Pianosequenza.net
Immagine
 Petri... di Emanuele P.
 
"
Film come sogni, film come musica. Nessun'arte passa la nostra coscienza come il cinema, che va diretto alle nostre sensazioni, fino nel profondo, nelle stanze scure della nostra anima.

Ingmar Bergman
"
 
\\ Ingresso : Storico : Al Cinema (inverti l'ordine)
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
a cura di Emanuele P. (del 15/11/2014 @ 14:33:42, in Al Cinema, linkato 3539 volte)


La spia – A Most Wanted Man, tratto da un romanzo di John Le Carré, ha il poco invidiabile primato di portare in scena per l’ultima volta l’ingombrante e carismatico profilo di Philip Seymour Hoffman, accompagnato da un cast di prim’ordine (Mc Adams, Dafoe, Wright). L’attore americano interpreta un veterano dell’intelligence tedesca esiliato ad Amburgo dopo una missione andata male, alle prese con la comparsa di un uomo misterioso, fuggito dalla Cecenia, le cui intenzioni appaiono indecifrabili.
Il regista Anton Corbijn, con alle spalle una lunga carriera da videomaker ed un paio di lungometraggi mediocri, sfrutta per buona parte del film l’idea piuttosto originale alla base del soggetto, centrato sulla enigmatica figura dell’uomo in fuga più che sulla convenzionale “caccia”, ma col passare dei minuti perde quella capacità di costruire pathos che aveva minuziosamente guadagnato introducendo con cura i personaggi e le loro dinamiche. Così, tanto più chiare risultano le intenzioni del fuggitivo e le debolezze della trama, tanto meno il film riesce a mantenere la sua presa sullo spettatore, finendo col diventare una sorta di parodico j’accuse nei confronti della proverbiale prepotenza americana.

Ben altro registro ma un simile andamento contraddistinguono Frank, dell’irlandese Lenny Abrahamson. Stavolta il totem attorno al quale la vicenda si sviluppa è Michael Fassbender, che interpreta il frontman mascherato di una bizzarra band musicale dal nome impronunciabile. In questa scelta si cela la vera ragion d’essere del gruppo, che secondo le intenzioni della cofondatrice Maggie Gyllenhaal deve rifuggire dalla popolarità: una scelta in controtendenza, ma indispensabile per proteggere il fragile Frank, del quale la donna è ovviamente innamorata. L’arrivo di un nuovo musicista (Domhnall Gleeson), giovane ed ambizioso quanto privo di talento, metterà tutto in discussione.
Anche il film di Abrahamson, come il thriller made in Germany di Corbijin, riesce a funzionare in modo eccellente solo fino al momento in cui la narrazione arriva ad una svolta: la storia implode insieme al suo geniale protagonista quando entrambi sono costretti a confrontarsi con un contesto più complesso di quello idilliaco della “comune” nella quale si svolge tutta la prima parte. È proprio in quel momento che il film potrebbe fare il suo salto di qualità, elevandosi dal semplice status di originale divertissement per diventare qualcosa di più, ma invece perde forza e credibilità come i suoi amati Soronprfbs (questo è il nome del gruppo), che lontani dal loro habitat naturale vedono la semplice promessa di popolarità come una sicura condanna a morte. In particolare Frank si rivela in tutta la sua fragilità, dovendo confrontarsi con i demoni del suo passato che lo avevano costretto a nascondersi dal resto del mondo, dietro quella maschera buffa ma allo stesso tempo inquietante che sfoggia misteriosamente dall’inizio del film.
Il conciliante finale, con una memorabile esecuzione di “I love you all”, fa perdonare però molte delle incertezze della storia.

L’eroina di Due giorni, una notte non deve braccare terroristi, né confrontarsi con le insicurezze della celebrità: più prosaicamente, Marion Cotillard deve cercare di sopravvivere. Il direttore della azienda in cui lavora ha infatti posto i suoi dipendenti di fronte ad un terribile ultimatum: decidere con una votazione se accettare un bonus in denaro o utilizzare quei fondi per riassumere la donna, assentatasi per motivi di salute. I due giorni ed una notte del titolo sono quelli durante i quali i fratelli Jean-Pierre e Luc Dardenne seguono la protagonista nel tentativo di convincere i colleghi a votare in suo favore; si tratta di una odissea commovente, a tratti straziante, un viaggio nell’animo umano condotto dagli autori francesi senza lasciare spazio al giudizio: anche gli interlocutori più ostili hanno la loro dignità.
Marion Cotillard domina la scena dal primo all’ultimo istante, con una interpretazione convincente e matura, dando prova ancora una volta del suo incredibile eclettismo che la rende in grado di spaziare dai blockbuster americani di Nolan fino ai film intimisti della natia Francia. Grazie alla naturale empatia che provoca nello spettatore, riesce ad introdurlo in uno spaccato di durissima, cruda, realtà con efficacia maggiore di quanto avrebbe potuto fare anche il più ispirato dei documentari; si esce dalla sala con qualche certezza in meno, ma con un pizzico di fiducia in più nell’umanità.

