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 De Palma... di Emanuele P.
 
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Molti film sono solo fotografie di gente che parla.

Alfred Hitchcock
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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
a cura di Emanuele P. (del 16/01/2013 @ 14:06:37, in Amarcord, linkato 867 volte)

Casinò
(Casinò)
Martin Scorsese, 1995 (USA), 182'

Si intitolava Casinò: Love and Honor in Las Vegas, il romanzo di Nicholas Pileggi da cui Martin Scorsese derivò il plot per il suo capolavoro del 1995. Un film che consegnò a Sharon Stone una candidatura all’Oscar come migliore attrice, una nomination per la regia ai Golden Globe a Scorsese, e la vittoria di un Nastro d’Argento a Daniele Ferretti, per la scenografia. Casinò, a sentire Thelma Schoonmaker, co-autrice e montatrice della pellicola, si definì in corso d’opera e quasi naturalmente condusse gli autori a concentrarsi sul tema della corruzione, portando il film ad essere quello che la critica, insieme a Mean Street (1973) e a Quei bravi ragazzi (1990), considera l’ultimo capitolo della trilogia di mafia del regista.
 
Di onore e amore, per tornare a Pileggi, nel film in realtà neanche l’ombra, a dominare sono l’egoismo e l’arrivismo dei tre personaggi principali, congiunti da forti legami d’affetto ed amicizia che non reggeranno, tuttavia, all’avidità e ai sogni di successo di ciascuno. È questo il mondo di Sam Rothstein detto Asso (Robert De Niro), Ginger McKenna (Sharon Stone) e Nichy Santoro (Joe Pesci). A servire da sfondo alle tre storie è il nuovo casinò aperto dalla famiglia mafiosa Gaggi, struttura che Asso ha il compito di dirigere, coadiuvato dall’amico Nichy, e dalla moglie Ginger, donna arrivista e calcolatrice. Una situazione di partenza positiva per i tre, che in conclusione falliranno su tutti i fronti, portando nel baratro gli stessi Gaggi.
 
Il film di Scorsese, a quasi venti anni dalla sua uscita, continua ad essere attuale, soprattutto per il grande successo riscosso nell’ultimo periodo dal gioco d’azzardo, con la conseguente apertura di grandi casinò in tutto il mondo. L’immaginario mafioso descritto dal regista, in parte reale, manifesta quelle perplessità generalmente suscitate dall’inaugurazione di un nuovo casinò.
 
Benché, per fare un esempio, quello di Deuville rappresenti un caso virtuoso in questo senso, continui controlli a tappeto ne evitano le infiltrazioni mafiose, pare che i marsigliesi non abbiano accolto con grande entusiasmo la notizia che Marsiglia sarà trasformata nella nuova Montecarlo. Un piano faraonico di investimenti, quasi 50 milioni di euro, e una progettualità da fare impallidire le proposte avanzate nel nostro paese, quella di San Pellegrino Terme, confezionata l’anno precedente da tre leghisti, ed ora quella del Comune di Taormina, che è in pressing per un casinò. Certo l’esempio della Francia potrebbe essere seguito, poiché virtuoso, ma tenendo in considerazione le criticità del territorio siciliano, e soprattutto che i quattro casino terresti presenti sul nostro territorio non godono in realtà di buona salute. Certo l’esempio della Francia potrebbe essere seguito, poiché virtuoso, ma tenendo in considerazione le criticità del territorio siciliano, e soprattutto che i quattro casino terresti presenti sul nostro territorio non godono in realtà di buona salute.
 
a cura di Emanuele P. (del 18/10/2010 @ 12:55:42, in Amarcord, linkato 1759 volte)

Wall Street
(Wall Street)
Oliver Stone, 1987 (USA), 126'

In tutto il mondo, dai grattacieli di Manhattan fino alla baracca di legno nella quale vive il prestanome di una società offshore, ci sono migliaia di persone che possono giurare di essere state convinte ad entrare (in qualche modo) nel “patinato” mondo della finanza dalla visione di un film: Wall Street. Era il 1987 e l'ultima opera di Oliver Stone metteva in scena l'esotico ed affascinante ecosistema della borsa newyorkese, un Eden nel quale, con la giusta dose di ambizione e mancanza di scrupoli, saresti stato accolto da individui come Gordon Gekko (Michael Douglas), magnate di dubbia moralità ma evidente successo. Questa nuova versione del “sogno americano” irretisce il giovane Buddy (Charlie Sheen) che nella sua ascesa verso l'Olimpo dell'alta finanza si scontra con l'etica e il buon senso del padre sindacalista (Martin Sheen).

