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 Bergman... di Emanuele P.
 
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Fare un film significa migliorare la vita, sistemarla a modo proprio, significa prolungare i giochi dell'infanzia.

François Truffaut
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\\ Ingresso : Storico : Al Cinema (inverti l'ordine)
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
a cura di Emanuele P. (del 28/08/2010 @ 19:48:59, in Al Cinema, linkato 67 volte)

Giustizia privata
(Law Abiding Citizen)
F. Gary Gray, 2009 (USA), 108' (118')
uscita italiana: 25 agosto 2010
voto su C.C.

Nelle pagine del prezioso libro firmato da François Truffaut Il cinema secondo Hitchcock, il cineasta inglese ha modo di far notare all'autore in una delle loro lunghissime interviste-confessione che «un critico che parla di verosimiglianza è una persona senza immaginazione». Si tratta di una massima probabilmente condivisibile, ma in alcuni casi viene da dire, continuando con le citazioni, che «ogni limite ha una pazienza». Perché nel caso di film come Law Abiding Citizen, ad un certo punto della storia viene da chiedersi cos'altro le brillanti menti degli sceneggiatori siano state in grado di inventarsi, in un preoccupante climax di follia machiavellica ed iper-tecnologica.
Due individui discutibili uccidono brutalmente moglie e figlia di un apparentemente pacioso average-man americano (mr. This is Sparta! Gerald Butler). La cinica giustizia (incarnata dal procuratore Jamie Foxx), più attenta alle statistiche che al giudizio morale, concede ad uno dei delinquenti una pena ridotta in cambio di una condanna certa (a morte) per l’altro. Il pacioso uomo medio ovviamente non la prende bene, e trascorre i successivi dieci anni ideando un piano diabolico e complessissimo da mettere in scena teatralmente, in modo da poter rendere nota al mondo intero la sua posizione riguardo il sistema penale americano.

Il filone dei film sulla vendetta privata fa indubbiamente parte della storia del cinema d’azione moderno ed è per questo assolutamente rispettabile e degno di considerazione, così come lo sono le pellicole thriller, gli splatter e tutte le altre che tentano di rinverdire i fasti del Grand Guignol; il problema nasce però quando un discreto regista di videoclip (F. Gary Gray, segnalatosi in precedenza per il remake di The Italian Job) decide insieme ai suoi incoscienti sceneggiatori di mettere in scena un potpourri che comprenda tutti i generi elencati in precedenza, assortiti in ordine sparso e senza alcun criterio logico. Così, pur volendo lasciar stare la succitata “verosimiglianza”, ciò che resta della storia diventa confuso, con gli attori a fare da marionette (o meglio da pupazzi, considerata la fissità preoccupante che caratterizza le espressioni del protagonista) in un improbabile teatrino dell’assurdo. La storia inizia infatti come una promettente ed originale nuova edizione del “giustiziere della notte”, ma si trasforma ben presto (ed incomprensibilmente) in un violento thriller psico-tecnologico nel quale la vittima diventa carnefice. Si viene così a conoscenza che il personaggio interpretato da Butler oltre ad essere un patito del fai-da-te è anche una sorta di contractor del ministero della difesa americano (!), in grado di uccidere oscuri personaggi nei modi più originali; sembra esserci insomma una traumatica collisione tra due film che non hanno nulla in comune se non il nome dei protagonisti. Paradossalmente, proprio in virtù del fatto che la narrazione è rappresentata semplicemente da uno sconclusionato continuum di sequenze d’azione, il film riesce lo stesso a catturare con efficacia l’attenzione dello spettatore: ognuno dei difetti quindi si trasforma quasi in un pregio e molte delle scelte grossolane degli sceneggiatori (clamorose soprattutto nella parte finale) finiscono col passare inosservate.
Chiassoso.
 
a cura di Emanuele P. (del 02/08/2010 @ 19:11:12, in Al Cinema, linkato 152 volte)

Fish Tank
(Fish Tank)
Andrea Arnold, 2009 (Gran Bretagna, Paesi Bassi), 123'
uscita italiana: 23 luglio 2010
voto su C.C.