La spia – A Most Wanted Man, di Anton Corbijn.
2014 (USA, Germania, Regno Unito), 121’
uscita italiana: 30 ottobre 2014

Frank, di Lenny Abrahamson.
2014 (Regno Unito, Irlanda), 95’
uscita italiana: 13 novembre 2014

Due giorni, una notte (Deux jours, une nuit), di Jean-Pierre e Luc Dardenne.
2014 (Belgio, Italia, Francia), 95’
uscita italiana: 13 novembre 2014

 
a cura di Emanuele P. (del 12/09/2014 @ 18:21:28, in Al Cinema, linkato 5089 volte)


Frances Ha
Noah Baumbach, 2012 (USA), 86’
uscita italiana: 11 settembre 2014

“Adorava New York. La idolatrava smisuratamente (…) Per lui, in qualunque stagione, questa era ancora una città che esisteva in bianco e nero”.

Sin dalla sua uscita nelle sale, Manhattan (1979) è diventato il principale punto di riferimento per generazioni di cineasti innamorati della Grande Mela e di quella inscalfibile retorica che la rende palcoscenico privilegiato per il dipanarsi di innumerevoli storie; pochi autori però sono riusciti a restituire una così vigorosa linfa all’atmosfera di alleniana memoria quanto Noah Baumbach (Kicking and Screaming, Il calamaro e la balena) con il suo Frances Ha. Più che nell’ammiccante particolare della fotografia in bianco e nero, questo legame si manifesta subito, durante la meravigliosa sequenza d’apertura in cui lo spettatore inizia a familiarizzare con la ingombrante protagonista della vicenda, Frances (Greta Gerwig): basta un montaggio serrato ma armonioso, ispirato più o meno consciamente dall’indimenticabile epilogo di Annie Hall, per stabilire subito la cifra stilistica del film. Il prologo ci presenta la storia di una grande amicizia, introducendoci alla simbiotica intimità che caratterizza il rapporto tra Frances e Sophie (Mickey Sumner), amiche che condividono quasi ogni istante della loro vita “come una coppia di lesbiche che non fa più sesso”. Ma mentre la fragile protagonista è totalmente dipendente da questa relazione, intrappolata in un mondo di autoillusione nel quale si immagina come promettente ballerina di danza moderna, Sophie porta avanti un’esistenza decisamente più funzionale (fidanzato, lavoro remunerativo, grandi aspirazioni) ed è pronta ad emanciparsi da questa “unione” traslocando in compagnia di un’altra amica in un quartiere ben più chic.
Prevedibilmente, questo evento mette in discussione l’intera esistenza di Frances: è un brusco ritorno alla realtà, nella quale anche la basilare “sopravvivenza” diventa tutt’altro che scontata. La ragazza inizia quindi un pellegrinaggio attraverso il mondo dei Bourgeois-bohèmian newyorkesi che ricorda quasi una discesa agli inferi: di appartamento in appartamento, si fa strada tra amici e conoscenti che la trattano come un bizzarro esperimento sociale, presi come sono dallo sperperare il denaro di famiglia inseguendo improbabili ambizioni artistiche.
Ogni tanto, il bianco e nero di Manhattan in qualche modo incontra (se non anticipa) i chiassosi colori del celebrato serial tv Girls (di Lena Dunham, 2012), che segue le disavventure di un’altra outcast alle prese con il cinismo della grande metropoli – c’è persino un interprete in comune, Adam Diver; ma mentre l’alter ego televisivo vive pericolosamente la grottesca New York del ventunesimo secolo, Frances vaga in un mondo romantico e senza tempo, cristallizzato in modo efficacissimo dalla fotografia di Sam Levy. La sua è una dolorosa odissea, ma si conclude con un epilogo gratificante: la nascita di una nuova donna,
più pragmatica ma non per questo meno felice, finalmente in grado di apprezzare davvero l’amicizia che la lega alla compagna di una vita, un sentimento tale da trascendere la semplice, infantile, dipendenza.
Greta Gerwig (co-autrice della sceneggiatura, eroina del cinema indie americano) offre una prestazione monumentale e per una volta dà l’impressione di aver completato quel personaggio che da anni trascina di commedia in commedia: la bizzara quasi-trentenne affetta dalla sindrome di Peter Pan; a questa maturazione contribuisce in modo determinante il sodalizio con Baumbach, che nobilita le imprese della sua protagonista inserendole in una cornice perfetta, costruita con stile ricercato e molto personale, dalle scelte musicali (c’è il portabandiera della nouvelle vague Delerue ma anche David Bowie) sino alla curiosa modalità di divisione della storia in capitoli, ciascuno dei quali prende il suo titolo dall’indirizzo dell’appartamento abitato in quel momento da Frances: si tratta dell’efficace metafora di un viaggio interiore che riuscirà a conquistare più di qualche cinico tra i presenti in sala.

 
a cura di Emanuele P. (del 06/01/2014 @ 15:09:55, in Al Cinema, linkato 2312 volte)


The Butler – Un maggiordomo alla Casa Bianca
(Lee Daniel’s The Butler)
Lee Daniels, 2013 (USA), 132’
uscita italiana: 1 gennaio 2014
voto su C.C.