«Il guaio principale del denaro è che ti fa fare delle cose che non vorresti fare» ha modo di affermare Lou Mannheim (omaggio al padre di Stone, Louis, ex broker di Wall Street) rivolto al giovane Buddy, che sta iniziando a dimostrarsi troppo avvezzo all'arrampicata senza remore; il personaggio interpretato da Hal Holbrook è quello scelto dal regista americano quale portavoce per il suo punto di vista, un monito atto a condannare l'insostenibile cinismo ormai imperante nel mondo della finanza. Il film di Stone però sarebbe presto finito nel dimenticatoio se fosse stato realmente efficace nel raggiungimento di un tale proposito, perché una volta privato del suo indubbio appeal – in grado di condizionare anche più di qualche autore, come Bret Easton Ellis (American Psycho) – si sarebbe rivelato un mediocre drama, con personaggi stilizzati e spesso sopra le righe, situazioni improbabili e svolte incomprensibili. Alcune scelte della sceneggiatura sono infatti giustificabili solo premessa la consueta tendenza di Stone ad ammantare strumentalmente di demagogia e politically correct tematiche importanti, come la guerra e la politica; così il suo protagonista, Buddy, arrivato faticosamente in cima al mondo (con tanto di simbolico attico che domina Manhattan) sceglie di commettere un vero e proprio suicidio economico-sociale in virtù di una epifanica riscoperta di etica e morale. Va dato comunque atto al cineasta americano di aver evidenziato, prima di molti altri, i semi di quel malcostume che è poi fiorito rigogliosamente nella crisi con la quale ancora oggi dobbiamo confrontarci, in parte cavalcandolo con l'utilizzo dei suoi rassicuranti stereotipi (ognuno dei personaggi è l'archetipo di una determinata “classe”). Nell'epoca dei mutui subprime, delle banche che rischiano il fallimento, diviene inevitabile il ritorno sulla scena dello squalo Gekko, con tanto di inatteso ravvedimento, canuto protagonista di Wall Street 2: Money never sleeps. Considerato che a Douglas non resta neanche più un aspetto convincente (la recitazione non c'è mai stata), ne vedremo delle belle.
Nonostante tutto, cult.
 
a cura di Emanuele P. (del 12/05/2010 @ 12:09:39, in Amarcord, linkato 2062 volte)

Fuori orario
(After Hours)
Martin Scorsese, 1985 (USA), 97'

Paul Hackett (Griffin Dunne), computer geek ante litteram, impiegato senza stimoli né interessi, arriva al termine della ennesima giornata di lavoro in ufficio. Ad aspettarlo seduta nella sua tavola calda di fiducia c'è però un'attraente biondina (Rosanna Arquette) che legge Il Tropico del Cancro e inaspettatamente lo abborda, parlandogli delle bizzarre sculture che la sua coinquilina crea e vende. Tornato a casa, annoiato e depresso, Paul si decide a tentare la fortuna in quella serata, andando a far visita proprio alla strana ragazza che aveva incontrato qualche minuto prima. Da quel momento in poi inizia la sua discesa negli inferi di Soho, dove sarà preso di mira da ognuno degli stereotipi newyorkesi disponibili: partendo dal taxista scorbutico sino ad arrivare ad una improbabile ronda di quartiere, passando per artisti bizzarri, suicidi, fughe, furti e aggressioni di ogni genere – rischia persino di essere rapato a zero da un gruppo di punk. La mattina seguente, nonostante tutto, riuscirà ad arrivare puntuale in ufficio. La tanto odiata routine adesso sembra incredibilmente affascinante.

