Ognuno è libero di speculare a suo gusto sul significato filosofico del film, io ho tentato di rappresentare un'esperienza visiva, che aggiri la comprensione per penetrare con il suo contenuto emotivo direttamente nell'inconscio.
a cura di Emanuele P. (del 06/03/2010 @ 12:39:37, in Al Cinema, linkato 1402 volte)
Revanche – Ti ucciderò (Revanche) Götz Spielmann, 2008 (Austria), 121' uscita italiana: 5 marzo 2010 voto su C.C.
Nell'Austria dei nostri giorni si intrecciano drammaticamente le vite di due coppie agli antipodi. La prima, che ci viene mostrata in apertura con tanto di meraviglioso scorcio bucolico, è composta da un fin troppo zelante poliziotto di provincia (Andreas Lust) e dalla sua annoiata consorte (Ursula Strauss), angustiata da una maternità che ormai rischia di allontanarsi definitivamente (lui è sterile, lei invecchia ed ha già subito un aborto spontaneo); la seconda coppia sopravvive invece nella periferia di una Vienna fredda e disumanizzata, in un bordello nel quale lavora da tuttofare l'ingenuo Alex (Johannes Krisch), innamorato di una ragazza ucraina (Irina Potapenko) che lo ricambia clandestinamente. Le due strade s'incontrano a metà, di fronte ad una piccola banca di paese nella quale Alex tenta di portare a termine una goffa rapina “perfetta” per salvare il futuro della sua dama in pericolo, ma l'esito sarà così insospettabilmente tragico da costringerlo ad un forzato esilio in campagna, dove bramare propositi di vendetta (la revanche del titolo originale).
L'austriaco Götz Spielmann, che firma sceneggiatura e regia, dimostra una più che discreta capacità di cristallizzare le emozioni in questo suo racconto morale (la buon'anima di Rohmer ci scuserà), più favola che thriller o noir. L'evoluzione della storia infatti sorprende con l'abbandono repentino e assolutamente apprezzabile della realtà descritta con acume nella prima parte del film – degrado, indignazione, passione, persino speranza – sostituita con la dimensione fiabesca dell'ultima ora, nella quale assistiamo ad un sistematico e costante arrovellarsi del povero Alex, che la città ha reso un aspirante delinquente – come gli rinfaccia il vetusto ed arzillo nonno (Johannes Thanheiser) – non “abbastanza duro” da diventarlo realmente. Il caso lo pone di fronte all'assassino della sua amata Tamara, arma la sua mano per la prima vera volta (persino la rapina era stata compiuta con una pistola scarica), ma non riesce a cambiare la sua indole innata, a convincere la sua sonnacchiosa, ma presente, coscienza.
Il film, molto ben interpretato, dura purtroppo qualche minuto in più del necessario, quando Spielmann, sino a quel momento impeccabile anche se un po' troppo accademico – ci tiene a lasciare una sua firma esitando a lungo su scenari inanimati – pretende che dopo il significativo confronto tra i due disgraziati, a loro modo ugualmente colpevoli, ci sia anche un successivo momento chiarificatore superfluo e innaturale. La favola morale raccontata nel suo Revanche avrebbe potuto concludersi proprio pochi minuti prima, completando il proverbiale cerchio con la stessa sequenza dell'enigmatico prologo: la metafora dello specchio d'acqua che ritorna inevitabilmente al suo stato di quiete dopo che un oggetto (una allegorica pistola, come avremo modo di scoprire) ne aveva increspato la superficie generando tante piccole onde. Perché, alla fine, tutto ritorna ad una forzata normalità.
Con la premiazione di stanotte si è conclusa l'annuale consegna degli Oscar (82esima edizione), che pare aver vendicato in modo fin troppo evidente Kathryn Bigelow e il suo The Hurt Locker, che distrugge (grazie al cielo) ogni proposito di conquista dell'iper-sopravvalutato Avatar. Per la prima volta è il film di una donna a dominare la kermesse (6 statuette pelate su 9 nominations, vittoria in tutte le categorie che contano veramente), peccato che non la pensino allo stesso modo i distributori nostrani: il film (come già Redacted di Brian De Palma) è in anteprima solo su SKY. Noi speravamo, ovviamente, che Tarantino in qualche modo potesse trionfare in almeno un paio delle categorie nelle quali il suo Inglorious Basterds era accreditato, ma ci accontentiamo di una meritatissima vittoria: quella dello straordinario Christoph Waltz. Come da programma trionfano anche Jeff Bridges e Sandra Bullock; tra i film oltre agli già citati The Hurt Locker (6) e Avatar (3), premiati Precious (2), Crazy Heart (2) ed Up (2).