12 anni schiavo
(12 Years a Slave)
Steve McQueen, 2013 (USA), 134’
uscita italiana: 20 febbraio 2014
voto su C.C.

Parafrasando Mao potremmo dire che non si affronta la storia della schiavitù con la stessa eleganza, tranquillità e delicatezza con la quale si partecipa ad un pranzo di gala: si tratta di eventi di inconcepibile violenza e dagli esiti sconcertanti. È per questo motivo che The Butler non convince, sin dalle primissime battute, quando una fotografia slavata da soap sudamericana introduce gentilmente lo spettatore in una piantagione di cotone della Georgia. Il film di Lee Daniels è una parata di stelle (o presunte tali) della cultura afroamericana, mal camuffate in ruoli stereotipati, che palesa una imperdonabile mancanza di pathos e regge le sue interminabili ore solo sulle possenti spalle di Forest Whitaker, sempre all’altezza di monumentali responsabilità attoriali. Attraverso gli occhi di un maggiordomo al servizio di numerosi mandati presidenziali alla Casa Bianca, il regista americano mette in scena la (retorica) revisione di un secolo di storia senza perdere l’occasione di proporre anche pedanti e banali riflessioni sul rapporto padre-figlio; lo fa con elegante distacco, quasi cullando propositi pedagogici, senza riuscire a coinvolgere quelli non facili alla lacrima patetica.

Il torpore emotivo che frustra lo spettatore di The Butler sarà fatto violentemente scomparire dall’altro grande film della stagione cinematografica che affronta la questione razziale: 12 Years a Slave (12 anni schiavo). Il britannico Steve McQueen ha infatti nell’omen nomen la ragion d’essere del suo cinema: come l’iconico eroe del cinema americano col quale condivide l’anagrafe è un bruto impassibile, un regista innamorato della realtà e pronto a “sporcarsi le mani” con qualsiasi cosa ci possa trovare – i precedenti Hunger (2008) e Shame (2011) parlano chiaro.
La storia, ambientata circa un secolo prima di quella del maggiordomo di Lee Daniels, ha come protagonista un altro nero dal cervello fino: Salomon Northup (Chiwetel Ejiofor) uomo libero di New York che viene rapito da negrieri senza scrupoli e rivenduto come schiavo nel profondo sud degli States. La sua odissea ha dimensioni epiche ed incredibile presa, perché mostrata senza filtri ma con notevole gusto artistico: McQueen ti brucia l’anima con sangue e lacrime, mai così reali, eppure riesce a regalare momenti di struggente ed autentica bellezza.
La sceneggiatura di John Ridley, liberamente tratta da una storia vera, viene valorizzata dall’artista londinese anche grazie ad un coraggioso e spregiudicato uso del flashback, inteso ormai come parte fondante della narrazione e ivi fuso, confidando nell’attenzione dello spettatore smaliziato da decenni in cui è stato vaccinato da questo artificio. La linea temporale è ellittica, un susseguirsi di istantanee che catturano l’essenza del protagonista, tutte le sue incertezze, le sue paure e soprattutto la sua invincibile voglia di sopravvivere. Ad interpretarlo è Chiwetel Ejiofor, straordinario attore finalmente alla prese con un ruolo da lead all’altezza, che diviene il perno attorno a cui ruotano altri grandi nomi (Giamatti, Cumberbatch, Dano, Fassbender, Pitt) per una resa finale impeccabile, che restituisce con grande efficacia uno spaccato miserabile della storia dell’umanità.
Come le altre opere di McQueen, 12 anni schiavo è un film brutale, a tratti insopportabile, ma allo stesso tempo meraviglioso: uno specchio fedele della realtà.

 
a cura di Emanuele P. (del 14/11/2013 @ 17:39:47, in Al Cinema, linkato 1416 volte)

Jobs
(jOBS)
Joshua Michael Stern, 2013 (USA), 128’
uscita italiana: 14 novembre 2013
voto su C.C.

Prisoners
(Prisoners)
Denis Villeneuve, 2013 (USA), 153’
uscita italiana: 7 novembre 2013
voto su C.C.

