Reading – A prova di spia
(Burn After Reading) Ethan e Joel Coen, 2008 (Usa), 96’
Non era facile, a pochi mesi dal capolavoro No Country for Old Men, tirare fuori dal cilindro un altro film straordinario. I fratelli Ethan e Joel Coen virano perciò sulla commedia un po’ politica e un po’ sociale, con qualche divertito luogo comune di troppo, ma nobilitata da un cast pieno di stelle dotate di un sanissimo grado d'autoironia.
La farsa gira tutta intorno ad un compromettente cd, pieno di informazioni confidenziali, perso a causa della negligenza di un amareggiato analista, John Malkovich, fresco di licenziamento inspiegabile dalla CIA. L’uomo è sposato con un'intollerabile arpia (Tilda Swinton) che, per giunta, lo tradisce con un bizzarro ominide, paranoico e ipocondriaco (un impagabile George Clooney, che vale da solo il film). Le loro disavventure sono fatalmente collegate, grazie al famoso cd, a quelle di due aspiranti spie dal quoziente intellettivo preoccupantemente basso, Frances McDormand e Brad Pitt, che vengono in possesso dei dati segreti e tentano maldestramente di lucrarci, sotto lo sguardo un po’ complice del loro capo, Richard Jenkins.
Come intuibile dalla sinossi, il film sembra più una parata di nomi che una commedia particolarmente brillante. I fratelli Coen non si sforzano più di tanto nell’immaginare una trama coerente od originale, ma preferiscono contare sulla caratterizzazione, forzata, dei vari personaggi per conferire alla storia la giusta vis comica. In effetti il ritmo serrato, insieme ad alcune interpretazioni molto riuscite (vedi il solito commediante nato, Clooney, e Pitt, che per una volta sceglie un ruolo col quale prendere in giro molti dei suoi consueti personaggi), mantiene la pellicola su livelli più che accettabili, anche se col passare dei minuti ci si inizia a chiedere, parafrasando il principe De Curtis, dove questi sceneggiatori vogliano andare a parare. Ed il finale, affrettato e confuso, sembra favorire l’ipotesi secondo la quale i Coen abbiano semplicemente finito la pellicola su cui girare – o peggio, le idee da proporre. Può non bastare, infatti, accontentarsi di dipingere la CIA come un insieme di babbei (davvero brillante J.K. Simmons nel ruolo del grande capo), incapaci di gestire una “crisi” che da ridicola assume le proporzioni della strage, o affidarsi alle smorfie di Pitt e Malkovich per ottenere una commedia veramente interessante.
Probabilmente senza avere ancora negli occhi Bardem, con pistola ad aria compressa e pettinatura discutibile, si potrebbe essere più generosi nei confronti di Burn After Reading. Una volta visto il meglio, però, diventiamo tutti molto esigenti.
Bravi, ma non si impegnano.

Il seme della discordia (Il seme della discordia) Pappi Corsicato, 2008 (Italia), 85'
In Italia siamo sempre felici di poter bollare tutto in qualche modo. Dai calciatori, ai personaggi pubblici, fino ai registi: ognuno merita una fiera e pretestuosa etichetta che difficilmente potrà schiodarsi di dosso, qualsiasi cosa farà della sua vita.
Pappi Corsicato, napoletano atipico con una certa tendenza alla misandria, è quindi divenuto subito “l’Almodóvar de noantri”, con tutto quello che ne può seguitare; l’uscita di ogni suo film non ha più potuto prescindere da una certa patina di giudizio a priori e considerazioni bigotte.
Il seme della discordia, accolto con scetticismo da critica e pubblico, è invece l’esempio più lampante dell’innegabile estro cinematografico che l’ottimo Corsicato è capace di proporre: un divertissement godibile, esercizio di stile che offusca, e mette in secondo piano, una trama di certo non particolarmente illuminante.
La coppia Caterina Murino-Alessandro Gassman è prigioniera di mutismo ed abitudine: lei, imprenditrice in carriera piena di ambizioni, condivide con la madre (Valeria Fabrizi) un negozietto di abbigliamento e brama l’apertura di un innovativo concept store (di cosa si tratti effettivamente, nessuno sembra capirlo); lui, rappresentante di concimi in perenne viaggio, ha una donna in ogni serra e trascura moglie e matrimonio. L’equilibrio viene turbato dalla misteriosa gravidanza della donna, fedelissima al marito sterile, che sconvolge tutto il microcosmo da fiaba in cui scorrazzano anche Isabella Ferrari (pizzettara deliziosamente sguaiata), Martina Stella (commessa con la sindrome da bambola) e Michele Venitucci, guardia privata dal cruciale ruolo nello sviluppo della vicenda.