Prendete l’apprezzato An Education, romanzo di formazione sulle avventure di una adolescente britannica degli anni Sessanta, e lasciatelo macerare alle intemperie per quarant’anni. Quello che ne verrà fuori è Fish Tank, la convincente “opera seconda” della regista Andrea Arnold, questa volta alle prese con l’educazione sentimentale di una quindicenne della periferia inglese. Katie Jarvis interpreta magnificamente la giovane Mia, il cui carattere anti-sociale è frutto di una situazione familiare “difficile” (madre ancora adolescente, sorellina piccola e sconcertante a carico), una ragazza disabituata a ricevere attenzioni o addirittura affetto dal prossimo che inevitabilmente s’innamora di uno dei partner occasionali portati a casa da mamma’, l'unico che sembra mostrare per lei interesse ed empatia. Scoprirà a sue spese che anche questo improbabile principe azzurro nasconde un bel po’ di scheletri sotto il mantello splendente.

La indovinatissima ambientazione industrial-bucolica di Fish Tank restituisce con grande efficacia la tensione che caratterizza il soggetto (firmato dalla stessa Arnold, fotografia di Robbie Ryan), in bilico tra intenzioni da dramma e melò, tra favola a lieto svolgimento e crudo ritorno alla realtà. L’interpretazione di Katie Jarvis è perfetta, tanto da far impallidire il ricordo della fin troppo esaltata protagonista del già citato An Education, Carey Mulligan. Ruvida, ingenua, intensa, imprevedibile, all’esordio sul grande schermo la Jarvis porta con sé una travolgente ventata di verità.
La messa in scena di Andrea Arnold (già premiata per due volte a Cannes e con l’Oscar per il miglior corto), nella quale è possibile trovare al tempo stesso sensibilità e coraggio, propone allo spettatore uno spaccato di realtà prezioso che riporta alla mente le opere dell’acclamato conterraneo Ken Loach: nei suburbs dell’Essex s’intrecciano complesse dinamiche familiari e sociali, distanti anni luce dal mondo dai colori confetto che siamo abituati a ritrovare nelle commediole londinesi – si tratta di un’operazione già intrapresa con successo per la tv dai giovani sceneggiatori inglesi del serial Skins. Da ricordare anche l’interpretazione di Michael Fassbender che appare mirabilmente immune dal morbo di matthewmcconaughey nonostante sia prestante e di bell’aspetto, e rappresenta il partner ideale per la recitazione rabbiosa della giovane Jarvis (confronti spesso accompagnati dalle note di quel Bobby Womack che già Tarantino aveva omaggiato in Jackie Brown).
Il film della Arnold riesce persino a rendere inoffensivo un topos cinematografico in genere mortifero: quello della ragazza che ama la danza e sogna di diventare famosa ballando. Cosa volete di più?
 
a cura di Emanuele P. (del 21/07/2010 @ 15:52:23, in Al Cinema, linkato 169 volte)

L'uomo nell'ombra
(The Ghost Writer)
Roman Polanski, 2010 (Gran Bretagna, Germania, Francia), 131'
uscita italiana: 9 aprile 2010
voto su C.C.

L'attesissimo memoir dell'ex primo ministro britannico Pierce Brosnan è stato acquistato a peso d'oro da un editore londinese. Quando lo scrittore incaricato di redigerlo (in qualità di ghost writer) muore misteriosamente in un incidente che fa pensare al suicidio, si rende necessario sostituirlo con l'ineffabile Ewan McGregor, non esattamente entusiasta dell'offerta ma stimolato a sufficienza da un cachet invitante e dall'assillante amico ed agente Jon Bernthal. Tra intrighi internazionali e beghe familiari (la moglie del politicante, Olivia Williams, ha forte ascendente sul marito) il nuovo scrittore fantasma avrà l'ennesima conferma di quanto sia veritiero l'apoftegma nato dalla penna di un suo compatriota: curiosity killed the cat.