Jobs lascerà l’amaro in bocca a tutti i fanatics della mela morsicata che erano in attesa di una pellicola-agiografia per il loro personalissimo guru: il film di Joshua Michael Stern racconta infatti le disavventure della carriera da entrepreneur di Steve Jobs con piglio tutt’altro che indulgente, soprattutto per quanto riguardo la sua complessa personalità. Più che grande innovatore o genio idealista, il fondatore della Apple appare un egomaniaco con pochissimo rispetto verso il prossimo, a meno che non si tratti di un cliente al quale proporre l’ennesimo giocattolino tecnologico.
Sin dai primi passi nel mondo del business, a colpire di Jobs non sono tanto le capacità da artista del byte (è un amico, archetipo del nerd, a fare tutto il lavoro) quanto le sue abilità da imbonitore; anche le competenze manageriali sembrano essere poi messe in discussione, con i suoi numerosi “capricci” diventati problemi economicamente rilevanti una volta che il (primo) successo mondiale dei prodotti ideati lo spinge tra le vette di Wall Street. Non basta quindi l’accento finale, smaccatamente in salsa “vissero tutti felici e contenti”, per recuperare l’entusiasmo dei numerosi accoliti di Mr. iPod.
Come tutte le biopic, Jobs propone un profilo (per quanto opinabile) che lo spettatore “occasionale” accetta passivamente, finendo inevitabilmente con lo sposare il punto di vista degli autori. Si tratta però di un ritratto che getta luce solo su una parte della vita di Jobs, evidenziandone strumentalmente debolezze ed incomprensibili idiosincrasie. La riuscita del film non è poi aiutata da una recitazione piuttosto mediocre: tra tutti svetta Ashton Kutcher, che risulta troppo spesso sopra le righe, poco convincente e più in generale non all’altezza di un ruolo così complesso. Come il suo personaggio, resta intrappolato in una caratterizzazione quasi caricaturale.

Anche ai protagonisti di Prisoners sono affidati ruoli estremamente complessi, ma con risultati ben diversi. L’ultima opera dell’interessante regista canadese Denis Villeneuve (Incendies) è un intenso thriller psicologico che valorizza in modo eccellente un soggetto abbastanza originale e l’ottima scrittura col quale sono tratteggiati i personaggi.
Ambientato nei suburbs americani (fotografati con maestria da Roger Deakins, fedelissimo dei Coen), il film mette in scena le vicissitudini di due uomini tormentati: sono Keller (Hugh Jackman) che deve confrontarsi col rapimento della sua bambina apparentemente scomparsa nel nulla ed il detective Loki (Jake Gyllenhaal) agente affidato al caso – riguardo la trama si può dire poco di più per non svelare i particolari di un intreccio ad orologeria che merita di essere scoperto dallo spettatore poco per volta.
Con stile asciutto ma non per questo banale, Villeneuve ci fa entrare nell’anima dei suoi protagonisti, in profondità, dimostrando come sia semplice in situazioni estreme superare i confini sfocati di legge e morale.
Jackman e Gyllenhaal offrono due prestazioni magistrali, dando vita a personaggi credibili e pieni di umanità, che garantiscono alla storia invidiabile pathos: la suspense è infatti da ricercare nel loro tormento piuttosto che in plateali scene d’azione – delle quali il film è pressoché privo. Alla lunga questa (coraggiosa) scelta stilistica paga, perché nonostante la durata significativa Prisoners non perde mai la sua presa sullo spettatore; al contrario si resta quasi interdetti quando un brusco taglio porta ai titoli di coda. Come ogni film riuscito diventa un viaggio, un’esperienza, che si lascia con dispiacere.

 
a cura di Emanuele P. (del 04/07/2013 @ 14:15:43, in Al Cinema, linkato 1656 volte)

To the Wonder
(To the Wonder)
Terrence Malick, 2012 (USA), 112’
uscita italiana: 4 luglio 2013

voto su C.C.

Neil (Ben Affleck) e Marina (Olga Kurylenko) si godono il loro idillio parigino finché l’uomo, un americano in cerca di se stesso, non è costretto a ritornare al polveroso lavoro nella natia Oklahoma. L’amore ne risente, spegnendosi giorno dopo giorno, con l’ingresso in scena di una ex (Rachel McAdams) e di un prete in crisi mistica (Javier Bardem).

Voci non confermate sostengono che Ben Affleck di fronte al final cut di To The Wonder abbia affermato che il nuovo film di Terrence Malick “fa sembrare The Tree of Life semplice quanto Trasformers”. Tutti quelli che, dopo aver assistito all’epopea della coppia Pitt-Chastain, avevano lasciato la sala quantomeno accigliati possono solo tremare di fronte a questa dichiarazione, tanto paradossale quanto condivisibile. Con To the Wonder il regista americano ha infatti deciso di liberarsi definitivamente da ogni precetto della tradizionale narrativa cinematografica, rinunciando alla trama, ai personaggi e più in generale a tutti i capisaldi che consentono di distinguere un “film” da un altro esperimento audiovisivo.
Come una installazione da museo d’arte contemporanea, l’ultima opera di Malick può essere vista entrando in sala in qualsiasi momento, ed uscendone quando si crede di averne abbastanza: si tratta di un flusso di immagini ipnotiche (meravigliosa fotografia di Emmanuel Lubezki) punteggiato da monologhi perennemente sussurrati e mal comprensibili, un continuo volteggiare di camera e personaggi, ignari circa lo sviluppo della storia almeno quanto l’incuriosito spettatore. Basti pensare che molti dei dettagli della trama (nomi dei personaggi inclusi) possono essere conosciuti solo leggendone la cartella stampa e che buona parte di un cast stellare (Chastain, Weisz, Pepper, Sheen) ha visto il suo ruolo scomparire dopo l’uscita della pellicola dalla sala di montaggio.