Corsicato riesce in un’impresa diabolica: annullare ogni riferimento alla città forse più riconoscibile dell’intero globo, e lo fa ambientando la sua storia nel Centro Direzionale di Napoli, un quartiere pieno di grattacieli, in cui ogni spazio è razionalizzato, geometrico. Niente golfo, niente vicoli sconnessi; si tratta di un luogo etereo, in cui non stona un improbabile boschetto dai colori caldi nel quale è ambientata una delle sequenze stilisticamente più interessanti dell’intera pellicola – il duo Murino-Venitucci è ripreso, contemporaneamente, in campo lungo e primo piano, per valorizzare allo stesso tempo ambientazione e intensità degli sguardi.
Non mancano svariate citazioni, dal piano sequenza iniziale in cui dominano le attraenti gambe di indaffaratissime passanti, sino al più divertito riferimento tarantiniano che vede protagonista la Murino, con tanto di tuta scarlatta ed armata di una vanga d’oro, novella vendicatrice in pieno stile Kill Bill.
Il ritmo serratissimo segue con agilità lo svolgersi della vicenda, senza mai dimenticare di strizzare l’occhio alla teatralità e al paradosso: non si fa nulla per conferire verosimiglianza a ciò che accade nè tantomeno alla cifra stilistica con cui è proposto. L’unico riferimento partenopeo è possibile trovarlo nell’accento (discretamente celato) dei protagonisti e in un anonimo scorcio in riva al mare, scelto più per motivi estetici che di effettivo interesse narrativo – e usato come pretesto per ambientarvi un’altra sequenza memorabile, in cui Corsicato gioca con i primi piani della avvenente coppia di protagonisti e con la fotografia, che perde ogni riferimento realistico divenendo un riflesso del loro stato emotivo.
Esercizio di stile, effimero divertimento per cinematografari: chiamatelo come vi pare, ma si tratta di un assoluto piacere per chi lo guarda – e può/vuole apprezzare. Il resto sono le solite ciarle a priori, piuttosto presuntuose; in tal caso, tenetevi stretto il vostro Muccino preferito.

Pranzo di ferragosto (Pranzo di ferragosto) Gianni Di Gregorio, 2008 (Italia), 75’
Nella Roma desolata di ferragosto, un uomo di mezza età (Gianni Di Gregorio) gira tra i soliti venditori di fiducia: un bianchetto in osteria, verdure comprate dal cordiale ortolano, un ventilatore ancora funzionante raccattato dalla pattumiera che trabocca. Compra tutto “a credito” e poi si dirige nel suo appartamento, dalla madre, nobildonna decaduta (Valeria de Franciscis), che accudisce con affetto; ad aspettarlo una visita spiacevole: il padrone di casa, che pretende soldi arretrati, fino a barattarli con una soluzione quantomeno bizzarra. Lascia a casa del buon Gianni sua madre (con annessa zia non propriamente lucida) per poter trascorrere una giornata alle terme, con una bionda mica male. L’appartamento diventa ospizio di lusso, quando li raggiunge anche un’altra anziana signora, la madre del medico di famiglia, anch’egli troppo impegnato in quei giorni; in quest’atmosfera surreale, l’improvvisato badante dovrà fare i conti con i capricci e le idiosincrasie di una variegata (e canuta) umanità.
Prodotto da Matteo Garrone, il primo film da regista di Gianni Di Gregorio (già aiuto e sceneggiatore di varie opere del suo mecenate, vedi Gomorra) è brillante e vitale. La durata e le poche ambientazioni lo rendono quasi una piece teatrale – Accorsi la esporterà in Francia e forse anche da noi – e dopo l’ora scarsa di proiezione spiace che la pantomima sia già finita. Il gruppo di anziane e naturalissime attrici non professioniste ( Marina Cacciotti, Maria Calì, Grazia Cesarini Sforza) contribuisce a conferire una inaspettata vis comica alla storia, così come Di Gregorio, irresistibile nel suo essere una caricatura non troppo generosa dell’italiano precario e un po' mammone (ma col cuore d’oro e l’attenzione al portafogli).
L’ambientazione agostana è perfetto paradigma del contrasto con la vita frenetica dei nostri giorni, cui si contrappone la flemma che Gianni ostenta in ogni situazione, anche la più assurda. Non si scompone, si limita solo a bere – di continuo – e cucinare delizie caserecce senza badare a spese (tanto pagano le vecchiette).
Non mancano spunti di riflessione in questa commedia coraggiosamente contro-botteghino, ma a tratti irresistibile e sicuramente riuscita. Il pubblico che si ritrova a vederla (dall’ammiratore dei vacanzieri itineranti De Sica e/o Boldi allo specialista in cinema d’essay), finisce con l’esserne conquistato, completamente.
E si trova a pensare: peccato finisca così presto.
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online dal 16 ottobre 2006
09/09/2010 @ 16.50.42
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