È quasi diventato un luogo comune affermare che ad Hollywood “non sanno fare più i film di una volta”, quelle pellicole memorabili che a dispetto del tempo e (spesso) del colore riescono a mantenere ancora intatta un'aura d'immortalità. Sono inutili i milioni di dollari accantonati, gli sforzi per portare una superflua terza dimensione nella narrazione cinematografica quando poi mancano storie, interpreti e soprattutto autori in grado di coinvolgere davvero lo spettatore, di trasportarlo lontano nel tempo e nello spazio. Ovviamente seguendo i luoghi comuni è facile fare di tutta l'erba un fascio e dimenticarsi di come, anche tenendo conto solo degli ultimi mesi, sia comunque sbarcato nei cinema qualcosa di notevole (i bastardi senza gloria di mr Tarantino), ma c'è da ammettere che oltreoceano sembrano mancare, ormai da decenni, i mezzi artistici per rinverdire il lontano passato. Doveva pensarci un ometto venuto dalla Polonia, la cui travagliata esistenza è stata benedetta dal genio ma segnata dallo sconforto, a condurre di nuovo tutti noi verso la terra promessa della Settima Arte, che non è più tra le colline di Los Angeles ma in qualche posto indeterminato dell'Europa continentale. Abbandonate le velleità da auteur che la lunga esperienza francese aveva incoraggiato e costretto forzatamente ad un esilio permanente dagli States, Roman Polanski ha scelto di riannodare i fili con la quintessenza del cinema “commerciale” (laddove con questa definizione si vuole solo sottolineare l'attenzione massima rivolta allo spettatore e all'efficacia della storia) mettendo in scena una curatissima spy story che, come poche negli ultimi decenni, riesce a convincere nella sua complessa ma didascalica esecuzione.
Ad una immancabile trama “ad orologeria” infatti si aggiunge l'esperienza di Polanski che “rubando” dai maestri del genere atmosfera ed intensità (colonna sonora nella quale come da copione dominano gli archi, firmata da Alexandre Desplat) sostiene per oltre due ore l'intricata storia tratta dal romanzo The Ghost di Robert Harris; in questa architettura efficacissima il cast riesce a rendere al meglio: su tutti spicca la convincente prova di Olivia Williams – c'è persino spazio per un inedito James Belushi calvo ed in versione seriosa.
Dovendo fare di necessità virtù, Polanski adopera la magia del cinema per trasformare una zona deserta della Germania nel piovoso Massachusetts e sfrutta con successo tutti i nuovi espedienti che la tecnologia moderna può suggerire al genere, in un tripudio di cellulari, navigatori satellitari e sistemi di registrazione. Eppure è l'enigma rappresentato da alcune fotografie e dal nome di uno stimato professore che, ancora una volta, farà la differenza.
Evergreen.
 
a cura di Emanuele P. (del 02/07/2010 @ 15:22:36, in Al Cinema, linkato 150 volte)

City Island
(City Island)
Raymond De Felitta, 2009 (USA), 100'
uscita italiana: 25 giugno 2010
voto su C.C.

Andy Garcia è un secondino (ma per carità non chiamatelo mai così) che sogna di diventare attore sin dalla prima volta nella quale aveva visto Marlon Brando prendersi una interminabile pausa prima di pronunciare una battuta. La sua intera vita familiare si regge su una complicata struttura composta da mezze verità e “bugie bianche” che caratterizza il rapporto con la moglie Julianna Margulies ed i figli Ezra Miller e Dominik García-Lorido, che fa la stripper (di nascosto) per mantenersi dopo aver perso una borsa di studio. In questo dedalo di incomprensioni s'inserisce Steven Strait, del quale Garcia è padre biologico, galeotto barbuto ma pronto da novello messia a dimostrare l'importanza della sincerità nei rapporti.

Raymond De Felitta scrive e mette in scena un film esattamente a metà tra esercizio di recitazione e mediocre commedia anni novanta di Woody Allen: aggrappandosi con qualche retorica di troppo alla idilliaca City Island tenta di spiegarci che spesso futili bugie nascondono insicurezza e scarsa fiducia, facendo leva sulla interpretazione molto credibile di Andy Garcia (anche il cast di supporto, con Alan Arkin ed Emily Mortimer, è di tutto rispetto) e su alcune trovate particolarmente divertenti, come le avventure del giovane Ezra Miller, che sogna di (iper)nutrire ragazze sovrappeso come estrema forma d'amore.
Ad un certo punto nella storia, poco dopo la metà, l'intreccio inizia a riempirsi di equivoci in modo pericoloso, quasi facendoci venire in mente la spazzatura che annualmente ci depositano in sala a Natale, ma scacciato questo terribile pensiero si riesce comunque a sopportare tutti questi misunderstanding, perché sono in qualche modo giustificati dalla trama e soprattutto risultano indispensabili ad ottenere il finale catartico del quale il film aveva bisogno – la sequenza conclusiva, degna di una pièce, è sicuramente riuscita.
City Island è insomma un film simil-indipendente che fa del soggetto e delle interpretazioni il suo principale motivo d'interesse senza deludere le pur basse aspettative; anzi, nella pessima stagione estiva italiana, si trasforma addirittura in una piacevole brezza rinfrescante.
 