L’opera di Malick ha comunque qualcosa di magico, perché in grado di rendere ugualmente sublimi (o meglio meravigliose, in accordo col titolo) Mont Sant-Michel e le paludi inquinate dell’entroterra americano; l’occhio del cineasta-filosofo sembra in grado di cogliere la bellezza ovunque ed in un modo così puro e primordiale da risultare travolgente: una esperienza che merita, in ogni caso, di essere apprezzata. 
Mentre The Tree of Life manteneva una sua coerenza narrativa, barocca ma profondamente affascinante ed in qualche modo “compiuta”, To the Wonder lascia esterrefatti per l’assenza, quasi provocatoria, di un qualsiasi intento; questo influisce negativamente anche sulle performance degli attori, divenuti eteree caricature, fantasmi che si aggirano per scenari stupendi: mentre le interpreti femminili si salvano in un mare di leggiadre piroette, Affleck, sistematicamente mutilato da inquadrature bizzarre, rischia la peggior figura di tutta la sua carriera al di qua della cinepresa.
Col passare dei minuti si fa sempre più forte l’impressione che Malick abbia ceduto, ormai incondizionatamente, alla tentazione di sottrarre tutto il “superfluo” dalla sua opera, finendo però col privare le immagini di quell’anima, di quel senso comune, che rappresentano l’identità di un film. Ciò che resta, per quanto degno di meraviglia, è più adatto alla sala video di un museo piuttosto pretenzioso.

 
a cura di Emanuele P. (del 15/06/2013 @ 16:38:18, in Al Cinema, linkato 1670 volte)


Holy Motors

(Holy Motors)
Leos Carax, 2012 (Francia, Germania), 110’
uscita italiana: 6 giugno 2013
voto su C.C.

Tutto inizia in un cinema, dove una platea appare ipnotizzata dal fascino del grande schermo. Stanno forse attendendo che lo spettacolo inizi, così come noi, in attesa di entrare nella bizzarra mente di Leos Carax, regista mai banale. È proprio lui a guidarci, aprendo con fatica una porta magica occultata dietro la inquietante carta da parati della sua stanza: parte così il nostro viaggio, reso possibile dal motore mistico del Cinema, una corsa sulle montagne russe che spinge ad aggrapparsi forte ai braccioli della poltrona.
In scena irrompe infatti Monsieur Oscar (Denis Lavant) in quello che scopriremo essere il primo dei suoi famigerati “appuntamenti”: interpreta (è questo il verbo più giusto) un banchiere minaccioso, amato dai familiari ma detestato dal resto della società. Proprio quando si inizia a prendere confidenza con le sue disavventure, ecco che il camaleonte cambia sembianze, trasformandosi grazie a protesi complesse e fantasiose in una anziana mendicante; spiazzati possiamo seguirla solo per pochi istanti perché, come scopriremo presto, a bordo della limousine che conduce Oscar in giro per una eterea Parigi è presente un vero e proprio camerino, con ogni genere di trucco e travestimento. Col passare dei minuti diventerà attore per una sofisticata sessione di motion capture, un disgustoso ominide da fiaba dark (Monsieur Merde…), un padre affettuoso, un assassino, un anziano morente, un dissidente e persino il patriarca di una famiglia “non convenzionale”; per qualche minuto, in compagnia di una “collega” che probabilmente aveva amato (Kylie Minogue, ammirevole), potreste infine riuscire a sbirciare nella sua vera vita, ammesso che esista.
Quando, al termine della lunga giornata “lavorativa”, la sua chauffeur (Edith Scob) riconduce la limousine all’officina (la Holy Motors, ovviamente) tutto potrà sembrare più chiaro. O terribilmente più confuso.

Il cinquantenne Leos Carax gioca con il Cinema, spaziando dai primi esperimenti dei pionieri sino al più evoluto dei meccanismi di cattura 3D: sul suo rollercoaster non ci si può annoiare, perché anche la meno piacevole delle esperienze dura solo qualche minuto. Punzecchiando lo spettatore, l’autore francese tronca impunemente climax, propone situazioni inverosimili (il frammento del Monsieur Merde, in cui brilla Eva Mendes, è poeticamente ributtante), abbandona personaggi ai quali iniziavamo ad affezionarci, indugia in una compiaciuta autoreferenzialità e, soprattutto, non si sforza minimamente di dare una spiegazione (od un senso) a ciò che mette in scena. Al contrario di altri cineasti a tratti imperscrutabili, come Malick, Lynch e quel Gaspar Noè col quale condivide un geniale gusto cinematografico per la provocazione, Carax offre solamente un insieme di sensazioni, un continuum di istantanee, nel quale è inutile cercare un significato superiore. Il suo Holy Motors è forse un melanconico testamento del “vecchio” Cinema che, pur apparendo provato dalla lunga attività come il suo paradigmatico Attore (Lavant), non è ancora disposto ad essere rottamato? oppure è una astrusa interpretazione della storia della celluloide, uno sguardo sull’odissea infinita dei personaggi che la animano per poi essere dimenticati? o ancora, e se si trattasse semplicemente del personalissimo divertissement di un artista a suo modo unico?
Domande inutili, destinate a restare senza risposta, perché Holy Motors non può essere visto contando sulle regole e i canoni del cinema tradizionale e sebbene tenti di fornire qualche indizio circa la sua vera natura in alcune sequenze (come il discorso in macchina tra Lavant e Michel Piccoli e le battute conclusive del film), resta sempre sufficientemente criptico da lasciare aperta la porta ad ogni genere di interpretazione.  C’è solo da mettersi comodi e lasciare che Leos Carax apra il suo portale incantato: troverete più film in queste due ore di quanti molti autori ne concepiranno in tutta la loro carriera.
Esperienza.