Martin Scorsese torna a raccontarci la sua New York, che a momenti sembra presa da qualcuno dei celeberrimi gironi danteschi. Manca però la violenza brutale di Mean Streets e Taxi Driver, o l'escalation psichedelica di Al di là della vita, perché in Fuori orario a prevalere è la vena ironica, l'esagerazione, il curatissimo crescendo. Nessuno potrebbe aspettarsi che l'innocua banconota persa dal protagonista durante il rocambolesco viaggio in taxi, intrapreso per raggiungere la ragazza appena conosciuta, possa rappresentare il prologo di un vero e proprio incubo; Paul è solo, in un quartiere sconosciuto, senza punti di riferimento né un modo per tornare indietro prima dell'alba. Così è costretto a trovare di volta in volta rifugio (prima in un pub, poi nell'appartamento di una cameriera ninfomane, quindi in un improbabile locale) per sfuggire alla folla sempre più numerosa di persone che per qualche motivo ce l'hanno con lui, credendolo un pericoloso delinquente. Scorsese riesce a parodiare con maestria l'atmosfera dei suoi film precedenti, grazie all'aiuto della valida sceneggiatura di Joseph Minion e della credibile fotografia firmata Michael Ballaus, che contribuisce a condurre lo spettatore attraverso le deliranti avventure del povero Paul, vittima della sua impacciata voglia di sconfiggere la noia. Attingendo qualcosa da Buñuel e qualche altra persino da Hitchcock, Fuori orario (film poco conosciuto e a budget ridotto ma non per questo “minore”) si dimostra una godibile black comedy che grazie al suo ritmo serratissimo e alla mano capace di Scorsese riesce ancora a conquistare, vent'anni dopo l'uscita nelle sale.
 
a cura di Emanuele P. (del 07/01/2010 @ 10:15:30, in Amarcord, linkato 4242 volte)

Il Disprezzo
(Le mépris)
Jean-Luc Godard, 1963 (Francia, Italia), 103’ (84’ IT)
 
Tra tutti i film di Jean-Luc Godard, Il Disprezzo è stato uno dei meno apprezzati da critica e pubblico, soprattutto nostrani. I baroni del nostro giornalismo specializzato hanno osteggiato oltremodo questa pellicola forse anche perché il cineasta francese (tra i più illustri “genitori” della Nouvelle Vague) scelse di riadattare, con qualche licenza di troppo, un racconto di Alberto Moravia per trasformarlo in sceneggiatura; inoltre una vera e propria mutilazione fu messa in atto ai danni dell’opera originale da parte della distribuzione italiana (produttore Carlo Ponti), stravolgendo il film e comunque privandolo di quella forza figurativa che rappresenta significativamente la cifra stilistica del “primo” Godard.

Una delle peculiarità de Il Disprezzo, che contribuì senza dubbio al suo scarso appeal sul pubblico, è rappresentata dalla totale secondarietà della trama rispetto alla forma: una blasfemia per lo spettatore tipo che vede l’apostata transalpino proporre minuti e minuti di dialoghi privi di spessore o di alcun fine narrativo; dopo il passaggio cruciale dalla surreale sequenza iniziale (tanto cult da divenire pane per scaltri pubblicitari decenni dopo) all’episodio che cambia ineluttabilmente l’equilibrio della precaria coppia Piccoli-Bardot, ognuna delle scene diviene un ridondante esercizio di stile, superfluo, verboso, nel quale spicca solo un memorabile e provocatorio eloquio di oscenità che la Bardot scandisce con simulatissimo candore. Infatti poco importa quanto Paul (Michel Piccoli) tenti di sforzarsi per recuperare la fiducia (e l’amore) della bella Camille (Brigitte Bardot) perché lei lo disprezza, lo disprezza dopo aver compreso quanto sia “sacrificabile” per l’uomo in vista di un possibile guadagno – Piccoli, regista in difficoltà, quasi incoraggia le attenzioni un po’ troppo evidenti che un produttore (Jack Palance) rivolge alla sua giovane moglie.
L’eterno litigio tra i due diviene una coreografica rappresentazione, nella quale più delle parole (vuote), contano le immagini e la loro componente puramente estetica (lo stesso Piccoli, col suo cappello e il sigaro sempre in bocca, sembra una caricatura del regista di felliniana memoria); non a caso questo battibecco itinerante passa dal curatissimo ma sgombro interno di un loft fino al mare e alla costa di Capri, attingendo così alla preziosa bellezza del paesaggio naturale. La “scusa” è quella di un film da girare (e quale altrimenti), affiancando Fritz Lang, che interpreta se stesso, incapace di ultimare con profitto le riprese di un’ennesima trasposizione delle gesta di Ulisse. L’escamotage mitologico consente anche divagazioni, ancora una volta inutili ma indispensabili, su arte e scenari, su scultorei busti di pietra e il blu splendente del mare che circonda la fittizia Itaca. Ad accompagnare la maggior parte delle scene è presente uno stupendo contrappunto musicale, il Theme de Camille di Georges Delerue, che sembra vivere in perfetta simbiosi con le immagini sin dalla prima sequenza-manifesto del film (i titoli di testa “recitati”), e che conferisce al lavoro di Godard una terza dimensione altrimenti inarrivabile.