a cura di Emanuele P. (del 04/06/2010 @ 10:17:32, in Al Cinema, linkato 542 volte)

Il segreto dei suoi occhi
(El Secreto de Sus Ojos)
Juan José Campanella, 2009 (Argentina, Spagna), 129'
uscita italiana: 4 giugno 2010
voto su C.C.

La vita di Benjamin Esposito (Ricardo Darín), assistente del Pubblico Ministero ormai in pensione, è stata condizionata da un caso all'apparenza banale affrontato a metà degli anni Settanta. Nell'Argentina della dittatura, era stato costretto a scappare dalla sua città e dalla donna che amava (Soledad Villamil) a causa della minaccia rappresentata da un giovane delinquente che aveva stuprato ed ucciso una ragazza restando poi impunito grazie alla sua collaborazione con il governo. Di ritorno in città dopo trent'anni, Benjamin ripercorrerà quegli eventi (spera che raccogliere le sue memorie in un romanzo possa avere una qualche funzione catartica) tentando di lenire i rimpianti che lo hanno torturato per tutta la vita.

L'argentino Juan José Campanella ha trascorso gli ultimi dieci anni lavorando soprattutto per i network televisivi statunitensi, curando la regia di alcuni episodi dei principali serial tv “commerciali” (Six Degrees, 30 Rock, The Guardian, House, vari spin-off di Law & Order) e questa esperienza lo ha probabilmente reso in grado di affrontare la narrazione cinematografica con maggiore spigliatezza ed incisività. Infatti il suo El secreto de sus ojos è prima di tutto un film “di sceneggiatura”, che trae tutta la forza vitale proprio dalla indubbia qualità del soggetto dal quale è stato tratto – il romanzo La pregunta de sus ojos di Eduardo Sacheri, co-autore dell'adattamento; Campanella si limita a dirigere con mestiere gli attori (molto validi) e solo in poche occasioni tenta di forzare lo stile o di aggiungere effettivamente qualcosa alla narrazione – interessanti e ben girate la sequenza iniziale e quella ambientata nello stadio del Racing. Confrontarsi con il problema dei “salti temporali” può divenire pericoloso per un regista, ma l'autore argentino (che firma anche il montaggio oltre a regia e sceneggiatura) riesce a condurre armoniosamente i personaggi attraverso passato e presente, mettendo in evidenza come questi finiscano con l'essere indissolubilmente legati – in questo ambito è da sottolineare la fotografia di Félix Monti, che accompagna l'assecondarsi dei piani narrativi con grande gusto. Come spesso accade riferendosi a film di qualità, è difficile costringere El secreto de sus ojos negli schemi di un solo “genere”: il legal-thriller che sembra essere al centro della narrazione ne è infatti solo una parte, forse addirittura marginale , mentre si rivela in tutta la sua forza la componente melodrammatica della storia, quella che coinvolge Benjamin e Irene, un racconto d'amore che arriva a scomodare persino dei luoghi comuni ben radicati come la differenza di classe o l'allontanamento forzato degli innamorati, senza però divenire mai stucchevole o d'intralcio allo sviluppo della trama. Merita di essere menzionato anche Pablo Rago, che interpreta in modo convincente il marito della ragazza uccisa, e che col comportamento del suo personaggio rappresenta la ideale continuazione (estremizzazione?) della traccia melodrammatica: l'infinito amore provato nei confronti della moglie condizionerà inevitabilmente la sua vita e renderà forse più giustificabili le sue azioni.
Insomma sembra che, per una volta, l'Oscar sia capitato nelle mani della persona giusta.
Da invidiare.
 
a cura di Angelo R. (del 20/05/2010 @ 12:02:45, in Al Cinema, linkato 255 volte)

Alice in Wonderland
(Alice in Wonderland)
Tim Burton, 2010 (USA), 108'
uscita italiana: 3 marzo 2010
voto su C.C.

