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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.

Niente velo per Jasira (Towelhead) Alan Ball, 2007 (Usa), 124’ uscita italiana: 17 luglio 2009
Negli ambienti non esattamente politically correct del napoletano, le suore (bontà loro) sono definite “cape ‘e pezz” (più o meno letteralmente: “teste di stoffa”), non senza un certo malvagio accanimento. Con un termine dal significato molto simile, Towelhead, viene canzonata la giovanissima Jasira (Summer Bishil, tredicenne nella finzione, vent’enne in realtà), ragazzina americana ma di origini libanesi alle prese con le prime pruderie adolescenziali. Nel mondo assolutamente caratteristico sempre descritto da Alan Ball (American Beauty, i serial cult Six Feet Under e True Blood) questa giovane teen-ager diviene il soggetto dell’attenzione di tutta una pletora d’uomini o presunti tali che escono dalla narrazione quasi peggio di quanto avrebbero potuto recitando in un film di Almodovar. Ognuno di loro è infatti a suo modo disgustoso, pigro, incivile, volgare, almeno una volta nella pellicola: Chris Messina, padre adottivo piuttosto equivoco; Aaron Eckhart, vicino di casa che dispensa inappropriate attenzioni alla lolita mediorientale (Nabokov sarebbe forse stato più soddisfatto da questa versione che da quella di Sue Lyon); Peter Macdissi, padre intransigente ed ipocrita; persino il giovane Eugene Jones, primo fidanzatino della ragazza ossessionato da monotematiche intenzioni. L’unico a salvarsi da questa carneficina all’insegna della misandria pare essere Matt Letscher che insieme alla moglie Toni Collette rappresenta nella storia l’unico spiraglio lasciato alla speranza, che d’un tratto diventa assolutamente indispensabile.
Il tono con cui viene affrontata la vicenda (soggetto tratto dall’omonimo romanzo di Alicia Erian) è volutamente sopra le righe per sdrammatizzare le tematiche senz’altro “complesse” che rappresentano il fulcro della narrazione. In particolare c’è da parte di Ball una crudele (e quasi divertita) esasperazione del ruolo del padre di Jasira, elevato a definizione vivente di compiaciuta ipocrisia – per il suo comportamento nei confronti della figlia, ma soprattutto per le continue contraddizioni che arriva ad ostentare, provando a convincere la sua ex moglie Maria Bello che solo nella mente di un uomo intelligente possono convivere pacificamente due idee tra loro in contrasto.
Nonostante Ball tenti in ogni modo di rendere umani o degni d’empatia i suoi personaggi, ciò che traspare dalla pellicola è la medesima sensazione che dominava il precedente capolavoro, American Beauty (dal quale azzardiamo sarà inevitabilmente influenzata ogni sua opera futura): cioè che dietro ognuna di quelle ordinatissime casette a schiera della periferia americana, con curatissimi giardini fioriti e patriottiche bandiere stese a sventolare, sono celate le più terribili perversioni e i più controversi rapporti che si possano immaginare. La “negatività” non è accentrata tutta da un unico personaggio disprezzabile ed evidentemente maligno, ma traspare dai più normali gesti di ciascuno di questi average-men: persino l’angelico Letscher, che salva la ragazzina aiutato dalla premurosa consorte, riuscendo a garantire alla giovane l’unica decente famiglia che abbia mai avuto, viene guardato con sospetto dall’ormai sconsolato spettatore quando mantiene lo sguardo un po’ troppo a lungo sulle gambe della graziosa Bishil – ma non temete, perlomeno stavolta il motivo è assolutamente onorevole.
Sono forse l’intuizione più felice e convincente dell’intera storia quei piccoli germogli di insofferenza razziale che vengono sparsi da Ball qua e là, con grande intelligenza, sebbene l’intera pellicola sia ambientata a decenni dal famigerato 9/11. Germogli purtroppo destinati inevitabilmente a fiorire: questo è il peggiore vaticinio del quale il film si fa ammiccante portavoce.
Controverso.

Uomini che odiano le donne (Män Som Hatar Kvinnor) Niels Arden Oplev, 2009 (Svezia, Danimarca), 152’
uscita italiana: 29 maggio 2009
Ci sono poche cose che giovano a un’opera più della prematura morte del tormentato autore. I romanzi non fanno eccezione e quindi dopo la scomparsa della buon’anima di Stieg Larsson, la trilogia “Millennium”, per fortuna del mondo ultimata dallo scrittore proprio qualche tempo prima di lasciarci, è ben presto divenuta cult. E ciascun romanzo è destinato ad essere trasposto su celluloide da qualche saggio svedese privo di cultura cinematografica (o di sano buon senso).
Uomini che odiano le donne è il primo di questi scritti, che vedono come protagonista un reporter d’assalto svedese, Mikael Blomkvist (nel film, Michael Nyqvist), abile a pescare nel torbido e sbugiardare con pezzi taglientissimi avidi e spietati delinquenti. Le sue avventure si incrociano con quelle di una giovane e psicolabile hacker, Lisbeth Salander (Noomi Rapace), con inevitabili risvolti pseudo-sentimentali. In questo primo capitolo i due eroi hanno a che fare con un mistero insoluto vecchio cinquant’anni che riguarda la scomparsa di una giovane esponente della ricca famiglia Vanger, oltre a confrontarsi con tutta una serie di cruenti omicidi legati da improbabili citazioni bibliche (tutte idee nuove, insomma).
Siccome per ragioni simil etiche è sempre meglio documentarsi prima di seppellire con sapienti pregiudizi qualsiasi cosa, ho avuto modo di leggere il romanzo prima di vedere la sua trasposizione – colpa del caldo estivo. La storia di Larsson è enorme, ridondante ma tutto sommato in grado di tenere alta l’attenzione del lettore; l’intera architettura narrativa è “ad orologeria”, con una incredibile quantità di personaggi, di rapporti, di situazioni che si intersecano sapientemente. Ciò che inizia come una banale e un po’ patetica ricerca figlia delle elucubrazioni di un ricco vegliardo diviene ben presto un vero e proprio giallo, con tanto di proverbiale mistero della “camera chiusa”, dalle impreviste complicazioni. Per la sceneggiatura i due autori (Nikolaj Arcel, Rasmus Heisterberg) hanno dovuto per ovvi motivi ridurre la storia alla parte meno nobile di tutta l’opera, cioè quella lontanamente d’azione/thriller. Nonostante questo si è trovato il modo per scrivere delle scene inedite, inutili, o per dilatare tempi e situazioni: andando ben oltre le due ore di proiezione, il film diviene un po’ vittima del casting insensato (fatta eccezione per l’ottimo protagonista maschile) e soprattutto della ammiccante tendenza a costruire sequenze d’effetto – invano, verrebbe da aggiungere – anche quando queste sono totalmente fuori contesto. La indubbia forza del soggetto (che può contare su un avvincente mistero all’insegna del whudunit) riesce a puntellare l’esecuzione accademica dell’ignoto regista Niels Arden Oplev e le eccessive semplificazioni della sceneggiatura che, come sempre in questi casi, sottintende una buona parte degli sviluppi “secondari” della trama, intuibili solo dai maniacali supporter del romanzo – idea forse sensata, considerato che la pellicola è destinata principalmente a loro.
Per tutti gli altri, Uomini che odiano le donne resta un mediocre giallo con un po’ d’azione e qualche sequenza abbastanza disturbante.
Da ombrellone.
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