Il Disprezzo è, insomma, un puro esercizio di stile, che non vuole però ricostruire i canoni di un genere (come il precedente Fino all’ultimo respiro) ma essere invece un inno alla bellezza, un vero e proprio trattato sull’estetica – dal corpo di B.B. all’ideale classico delle sculture, sino ai palcoscenici mozzafiato sui quali si svolgono le ultime sequenze del film, come la pittoresca Villa Malaparte, a Capri. Più che ammiccare con malizia, Godard illumina con la passione di un critico d’arte, prova a mostrare invece di spiegare, lascia all’occhio dello spettatore (e non forse alla mente) il giudizio ultimo sul suo lavoro. Ed è per questo che a quarant’anni dall’uscita, Il Disprezzo mantiene ancora intatta tutta la sua forza ed espressività, slegato com’è dai consueti canoni dell’intreccio cinematografico: potere alle immagini, alla loro forza evocativa. Cosa è il Cinema, se non questo?
 
a cura di Emanuele P. (del 04/07/2009 @ 19:16:41, in Amarcord, linkato 2696 volte)

Al di là della vita
(Bringing Out the Dead)
Martin Scorsese, 2000 (Usa), 111’
 
Le nottate assurde di un paramedico, viste attraverso gli occhi allucinati di Martin Scorsese. Ecco un valido sottotitolo per Bringing Out the Dead (teniamo l’originale, meglio), racconto per certi versi da incubo delle avventure di Nicolas Cage che novello Taxi Driver è costretto a sopportare una infernale, notturna, New York, popolata da ubriachi, vagabondi, delinquenti, tossici, prostitute.
Ad accompagnarlo nella sua ambulanza, oltre a una colonna sonora ispirata e alla fotografia spruzzata d’acido curata dal pluri-premio Oscar Robert Richardson, ci sono individui assurdi e stereotipati: il bonario panzuto e scansafatiche (John Goodman), il nero con modi da profeta in discreta crisi di mezz’età (Ving Rhames, indimenticato boss di Pulp Fiction), il pazzo scatenato, violento e pericoloso (Tom Sizemore). Insomma si tratta di una ambulanza sulla quale non vorreste essere mai trasportati, nè da paziente, nè da semplice “ospite” – come spesso accade alla contraddittoria Rosanna Arquette, figlia di un malato senza speranza della quale si invaghisce Cage, due individui sull’orlo del baratro che finiscono col salvarsi a vicenda.
 
Scorsese si diverte ad utilizzare espedienti eccessivi, ritmo e situazioni sopra le righe, per caricare di grottesco la storia di questo patetico uomo, distrutto dal senso di colpa e da un lavoro a dir poco logorante. Alla lunga, la sfilza di avventure di Cage e dei suoi eterogenei colleghi diviene ridondante, troppo sopra le righe, un puro esercizio di stile che però non è sorretto da una sceneggiatura adeguata (romanzo di Joe Connelly adattato per lo schermo da Paul Schrader). Tralasciando le metafore pseudo-filosofiche scontate ed un po' banali, le due ore di proiezione sono oggettivamente troppe per un trip, che stressa lo spettatore quasi quanto lo sfatto Cage (rivedibile, come sempre); nonostante Scorsese tiri fuori dal cilindro magico atmosfere giuste ed efficaci tocchi da maestro (movimenti di camera, inquadrature, il montaggio indemoniato di Thelma Schoonmaker, la scenografia di Dante Ferretti) si attendono con scorante piacere i titoli di coda ed il prevedibile simil-lieto fine.
Eccessivo, ma godibile.
 
 
a cura di Emanuele P. (del 22/06/2009 @ 13:16:21, in Amarcord, linkato 2732 volte)

New York Stories
(New York Stories)
Woody Allen, Francis Ford Coppola, Martin Scorsese, 1989 (Usa), 123’
 
L’idea che il resto del mondo ha di New York è dovuta, perlomeno in parte, alla rappresentazione che è stata data della Grande Mela da decenni di pittoresche pellicole e capolavori senza tempo. Non c’è quindi miglior modo per omaggiarla che lasciare la libertà a tre grandi cineasti americani di allestire altrettanti episodi, aventi come fil rouge l’ambientazione (newyorkese ovviamente), che declinano in modi differenti le consuete tematiche sentimental-amorose.
 