Tim Burton è tornato, o forse no. Già nelle sale ormai da un po’ di tempo, Alice in Wonderland si aggiunge purtroppo alla schiera di quei film che, accompagnati da grandi promesse e attese, non sono riusciti poi a mantenerle, puniti da un deludente successo al botteghino e dagli scarsi favori della critica. Purtroppo, perché chi come me si aspettava un ritorno in grande stile alla fiaba e alle atmosfere di un Lewis Carroll mai superato nella letteratura allegorica inglese, si è ritrovato per le mani invece un semi-prodotto Disneyano che ha assai poco di meraviglioso e molto di
e-commercial e cliché. Premettendo che chi scrive è un amante del genere e dei lavori del visionario regista di Burbank, e che il film ha ovviamente il suo fascino, devo però associarmi ai detrattori perché sostanzialmente Alice non è Alice e, nonostante lo sforzo, il prezzo del biglietto non riesce proprio ad essere ripagato. Carroll aveva creato una favola priva di linee temporali e di una suddivisione cronologica degli eventi: la storia infatti racconta di una bambina che in un sogno (?) attraversa questo meraviglioso mondo immaginario e naif finendo quasi col “perderci” letteralmente la testa, tra conigli in ritardo, gatti parlanti e carte animate. Burton ne estrapola sì i contenuti, ma quasi crea uno stereotipo di quella bambina, con una bionda (Mia Wasikowska) spaesata e che non appare troppo nella parte. Alice è cresciuta e non ricorda niente della sua precedente visita, mentre tra flashback forzati e peripezie varie dovrà riportare la pace nel Paese delle Meraviglie, affrontando animali dai nomi a dir poco impronunciabili e personaggi bizzarri, accompagnata come sempre dal fedele Cappellaio Matto (Johnny Depp) e dalla Regina Bianca (un’evanescente Anne Hathaway). Proprio Johnny Depp, forse per la prima volta dopo anni ai massimi livelli di espressione, sembra un po’ “annacquato” e tenta di trarsi d'impiccio solo grazie alla sua verve da fuoriclasse, ma cade molto spesso nel trash più colossale. Ne è un esempio il “delirio” finale: una sorta di danza inguardabile che ricorda a momenti il miglior Pierino di Alvaro Vitali.
La storia di Burton non riesce mai a restituire l’atmosfera da immaginifico incubo dell'autore inglese, perdendo di magia e di interesse con personaggi che a stento si riconoscono in un mondo che a qualcuno ricorderà l'omonimo cartone animato degli anni Cinquanta.
Degna di merito come sempre la gentil consorte di Burton, Helena Bonham Carter, che dopo la svestita e scostumata locandiera di Sweeney Todd dà volto e voce a un’efficace Regina di Cuori.
Insomma, grazie alla sapiente regia e alle animazioni come sempre di grande effetto (ma per le quali sinceramente il 3D ci sembra superfluo) assistiamo comunque ad un buon lavoro, vedibile e concreto. Ma ci permettiamo di opinare che da Burton e Co. ci si aspetta sempre il capolavoro, che stavolta sicuramente non è arrivato.
 
a cura di Emanuele P. (del 30/04/2010 @ 12:48:36, in Al Cinema, linkato 443 volte)

Gli amori folli
(Les Herbes Folles)
Alain Resnais, 2009 (Francia, Italia), 104'
uscita italiana: 30 aprile 2010
voto su C.C.

Un innocuo portafoglio, rubato alla sgargiante Marguerite (Sabine Azéma) appena uscita da un negozio di scarpe, diviene il detonatore per un'amore improbabile e folle, che nasce e cresce laddove non avrebbe motivo di esistere – come le “herbes folles”, le erbacce, del titolo originale. A ritrovarlo infatti è l'annoiato Georges (André Dussollier), disperatamente alla ricerca d'un imprevisto nella sua vita così perfetta e monotona; prima ancora di conoscere la proprietaria di quel misterioso oggetto inizia a fantasticare, ad immaginarla, finisce persino col divenirne ossessionato. Dalle foto sui documenti la donna sembra solare e spontanea, è una dentista che adora pilotare aerei d'epoca, insomma appare come l'esatto opposto della più giovane e graziosa compagna che ormai tratta con formale distacco. L'incontro tra i due è inevitabile e tumultuoso, un perenne tira-e-molla con inaspettata (e duplice) conclusione.