 
a cura di Emanuele P. (del 13/06/2013 @ 14:10:27, in Al Cinema, linkato 1188 volte)


Voices

(Pitch Perfect)
Jason Moore, 2012 (USA), 112’
uscita italiana: 6 giugno 2013
voto su C.C.

Beca (Anna Kendrick) e Jesse (Skylar Astin), studenti al primo anno di college, si trovano coinvolti nelle faide interne alla loro università nella quale due fazioni di pseudo-artisti si confrontano da anni: sono specialisti del canto a cappella e la loro più grande ambizione è vincere una prestigiosa competizione nazionale.

Pitch Perfect (divenuto Voices per i consueti misteri della distribuzione nostrana) è una variabile discretamente godibile della vostra commedia adolescenziale di fiducia. Stavolta infatti, oltre ai consueti conflitti maschi alfa-cheerleader, alle angherie verso i disadattati e ad una scialba satira sociale viene aggiunto al mix un pizzico di quella Glee generation che ultimamente sembra funzionare tanto bene.
Gli eroi, tra una disavventura formativa e l’altra, hanno modo di mostrare ammirevoli capacità canore ed una buona propensione alla coreografia spettacolare; viene così messa in secondo piano una trama ridotta ai minimi termini, piena di personaggi solo abbozzati, e la regia incolore di Jason Moore, mestierante da network TV.
Il cast merita l’unico ma più sentito encomio, per una performance in grado di ribadire il concetto che un pugno di attori americani (anche se di secondo, terzo e quarto piano) ha capacità ed eclettismo da far invidia a molte delle nostre più stimate compagnie itineranti. Anche per questo, i musical sarebbe meglio lasciarli a loro.
Disimpegno.

 
a cura di Emanuele P. (del 10/05/2013 @ 14:38:09, in Al Cinema, linkato 1363 volte)


Effetti collaterali
(Side Effects)
Steven Soderbergh, 2013 (USA), 106’
uscita italiana: 1 maggio 2013
voto su C.C.

La vita da sogno di Emily (Rooney Mara) viene bruscamente interrotta dall’arresto dell’aitante marito (Channing Tatum), colpevole di insider trading. Quando il peggio sembrerebbe passato – l’energumeno ha scontato la sua pena e tenta di reinserirsi nella società – la ragazza cade però vittima di una profonda depressione che la spinge a tentare il suicidio. Questo “grido d’allarme” viene colto dallo psichiatra (Jude Law) che si trova ad accudirla al pronto soccorso: l’uomo, intento ad arrabattarsi tra mille impieghi pur di mantenere un tenore di vita da newyorkese benestante, prende a cuore le vicende della affascinante Emily e inizia a trattarla, invano, con una serie di psicofarmaci. Grazie al consulto con una collega (Catherine Zeta-Jones) che aveva avuto precedentemente la ragazza in cura, entra in scena un farmaco miracoloso; i suoi effetti collaterali però…

Steven Soderbergh ha abituato i suoi aficionados ad una sorprendente capacità di adattarsi a generi radicalmente differenti, pur mantenendo uno stile ben definito. Con Side Effects il cineasta americano affronta una sfida piuttosto impegnativa, mettendo in scena un thriller atipico che cela la sua vera natura almeno fino a quando un inaspettato colpo di scena non sovverte il susseguirsi degli eventi – la situazione è in realtà già suggerita ambiguamente durante la sequenza iniziale. È difficile addentrarsi nella struttura della trama senza rivelare informazioni che svilirebbero questo coup de theatre: Soderbergh, con lo sceneggiatore Scott Z. Burns, costruisce infatti un complesso meccanismo fondato su bugie e mezze verità in cui (come da regola aurea) “niente è come sembra”.
Il principale contributo del regista è però l’atmosfera angosciante, da tragedia imminente, che caratterizza il film sin dai primissimi istanti, quando un lungo piano sequenza, speculare a quello che conclude la pellicola, ci introduce per la prima volta all’appartamento dei coniugi Martin – facendo tornare in mente ai più volenterosi persino l’incipit di Psycho. La fotografia ambrata (opera dallo stesso Soderbergh) contribuisce significativamente alla riuscita finale: allo spettatore sembra di galleggiare nei sogni inquieti della sfortunata protagonista, intrappolati nella “nube velenosa” della depressione.
Nonostante qualche debolezza (in particolare il significativo ricorso alla sospensione dell’incredulità di chi assiste, di fronte a situazioni piuttosto inverosimili), Side Effects si dimostra thriller avvincente, girato con capacità da un autore che riesce a non essere mai banale. Merce rara.
Farmaceutico.