L’episodio d’apertura (nonché il migliore tout court) è diretto da Martin Scorsese, che racconta delle vicissitudini di un acclamato pittore (Nick Nolte), alle prese con la tormentosa relazione che lo lega alla sua allieva Rosanna Arquette. Il secondo segmento, affidato a Francis Ford Coppola, può contare su una fiera compagine nostrana (Giancarlo Giannini, il maestro Vittorio Storaro), ed è un fiabesco divertissment sui privilegiati eredi in tenera età della elite di Manhattan, che risente fortemente delle atmosfere care alla figlia del regista, Sofia Coppola, all’epoca diciottenne, co-autrice dello script. In chiusura, e non poteva certamente mancare, c'è Woody Allen con una ispirata ma un po’ ridondante commedia sui problemi che un avvocato ebreo (Allen stesso) deve fronteggiare per “sopravvivere” alle attenzioni di una esasperante madre (Mae Questel) per nulla convinta circa la promessa sposa del figlio (Mia Farrow).
 
Life Lessons (curato da Scorsese) è un piccolo capolavoro. C’era sufficiente materiale tra le pagine della sceneggiatura di Richard Price da poter ottenere un lungometraggio di sicura riuscita: la storia è convincente, le interpretazioni ispirate e poi Scorsese dà il meglio di sé firmando l’episodio con la sua cifra stilistica ed una selezione dei brani quanto mai ispirata – Reality, di Richard Sanderson apre e chiude la storia, e più in generale ogni brano scelto ha ruolo fondamentale in tutta la narrazione.
Il segmento dei Coppola’s, padre, figlia e nonno (Carmine, autore della colonna sonora e di un breve cameo), Life without Zoe, è una raffinata favola, dall’accuratissima realizzazione ma dal futile script. La brillante, giovanissima protagonista, Heather McComb, all’esordio assoluto in questa pellicola, avrà davanti a se un futuro non proprio all’altezza delle aspettative (azzardiamo) nel mondo delle serie tv americane con numerosissime comparsate – anche per questo può essere interessante guardare un film a vent’anni dalla sua realizzazione e uscita…
Woody Allen propone infine una versione (forse non abbastanza) ridotta della “specialità della casa”, con tanto di consueti titoli di testa che scorrono su fondo nero accompagnati da un blues spensierato. Mancano trovate particolarmente brillanti, ma dopo la controversa e complessa storia di Scorsese e l’insolito Coppola in versione baby-sitter, non c’è niente di meglio delle risate che solo Allen può assicurare – la sua madre-matrona, che finisce magicamente col far parte della volta celeste di Manhattan, diabolicamente onnisciente e chiacchierona, ricorderà a molti spiacevoli esperienze con familiari invadenti. L’unica pecca di Oedipus Wrecks è quindi una durata forse eccessiva, non giustificata dalla quantità di “materiale” a disposizione. Poco più che un corto, ma pur sempre commedia alleniana allo stato puro.
Insomma, grazie ad un invidiabile equilibrio e all’indubbio talento dei cineasti interpellati, New York Stories rappresenta sicuramente un film da non perdere per i cinemaniaci più attenti.
Melting pot.
 
a cura di Emanuele P. (del 15/06/2009 @ 13:29:32, in Amarcord, linkato 2491 volte)

Brivido di sangue
(The Wisdom of Crocodiles)
Po-Chih Leong, 1998 (Gran Bretagna), 98’
 