Alain Resnais, ormai alla soglia dei novant'anni, non ha perso nulla di quella cifra stilistica che lo ha reso uno dei più apprezzati registi della Nouvelle Vague (Hiroshima, mon amour, L'anno scorso a Marienbad, Providence, Mon oncle d'Amérique) e con Les Herbes Folles lo dimostra ancora una volta, lasciando però che un raggio di luminosa speranza trapeli dalla consueta coltre di pragmatismo un po' pessimista nei confronti di vita e relazioni tra gli uomini. Sembra lontana anni luce infatti la malinconica neve che in Cuori (2007) avvolgeva, e congelava, tutti gli infelici personaggi; nel suo ultimo film c'è invece tutta la voglia di guardare con un sorriso (forse quello della definitiva e venerabile maturità?) alle insospettabili coincidenze offerte dal caso, che sconvolge e rianima le vite di due cinquantenni incredibilmente diversi ma che tutto sommato si completano a vicenda. Lo stile impeccabile col quale viene portata avanti la narrazione (sceneggiatura tratta dal romanzo L'incident di Christian Gailly) rende piacevolissimo immergersi nella fotografia un po' sfocata di Eric Gautier, mentre vediamo scorrere parallelamente le vite dei due protagonisti, sino ai loro molteplici e imprevedibili incontri-scontri – s'innamorano l'un dell'altro ma, come insegna Henri-Pierre Roché, mai nello stesso momento.
Nel finale Resnais si concede poi il gusto di fare divertita satira nei confronti del cinema americano, scimmiottando le mastodontiche produzioni hollywoodiane (con tanto di jingle della 20th Century Fox) nelle quali ogni commedia romantica deve essere destinata ad un inevitabile happy ending; non c'è bisogno di aggiungere che la “seconda” conclusione, la sua, sarà più originale e spiazzante.
Grazie anche al cast (il duo di protagonisti è da tempo caro a Resnais) Les Herbes Folles si trasforma in una lezione sul cinema: su come ottenere da un improbabile incrocio gli ingredienti per una combinazione magica.
Maestro.
 
a cura di Emanuele P. (del 09/04/2010 @ 11:25:17, in Al Cinema, linkato 367 volte)

Sunshine Cleaning
(Sunshine Cleaning)
Christine Jeffs, 2008 (USA), 91'
uscita italiana: 9 aprile 2010
voto su C.C.

Tutte le aspettative della ex cheerleader Amy Adams sono andate svanendo anno dopo anno finito il college: da reginetta fidanzata col più prestante della cittadina (Steve Zahn) ne è diventata la squallida amante, oltre che ragazza madre con sorella scapestrata a carico (Emily Blunt) e un padre hippy cui badare (Alan Arkin). Per tirare avanti è costretta a sopportare un lavoro umiliante, sognando di poter divenire, un giorno, agente immobiliare. Proprio dopo un tête à tête col fidanzato clandestino (un poliziotto) le viene proposta l'idea di gestire una impresa di pulizie incaricata dello smaltimento dei rifiuti organici dalle scene del delitto, lavoro parrebbe redditizio ma piuttosto spiacevole nel quale coinvolgere anche la inaffidabile sorella. Svariati inconvenienti dopo saranno tutti, in qualche modo, più sereni e realizzati.