 
a cura di Emanuele P. (del 19/04/2013 @ 15:42:51, in Al Cinema, linkato 1300 volte)

Nella casa
(Dans la maison)
François Ozon, 2012 (Francia), 105’
uscita italiana: 18 aprile 2013
voto su C.C.

Germain (Fabrice Luchini), professore senza più stimoli, scopre tra i suoi studenti un bizzarro talento letterario: si tratta di Claude (Ernst Umhauer), sedicenne dalla situazione familiare complessa, che nei compiti assegnati racconta con brillante acume le sue esperienze da voyeur vissute spiando la famiglia apparentemente “normale” di un compagno non troppo sveglio (Bastien Ughetto). Inizia così un gioco perverso, dalle imprevedibili conseguenze.

François Ozon disseziona la società francese con bisturi affilato, all’altezza del miglior Chabrol. Per farlo sceglie il registro della commedia nera, con risvolti persino da thriller, nella quale sono messi a confronto due mondi agli antipodi: da una parte gli intellettuali perennemente annoiati, superbi ed un po’ bigotti (Germain e la moglie Jeanne, interpretata da Kristin Scott Thomas), dall’altra una famigliola (gli Artole, Emmanuelle Seigner e Denis Ménochet) nella quale la facciata di felicità bourgeois cela conflitti irrisolti ed ambizioni non soddisfatte. Questi due universi vengono in contatto, per interposta persona, grazie agli occhi e all’immaginazione di Claude, giovane sociopatico dalle ingenue intenzioni che s’insinua nella casa “perfetta” degli Artole. Il suo è un bisogno infantile di affetto familiare che si trasforma in qualcosa di diverso e più insidioso col passare del tempo, grazie anche alle insistenze del professor Germain, attratto dall’idea di rivivere attraverso gli scritti del ragazzo la sua gioventù da romanziere fallito. Presto il confine tra giusto e sbagliato, tra morale ed immorale, diventa più sfocato: persino Jeanne, inizialmente scettica circa l’atteggiamento del marito nei confronti della vicenda, ne diviene morbosamente appassionata. Claude è infatti diventato un irresistibile “buco della serratura” grazie al quale sbirciare la vita degli altri, celandosi dietro una presunta (ma ostentata) superiorità intellettuale – lo sprezzante sarcasmo col quale il ragazzo descrive la quotidianità degli Artole è uno dei motivi che rendono così interessanti i racconti per il suo piccolo “pubblico”.
Gli occhi di Claude diventano lo sguardo dello spettatore, che resta intrappolato nell’universo cinico e grottesco messo in scena con abilità da Ozon: realtà ed immaginazione iniziano a confondersi, fino a rendere impossibile distinguerle. Da qui prende le mosse l’ultima parte della narrazione, un crescendo piuttosto surreale che sembra fissare più chiaramente le “coordinate” del film, reso divertita ma inquietante metafora dei conflitti (culturali, sociali, economici) della società occidentale.
Impietoso.

 
a cura di Emanuele P. (del 05/03/2013 @ 15:37:06, in Al Cinema, linkato 1907 volte)