Fondamentalmente abbiamo due tipi di thriller da celluloide, quelli che sono scritti in modo da porre al centro della narrazione il concetto del whodunit (chi è stato?), nei quali viene dato ampio risalto alle indagini svolte dai protagonisti (poliziotti, agenti FBI, giornalisti, eroi per caso), e poi quelli in cui non esiste l’incognita circa l’identità del cattivo di turno, ma bensì è proprio la caratterizzazione di questo personaggio, la sua capacità di suscitare emozioni nello spettatore a far sì che il film sia in qualche modo interessante. Considerata la cinematografia degli ultimi anni si possono considerare Seven e Il Silenzio degli Innocenti come paradigmi più o meno puntuali di questi due “sotto-generi” – nel caso del film di Demme l’esempio non è esattamente preciso in quanto il personaggio interpretato da Hopkins non risulta realmente l’antagonista principale dei “buoni”, pur finendo col catturare radicalmente l’attenzione dello spettatore con la storia di cui è protagonista, che scorre parallelamente al plot principale (o forse secondario, a voler ben vedere).
Questa verbosa introduzione serve in parte a giustificare il motivo per cui un (solo discreto) film anglosassone di dieci anni fa possa meritare menzione nelle nostre pagine; Brivido di sangue è un perfetto esempio di thriller nel quale manca il minimo dubbio circa l’aspetto dell’antagonista designato (Jude Law), così come ben poca importanza hanno nello script le indagini della polizia, liquidate con poche scene e in parte ridicolizzate da una stereotipata coppia di investigatori adatti forse più ad una farsa (Timothy Spall e Jack Davenport). Tutto l'interesse è focalizzato sulla caratterizzazione del serial killer, sulle sue fobie e le sue motivazioni.
 
La storia è piuttosto grottesca: un avvenente ricercatore, sofferente per qualche sorta di vampirismo-emofilia non meglio definiti, ha la necessità di uccidere ogni donna con la quale inizia una storia, sperando di trovare nel loro sangue (cioè nel sangue delle tapine), pieno di amore, una cura per le sue indicibili sofferenze. La polizia indaga, inutilmente, mentre l’ultima delle vittime in pectore (Elina Löwensohn), vive la sua storia d’amore col maniaco ignara delle possibili conseguenze.
 
Il misterioso regista anglo-asiatico Po-Chih Leong mette in scena lo script del parimenti sconosciuto Paul Hoffman con discreta capacità ed attenzione; dopo lo choc iniziale (assolutamente necessario) col quale fa scoprire allo spettatore nel modo più macabro possibile le abitudini dell’agghiacciante Jude Law (mediocre interpretazione, ma sicuro physique du role), l’autore, nato in Inghilterra ma formatosi ad Hong Kong, mette in scena un raffinato anticlimax che ha unico picco nella auspicabile sequenza finale. Più che sulle indagini (come detto assenti) o sulle cruente abitudini del serial killer, la narrazione è incentrata sul dramma, umanissimo, del personaggio di Law, che deve fronteggiare solitudine, paure, incertezze e la sua incapacità di rapportarsi in modo “normale” con qualsiasi persona. Il risultato è un film che si avvicina per tematiche e sviluppo quasi più ad un dramma, sebbene mantenga intatti pathos e intensità nella maggior parte delle scene – comprensibili i sussulti dello spettatore durante ogni incontro tra Law e la presunta futura vittima.
A tempo perso, esercizio di stile abbastanza interessante.
 
 
a cura di Emanuele P. (del 04/05/2009 @ 12:28:38, in Amarcord, linkato 3438 volte)

Bianciardi!
(Bianciardi!)
Massimo Coppola, 2007 (Italia), 60'
 