Dopo il successo del godibile Little Miss Sunshine, gli stessi produttori hanno tentato di proporre un “format” equivalente sperando di accaparrarsi un simile coro di consensi. Il problema è che per ottenerlo hanno mantenuto una fin troppo evidente continuità con la precedente pellicola, sin dalla scelta di quel titolo che, inevitabilmente, avrebbe dovuto contenere il termine “Sunshine”. Persino un personaggio (quello interpretato da Arkin nel film del 2006 e resuscitato per l'occasione) sembra ripreso integralmente ed adattato a fatica alla nuova sceneggiatura, così come la figura del bambino con tendenze sociopatiche che però è tanto maturo e perspicace (in questo caso, il piccolo Jason Spevack). Nonostante la totale mancanza di buona volontà dimostrata dalla produzione, che non a caso affida regia e sceneggiatura a due lodevoli ma malleabili esordienti, Sunshine Cleaning riesce comunque a reggere l'impatto col grande schermo, soprattutto in virtù dell'ottimo casting e dell'indubbio appeal del duo Adams-Blunt – anche in questo caso quei volponi dei produttori hanno saputo muoversi egregiamente.
Si tratta insomma di un “prodotto” più che d'un film, ma la confezione è abbastanza patinata da attrarci, ed una volta aperta non delude troppo.
Furbo.
 
a cura di Emanuele P. (del 28/03/2010 @ 19:29:40, in Al Cinema, linkato 417 volte)

Shutter Island
(Shutter Island)
Martin Scorsese, USA (2010), 138'
uscita italiana: 5 marzo 2010
voto su C.C.

Iniziamo con una criminosa meta-citazione: a proposito di Shutter Island, Anthony Lane (New Yorker) ci ricorda un saggio firmato Umberto Eco nel quale si dice, riguardo Casablanca «Due cliché fanno ridere. Cento cliché commuovono. Perché si avverte oscuramente che i cliché stanno parlando tra loro e celebrano l'essersi ritrovati». Questo aforisma si adatta perfettamente alla più recente opera di un coraggioso Martin Scorsese, intento a nobilitare con le sue capacità ognuna delle peculiari caratteristiche proprie dei cosiddetti B-movie.
Il protagonista di questo thriller con una divertita vena horror è l'attore feticcio dell'ultimo decennio scorsesiano, Leonardo DiCaprio, che interpreta un agente federale incaricato di indagare insieme al collega Mark Ruffalo sulla misteriosa sparizione di una donna dal manicomio-penitenziario di Shutter Island, atollo sperduto nella baia di Boston. Siamo nel 1954 e l'unico collegamento con il resto del mondo è rappresentato da un diabolico traghetto (che si trova a passare solo quando serve alla trama) oltre che da linee telefoniche provvidenzialmente interrotte. L'ennesima variante dell'enigma “omicidio in camera chiusa dall'interno” è pronto ad essere affrontato, con tanto di insospettabili e cervellotici colpi di scena.

Quello di Scorsese è un intelligente bluff: il maestro americano attinge sì con straordinaria verve all'immaginario proprio dei film di infima categoria (utilizzando ognuno dei cliché a sua disposizione in modo ammirevole) ma lo fa avvalendosi di una maestosa macchina produttiva che gli mette a disposizione tecnici del calibro di Dante Ferretti (scenografia), Robert Richardson (fotografia), la aficionado Thelma Schoonmaker (montaggio), oltre ad un cast di primissimo ordine, nel quale anche i ruoli secondari sono affidati a “nomi” come Ben Kingsley, Max von Sydow o l'emergente Michelle Williams. Nessuno dei famigerati registi di B-movie avrà mai pensato di potersi permettere un film lungo più di due ore, con una lista di produttori che supera quella dei personaggi principali; è altresì certo che, allo stesso modo, nessuno era stato benedetto con un decimo del talento concesso a Scorsese, e il nostro amato Martin dimostra ancora una gran voglia di sperimentare, di sorprendere – al contrario di molti suoi affermatissimi, e spesso più giovani, colleghi. La caratteristica ambientazione è il principale punto di forza dell'intera opera, incarnando un paradosso: quello della claustrofobia “a cielo aperto”. Nonostante la maggior parte delle scene abbia luogo in esterni, non manca mai un senso di angoscia inevitabile, dato dal tempo inclemente e dall'atmosfera che si respira incessantemente nella enigmatica Shutter Island, dove ogni pietra nasconde un cliché ed un sussulto.
La cifra stilistica di Scorsese si adatta magistralmente alla trasposizione del romanzo di Dennis Lehane (già “prestato” al cinema con gli ottimi Mystic River e Gone Baby Gone), che lascia molto spazio creativo al regista, concedendogli la licenza di “mentire” allo spettatore in funzione d'un più efficace colpo di scena finale – fu proprio Hitchcock col suo Paura in Palcoscenico uno dei primi, criticatissimi, ad utilizzare questo tipo di stratagemma, proposto più recentemente in film come Il Sesto Senso e The Others. La trama diventa sempre più tortuosa col passare dei minuti, quasi seguendo l'involuzione del nostro alter ego (un DiCaprio che sembra aver trovato piena realizzazione in questi ruoli di uomo tormentato) e può indurre qualcuno a storcere un po' il naso, perché insofferente all'attesa di una scena con maceti insanguinati e maniaci incontrollabili. In quel caso il tapino potrebbe essersi solo perso nel suo multisala di fiducia.
Ammirevole.
 