Ecco l'elenco completo dei vincitori:
Best Picture “The Hurt Locker”
Directing “The Hurt Locker” Kathryn Bigelow
Writing (Adapted Screenplay) “Precious: Based on the Novel ‘Push’ by Sapphire” Screenplay by Geoffrey Fletcher
Writing (Original Screenplay) “The Hurt Locker” Written by Mark Boal
Actor in a Leading Role Jeff Bridges in “Crazy Heart”
Actor in a Supporting Role Christoph Waltz in “Inglourious Basterds”
Actress in a Leading Role Sandra Bullock in “The Blind Side”
Actress in a Supporting Role Mo’Nique in “Precious: Based on the Novel ‘Push’ by Sapphire”
Animated Feature Film “Up” Pete Docter
Art Direction “Avatar” Art Direction: Rick Carter and Robert Stromberg; Set Decoration: Kim Sinclair
Cinematography “Avatar” Mauro Fiore
Costume Design “The Young Victoria” Sandy Powell
Documentary (Feature) “The Cove” Louie Psihoyos and Fisher Stevens
Documentary (Short Subject) “Music by Prudence” Roger Ross Williams and Elinor Burkett
Film Editing “The Hurt Locker” Bob Murawski and Chris Innis
Foreign Language Film “The Secret in Their Eyes (El Secreto de Sus Ojos)” Argentina
Makeup “Star Trek” Barney Burman, Mindy Hall and Joel Harlow
Music (Original Score) “Up” Michael Giacchino
Music (Original Song) “The Weary Kind (Theme from Crazy Heart)” from “Crazy Heart” Music and Lyric by Ryan Bingham and T Bone Burnett
Short Film (Animated) “Logorama” Nicolas Schmerkin
Short Film (Live Action) “The New Tenants” Joachim Back and Tivi Magnusson
Sound Editing “The Hurt Locker” Paul N.J. Ottosson
Sound Mixing “The Hurt Locker” Paul N.J. Ottosson and Ray Beckett
Visual Effects “Avatar” Joe Letteri, Stephen Rosenbaum, Richard Baneham and Andrew R. Jones
a cura di Emanuele P. (del 24/03/2010 @ 16:09:08, in Al Cinema, linkato 1207 volte)
Mine Vaganti (Mine Vaganti) Ferzan Ozpetek, 2010 (Italia), 110' uscita italiana: 12 marzo 2010 voto su C.C.
Tommaso (Riccardo Scamarcio) torna all'ovile salentino dopo un volontario esilio romano per fare il suo tanto agognato coming out e tagliare definitivamente i ponti col passato nel modo più plateale possibile: cioè di fronte ad una tavolata di sbigottiti parenti. Il problema è che il fratello Antonio (Alessandro Preziosi), quello bravo, tutto casa, chiesa e lavoro, sorprendentemente gli ruba l'idea e lo anticipa, rendendo nota la sua insospettabile omosessualità e causando un infarto al pater familias (Ennio Fantastichini). Questo costringe il povero Tommaso ad ereditare il controllo del pastificio di famiglia – insieme alla piacente Nicole Grimaudo –, ad abbandonare momentaneamente gli “scomodi” amici di Roma e a ritagliarsi lo spazio per l'unico interesse che coltiva invano (la scrittura) solo in piena notte. In qualche modo però tutto tornerà a posto nel prevedibile finalino rassicurante.
Ferzan Ozpetek rischia ormai da decenni di rimanere schiavo delle tematiche sociali e semi-malinconiche che sembrano appartenergli da copyright; Mine Vaganti non fa eccezione nonostante l'apprezzabile buona volontà che il regista italo-turco e soprattutto l'ottimo Ivan Cotroneo (autore della sceneggiatura) dimostrano nel costruire un incipit complesso e sicuramente originale per la loro storia. Il film però col passare dei minuti si trasforma inesorabilmente in farsa, a momenti anche divertente ma prevedibile e conservatrice. Infatti nonostante la storia sembrerebbe provarci il contrario (siamo pieni di personaggi che alla fine si scrollano di dosso i tradizionali cliché sulla vita di paese) il modo col quale questa ci viene raccontata è banale, quasi reazionario, da affidabile fiction per il prime-time di rai uno, che punta a non infastidire nessuno. Sono proprio le principali “mine vaganti” del film, i personaggi che dovrebbero creare scompiglio e preoccupazioni, che confermano questo desolante trend: c'è la nonna arzilla con un passato sentimentale turbolento (personaggio e trama secondaria della quale secondo noi la sceneggiatura avrebbe potuto fare tranquillamente a meno), pronta ad ergersi come la eroina del buon senso e della saggezza; ci sono gli amici gay del protagonista, finalmente in sintonia con l'immaginario collettivo grazie al loro carico di smorfie, urletti e creme idratanti; e c'è infine il figliol prodigo che col suo ritorno risolverà ogni problema insieme alla tanto vituperata “figlia femmina”, liberata dal fardello dell'essere solo casalinga – vero e proprio en plein, in questo caso.