Se c’è una cosa buona venuta fuori da MTV in tutta la storia della rete, questa è senza dubbio la trasmissione cult Avere Ventanni, di Massimo Coppola (già autore, per la stessa emittente, dell’innovativo Brand: New più tardi distrutto dall’opera dell’inutile e sopravvalutato Infascelli). Lo stesso gruppo di sapienti pensatori, che annovera tra le sue fila anche Giovanni Giommi e Alberto Piccinini, ha poi dato alla luce – dopo l’esordio ad MTV – anche una serie di notevoli documentari, trasmessi (e seppelliti) da La7, su temi cruciali spesso poco considerati dalla tv generalista.
Con Bianciardi!, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia del 2007, Coppola e compagni dimostrano ancora una volta le loro notevoli capacità, essendo in grado di unire ad una ricercatissima cifra stilistica contenuti di prim’ordine e mai banali.
Si tratta infatti di un documentario dedicato a Luciano Bianciardi, controverso giornalista, scrittore, meglio dire intellettuale, che visse a metà del novecento. Noto al grande pubblico per il romanzo La vita agra – racconto parzialmente autobiografico della sua fuga a Milano dalle miniere di Ribolla, inizialmente giustificata da una “vendetta” per le vittime di un terribile incidente, ma che vede poi sbiadire ideali, convinzioni e sogni annullati dai condizionamenti della grande città – Bianciardi fu autore mirabile e dissacrante. Coppola non ricerca l’apologia ma si limita a percorrere lo stesso viaggio, dalla Toscana all’esilio volontario in Liguria, passando per la Lombardia, che lo scrittore nato a Grosseto compì sessant’anni prima. Aiutato dai ricordi della figlia, e di tanti amici e conoscenti (spesso illustri), Coppola e Piccinini costruiscono un ritratto completo e convincente di una personalità assai complessa, schiacciata dalle sue stesse contraddizioni – divenuta “schiava” della città che aveva promesso di “distruggere”, con la famigerata minaccia di una bomba con la quale abbattere il Pirellone, simbolo della spregiudicatezza e dell’ingiustizia del potere economico e politico.
Coppola sceglie di essere interlocutore “invisibile” (sempre fuori campo) degli intervistati, lasciando tutto lo spazio ai protagonisti del suo documentario e, soprattutto, alla storia che cerca di raccontare. Lo stile è originale e ricercato – come intuibile già dalla interessantissima sequenza dei titoli di testa – ma non mette per questo in secondo piano la narrazione, vero fulcro di tutta l’opera. Frammenti di vecchie interviste rilasciate da Bianciardi, brevi sequenze filmate (tratte anche dal film, La vita agra, in cui lo scrittore fu interpretato da Ugo Tognazzi) e testimonianze dei conoscenti si fondono sapientemente per dar vita ad un validissimo esempio di documentario –  che ha dignità artistica quantomeno pari ad un film di eccellente qualità.
Piccolo, ma brillante, gioiello.
 
a cura di Emanuele P. (del 08/04/2009 @ 15:03:20, in Amarcord, linkato 3512 volte)

Bianco e nero
(Bianco e nero)
Cristina Comencini, 2007 (Italia), 100’
 
Da sempre sono convinto (e orgoglioso) portabandiera di una causa nobilissima: il vilipendio verso una certa parte del cinema italiano – che con un po’ di qualunquismo si potrebbe riassumere nella famiglia Muccino –, allo stesso tempo mezzo e causa della scarsa qualità media dei film che proponiamo ogni anno. Questo paradossalmente finisce con l’instaurare nella impressionabile mente dell’uomo/donna della strada la convinzione che una pellicola made in Italy quasi non valga la pena di essere vista al cinema (pagando, persino) quando in tivvù ne è disponibile un surrogato quasi-gratuito e di simile qualità (la fiction).
Mettendo però da parte pamphlet polemici che ci porterebbero troppo lontano, torniamo a questa presunta commedia molto politically correct.
 
Fabio Volo (meglio quando interpreta il giovane nei programmi per finti giovani) e Aïssa Maïga sono una coppia multietnica di amanti alle prese con un ridicolo e stereotipato “scontro tra culture” oltre che con i sentimenti mai dimenticati verso i vecchi compagni (Ambra Angiolini, Eriq Ebouaney).
 