a cura di Emanuele P. (del 24/03/2010 @ 16:09:08, in Al Cinema, linkato 278 volte)

Mine Vaganti
(Mine Vaganti)
Ferzan Ozpetek, 2010 (Italia), 110'
uscita italiana: 12 marzo 2010
voto su C.C.

Tommaso (Riccardo Scamarcio) torna all'ovile salentino dopo un volontario esilio romano per fare il suo tanto agognato coming out e tagliare definitivamente i ponti col passato nel modo più plateale possibile: cioè di fronte ad una tavolata di sbigottiti parenti. Il problema è che il fratello Antonio (Alessandro Preziosi), quello bravo, tutto casa, chiesa e lavoro, sorprendentemente gli ruba l'idea e lo anticipa, rendendo nota la sua insospettabile omosessualità e causando un infarto al pater familias (Ennio Fantastichini). Questo costringe il povero Tommaso ad ereditare il controllo del pastificio di famiglia – insieme alla piacente Nicole Grimaudo –, ad abbandonare momentaneamente gli “scomodi” amici di Roma e a ritagliarsi lo spazio per l'unico interesse che coltiva invano (la scrittura) solo in piena notte. In qualche modo però tutto tornerà a posto nel prevedibile finalino rassicurante.

Ferzan Ozpetek rischia ormai da decenni di rimanere schiavo delle tematiche sociali e semi-malinconiche che sembrano appartenergli da copyright; Mine Vaganti non fa eccezione nonostante l'apprezzabile buona volontà che il regista italo-turco e soprattutto l'ottimo Ivan Cotroneo (autore della sceneggiatura) dimostrano nel costruire un incipit complesso e sicuramente originale per la loro storia. Il film però col passare dei minuti si trasforma inesorabilmente in farsa, a momenti anche divertente ma prevedibile e conservatrice. Infatti nonostante la storia sembrerebbe provarci il contrario (siamo pieni di personaggi che alla fine si scrollano di dosso i tradizionali cliché sulla vita di paese) il modo col quale questa ci viene raccontata è banale, quasi reazionario, da affidabile fiction per il prime-time di rai uno, che punta a non infastidire nessuno. Sono proprio le principali “mine vaganti” del film, i personaggi che dovrebbero creare scompiglio e preoccupazioni, che confermano questo desolante trend: c'è la nonna arzilla con un passato sentimentale turbolento (personaggio e trama secondaria della quale secondo noi la sceneggiatura avrebbe potuto fare tranquillamente a meno), pronta ad ergersi come la eroina del buon senso e della saggezza; ci sono gli amici gay del protagonista, finalmente in sintonia con l'immaginario collettivo grazie al loro carico di smorfie, urletti e creme idratanti; e c'è infine il figliol prodigo che col suo ritorno risolverà ogni problema insieme alla tanto vituperata “figlia femmina”, liberata dal fardello dell'essere solo casalinga – vero e proprio en plein, in questo caso.
Il film resta comunque ben recitato (da segnalare oltre all'inedito Scamarcio in versione a-virile anche l'interpretazione di Elena Sofia Ricci), mai stucchevole al contrario di molte opere precedenti firmate Ozpetek e nobilitato dal pregevole contrappunto musicale di Pasquale Catalano. Spiace dirlo ma proprio il suo essere “italiano” sembra una giustificazione alle manchevolezze e alla mediocrità formale di alcuni suoi momenti – siamo ormai preoccupantemente abituati ad accontentarci di poco: rispetto a Germi, Monicelli e Scola, al contrario di quanto si può leggere in giro, stiamo parlando di un altro sport.
Tradizionalista in maschera.
 
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