Il film resta comunque ben recitato (da segnalare oltre all'inedito Scamarcio in versione a-virile anche l'interpretazione di Elena Sofia Ricci), mai stucchevole al contrario di molte opere precedenti firmate Ozpetek e nobilitato dal pregevole contrappunto musicale di Pasquale Catalano. Spiace dirlo ma proprio il suo essere “italiano” sembra una giustificazione alle manchevolezze e alla mediocrità formale di alcuni suoi momenti – siamo ormai preoccupantemente abituati ad accontentarci di poco: rispetto a Germi, Monicelli e Scola, al contrario di quanto si può leggere in giro, stiamo parlando di un altro sport.
a cura di Emanuele P. (del 28/03/2010 @ 19:29:40, in Al Cinema, linkato 1675 volte)
Shutter Island (Shutter Island) Martin Scorsese, USA (2010), 138' uscita italiana: 5 marzo 2010 voto su C.C.
Iniziamo con una criminosa meta-citazione: a proposito di Shutter Island, Anthony Lane (New Yorker) ci ricorda un saggio firmato Umberto Eco nel quale si dice, riguardo Casablanca «Due cliché fanno ridere. Cento cliché commuovono. Perché si avverte oscuramente che i cliché stanno parlando tra loro e celebrano l'essersi ritrovati». Questo aforisma si adatta perfettamente alla più recente opera di un coraggioso Martin Scorsese, intento a nobilitare con le sue capacità ognuna delle peculiari caratteristiche proprie dei cosiddetti B-movie.
Il protagonista di questo thriller con una divertita vena horror è l'attore feticcio dell'ultimo decennio scorsesiano, Leonardo DiCaprio, che interpreta un agente federale incaricato di indagare insieme al collega Mark Ruffalo sulla misteriosa sparizione di una donna dal manicomio-penitenziario di Shutter Island, atollo sperduto nella baia di Boston. Siamo nel 1954 e l'unico collegamento con il resto del mondo è rappresentato da un diabolico traghetto (che si trova a passare solo quando serve alla trama) oltre che da linee telefoniche provvidenzialmente interrotte. L'ennesima variante dell'enigma “omicidio in camera chiusa dall'interno” è pronto ad essere affrontato, con tanto di insospettabili e cervellotici colpi di scena.
Quello di Scorsese è un intelligente bluff: il maestro americano attinge sì con straordinaria verve all'immaginario proprio dei film di infima categoria (utilizzando ognuno dei cliché a sua disposizione in modo ammirevole) ma lo fa avvalendosi di una maestosa macchina produttiva che gli mette a disposizione tecnici del calibro di Dante Ferretti (scenografia), Robert Richardson (fotografia), la aficionadoThelma Schoonmaker (montaggio), oltre ad un cast di primissimo ordine, nel quale anche i ruoli secondari sono affidati a “nomi” come Ben Kingsley, Max von Sydow o l'emergente Michelle Williams. Nessuno dei famigerati registi di B-movie avrà mai pensato di potersi permettere un film lungo più di due ore, con una lista di produttori che supera quella dei personaggi principali; è altresì certo che, allo stesso modo, nessuno era stato benedetto con un decimo del talento concesso a Scorsese, e il nostro amato Martin dimostra ancora una gran voglia di sperimentare, di sorprendere – al contrario di molti suoi affermatissimi, e spesso più giovani, colleghi. La caratteristica ambientazione è il principale punto di forza dell'intera opera, incarnando un paradosso: quello della claustrofobia “a cielo aperto”. Nonostante la maggior parte delle scene abbia luogo in esterni, non manca mai un senso di angoscia inevitabile, dato dal tempo inclemente e dall'atmosfera che si respira incessantemente nella enigmatica Shutter Island, dove ogni pietra nasconde un cliché ed un sussulto.
La cifra stilistica di Scorsese si adatta magistralmente alla trasposizione del romanzo di Dennis Lehane (già “prestato” al cinema con gli ottimi Mystic River e Gone Baby Gone), che lascia molto spazio creativo al regista, concedendogli la licenza di “mentire” allo spettatore in funzione d'un più efficace colpo di scena finale – fu proprio Hitchcock col suo Paura in Palcoscenico uno dei primi, criticatissimi, ad utilizzare questo tipo di stratagemma, proposto più recentemente in film come Il Sesto Senso e The Others. La trama diventa sempre più tortuosa col passare dei minuti, quasi seguendo l'involuzione del nostro alter ego (un DiCaprio che sembra aver trovato piena realizzazione in questi ruoli di uomo tormentato) e può indurre qualcuno a storcere un po' il naso, perché insofferente all'attesa di una scena con maceti insanguinati e maniaci incontrollabili. In quel caso il tapino potrebbe essersi solo perso nel suo multisala di fiducia.