Cristina Comencini è l’arma di distruzione del cinema italiano più sottovalutata dell’intera storia. C’è chi pretendeva di scortarla addirittura agli Oscar (per il deprimente La bestia nel cuore), chi la considera una delle nostre registe più affermate.
Con questo film ha dimostrato, una volta ancora, la subdola pericolosità delle sue opere: mentre infatti i vari Muccino, Veronesi, Brizzi e compagnia sono degni e consapevoli autori di un certo genere di pellicole (che, seppur disprezzabili, sono permeate da una sana “onestà intellettuale”), la Comencini tenta di camuffare i suoi film con una patina di simil rispettabilità, scomodando tematiche importanti e/o situazioni pseudo-realistiche.
Bianco e Nero è una pellicola che sarebbe stata (forse) originale se girata durante gli anni sessanta, in prossimità di quell’ Indovina chi viene a cena che per certi versi tenta di scimmiottare. Ambientata però ai giorni nostri, la storia diviene un’accozzaglia di anacronistici e (francamente) preoccupanti luoghi comuni che dicono molto di più circa gli sceneggiatori – ben tre, Giulia Calenda, Maddalena Ravagli, Cristina Comencini – piuttosto che riguardo il tempo in cui viviamo.
Alcune sequenze sono raccapriccianti, e riescono nell’arduo compito di offendere contemporaneamente entrambe le “civiltà” coinvolte (questa si che è uguaglianza); quando queste geniali trovate vengono a mancare, allora il film naviga in un noioso mare di finto perbenismo – c’è da segnalare il personaggio del genero di Volo, Franco Branciaroli, che interpreta una sorta di avventuriero con la fissazione per le donne africane, mania ampiamente appagata negli anni di colonialismo sessuale trascorsi nel “continente nero”. Si, meglio stendere un velo pietoso.
In questo contesto, possono ben poco gli attori (tra i quali spicca Billo Thiernothian, che qualcuno ricorderà come il Billo! del quale Teo Mammucari si prendeva gioco quando faceva ancora dei programmi divertenti), intrappolati nei più classici cliché e senza spazio per situazioni realmente interessanti o lontanamente originali.
Insomma, per noi è molto più pericolosa Cristina Comencini del tanto vituperato (ed ormai spedito all'estero) Gabriele Muccino. Meglio accorgersene prima che sia troppo tardi.
Imbarazzante.
 
a cura di Emanuele P. (del 21/01/2009 @ 11:46:53, in Amarcord, linkato 2261 volte)

Burn After Reading – A prova di spia
(Burn After Reading)
Ethan e Joel Coen, 2008 (Usa), 96’
 
Non era facile, a pochi mesi dal capolavoro No Country for Old Men, tirare fuori dal cilindro un altro film straordinario. I fratelli Ethan e Joel Coen virano perciò sulla commedia un po’ politica e un po’ sociale, con qualche divertito luogo comune di troppo, ma nobilitata da un cast pieno di stelle dotate di un sanissimo grado d'autoironia.
La farsa gira tutta intorno ad un compromettente cd, pieno di informazioni confidenziali, perso a causa della negligenza di un amareggiato analista, John Malkovich, fresco di licenziamento inspiegabile dalla CIA. L’uomo è sposato con un'intollerabile arpia (Tilda Swinton) che, per giunta, lo tradisce con un bizzarro ominide, paranoico e ipocondriaco (un impagabile George Clooney, che vale da solo il film). Le loro disavventure sono fatalmente collegate, grazie al famoso cd, a quelle di due aspiranti spie dal quoziente intellettivo preoccupantemente basso, Frances McDormand e Brad Pitt, che vengono in possesso dei dati segreti e tentano maldestramente di lucrarci, sotto lo sguardo un po’ complice del loro capo, Richard Jenkins.
 
Come intuibile dalla sinossi, il film sembra più una parata di nomi che una commedia particolarmente brillante. I fratelli Coen non si sforzano più di tanto nell’immaginare una trama coerente od originale, ma preferiscono contare sulla caratterizzazione, forzata, dei vari personaggi per conferire alla storia la giusta vis comica. In effetti il ritmo serrato, insieme ad alcune interpretazioni molto riuscite (vedi il solito commediante nato, Clooney, e Pitt, che per una volta sceglie un ruolo col quale prendere in giro molti dei suoi consueti personaggi), mantiene la pellicola su livelli più che accettabili, anche se col passare dei minuti ci si inizia a chiedere, parafrasando il principe De Curtis, dove questi sceneggiatori vogliano andare a parare. Ed il finale, affrettato e confuso, sembra favorire l’ipotesi secondo la quale i Coen abbiano semplicemente finito la pellicola su cui girare – o peggio, le idee da proporre. Può non bastare, infatti, accontentarsi di dipingere la CIA come un insieme di babbei (davvero brillante J.K. Simmons nel ruolo del grande capo), incapaci di gestire una “crisi” che da ridicola assume le proporzioni della strage, o affidarsi alle smorfie di Pitt e Malkovich per ottenere una commedia veramente interessante.
Probabilmente senza avere ancora negli occhi Bardem, con pistola ad aria compressa e pettinatura discutibile, si potrebbe essere più generosi nei confronti di Burn After Reading. Una volta visto il meglio, però, diventiamo tutti molto esigenti.
Bravi, ma non si impegnano.
 
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