Il lato positivo – Silver Linings Playbook
(Silver Linings Playbook)
David O. Russell, USA (2012), 117’
uscita italiana: 7 marzo 2013
voto su C.C.
Pat (Bradley Cooper) torna a vivere con i genitori (Jacki Weaver e Robert De Niro) dopo aver parzialmente scontato una condanna per l'aggressione all’amante della moglie. Solo dopo l’incidente gli è stato diagnosticato un disturbo bipolare, che rende difficoltoso il suo reinserimento nella società: una canzone lo tormenta, contrattempi anche piccoli provocano eccessi d’ira e l’ossessione per l’amata moglie è tutt’altro che scomparsa. L’incontro con Tiffany (Jennifer Lawrence), giovane vedova condizionata dai sensi di colpa, gli cambierà la vita.
Sin dai tempi di Spellbound (Io ti salverò, 1945) quello della donna disposta a tutto pur di redimere e/o cambiare l’amato è stato uno dei temi più gettonati del cinema “romantico”, ma con Silver Linings Playbook il regista e sceneggiatore David O. Russell (The Fighter) riesce a declinarlo in modo diverso, brillante ed originale.
La storia, tratta dal romanzo di Matthew Quick, affronta infatti con leggerezza anche lo spinoso problema della malattia mentale; come suggerisce il titolo l’ottimismo diventa la lente attraverso la quale filtrare ogni situazione. L’apparente semplicità della struttura narrativa nasconde numerosi spunti di riflessione: vengono affrontate le difficoltà del rapporto padre-figlio, la complessa elaborazione di un lutto inaspettato, e soprattutto viene raccontato l’infinito (persino commuovente) amore di una famiglia nei confronti del suo figliol prodigo.
La fama di ottimo direttore di attori che circonda David O. Russell, pur assolutamente meritata (le performance e i premi dei “suoi” protagonisti sono lì a dimostrarlo) non deve mettere in discussione un indubbio talento cinematografico, messo in luce da scelte registiche mai banali che garantiscono alla narrazione ritmo invidiabile ed una estetica appagante. La parte finale del film è un valido esempio: l’intera sequenza del “dance contest” , magistralmente girata, è architettata con grande cura (oltre ad una certa furbizia) e culmina nella brillante performance dei due eroi, pronti a dare vita ad una scena musicale che vale un posto nell’Olimpo del genere, in compagnia del twist ballato al Jack Rabbit’s Slim dalla coppia Thurman-Travolta. Con l’impegnativa esibizione danzereccia il duo di protagonisti sigilla una brillante prova attorale, costruita su un infinito rincorrersi, litigare, chiedere scusa: si tratta di un amore a prima vista, del quale solo Pat sembra non accorgersi. Nasce così una complicità tra autore e spettatore (al quale più di una volta, celatamente, vengono mostrati particolari chiarificatori) che intensifica il pathos e garantisce al climax finale una prevedibile ma spettacolare riuscita.
 
Pagine: 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20


online dal 16 ottobre 2006

Titolo
Al Cinema (196)
Amarcord (63)
Anteprime (33)
Cattiva Maestra Televisione (13)
Contenuti Speciali (43)
Frames (29)
Professione Reporter (5)
Re per una notte (63)
Sentieri Selvaggi (9)
Uno Sparo Nel Buio (4)

Post del mese:
Ottobre 2006
Novembre 2006
Dicembre 2006
Gennaio 2007
Febbraio 2007
Marzo 2007
Aprile 2007
Maggio 2007
Giugno 2007
Luglio 2007
Agosto 2007
Settembre 2007
Ottobre 2007
Novembre 2007
Dicembre 2007
Gennaio 2008
Febbraio 2008
Marzo 2008
Aprile 2008
Maggio 2008
Giugno 2008
Luglio 2008
Agosto 2008
Settembre 2008
Ottobre 2008
Novembre 2008
Dicembre 2008
Gennaio 2009
Febbraio 2009
Marzo 2009
Aprile 2009
Maggio 2009
Giugno 2009
Luglio 2009
Agosto 2009
Settembre 2009
Ottobre 2009
Novembre 2009
Dicembre 2009
Gennaio 2010
Febbraio 2010
Marzo 2010
Aprile 2010
Maggio 2010
Giugno 2010
Luglio 2010
Agosto 2010
Settembre 2010
Ottobre 2010
Novembre 2010
Dicembre 2010
Gennaio 2011
Febbraio 2011
Marzo 2011
Aprile 2011
Maggio 2011
Giugno 2011
Luglio 2011
Agosto 2011
Settembre 2011
Ottobre 2011
Novembre 2011
Dicembre 2011
Gennaio 2012
Febbraio 2012
Marzo 2012
Aprile 2012
Maggio 2012
Giugno 2012
Luglio 2012
Agosto 2012
Settembre 2012
Ottobre 2012
Novembre 2012
Dicembre 2012
Gennaio 2013
Febbraio 2013
Marzo 2013
Aprile 2013
Maggio 2013
Giugno 2013
Luglio 2013
Agosto 2013
Settembre 2013
Ottobre 2013
Novembre 2013
Dicembre 2013
Gennaio 2014
Febbraio 2014
Marzo 2014
Aprile 2014
Maggio 2014
Giugno 2014
Luglio 2014
Agosto 2014
Settembre 2014
Ottobre 2014
Novembre 2014
Dicembre 2014
Gennaio 2015
Febbraio 2015
Marzo 2015
Aprile 2015
Maggio 2015
Giugno 2015
Luglio 2015
Agosto 2015
Settembre 2015
Ottobre 2015
Novembre 2015
Dicembre 2015
Gennaio 2016
Febbraio 2016
Marzo 2016
Aprile 2016
Maggio 2016
Giugno 2016
Luglio 2016
Agosto 2016
Settembre 2016
Ottobre 2016
Novembre 2016
Dicembre 2016
Gennaio 2017
Febbraio 2017

Gli interventi più cliccati


Cerca per parola chiave
 


Titolo
Logo (33)

Le fotografie più cliccate


Titolo
Blog segnalato da:












Giudice su:




Inland Empire Aggregator









Net news di Informazione Libera


Paperblog : le migliori informazioni in diretta dai blog






Creative Commons License
I testi sono pubblicati sotto una 
Licenza Creative Commons.


27/02/2017 @ 19:12:38
script eseguito in 78 ms