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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.

Ghost Town
(Ghost Town)
David Koepp, 2008 (Usa), 102’
uscita italiana: 17 luglio 2009
Sarebbe proprio il caso che ad Hollywood iniziassero a prendere una utilissima precauzione: allegare ad ogni commedia romantica Ricky Gervais. Basta il suo faccione, l’aria da insopportabile britannico egoriferito, a sdrammatizzare ogni trama melensa, ad annichilire pericolosissimi tentativi di smanceria. Considerate che durante tutto il film non c’è un singolo bacio, eppure l’atmosfera e l’intensità che la storia (e i suoi ottimi protagonisti) riescono ad offrire agli spettatori è di gran lunga più convincente di quella regalata da centinaia di commedie che si prefiggevano di raggiungere lo stesso obbiettivo facendo navigare nella melassa il povero pubblico.
In questo caso invece niente zucchero, niente carie, solo una ottima dose di humor e uno script impeccabile. La metafora dell’igiene orale è perfetta perché Gervais interpreta proprio un dentista, misantropo ed astioso, che fatica ad avere un normale rapporto con il prossimo. Dopo un “piccolo” incidente causato da un anestesista inetto (muore per circa sette minuti), il tapino inizia infatti a vedere la gente morta. Ma Shyamalan stavolta proprio non c’entra nulla. I fantasmi che lo perseguitano sono pedanti, non pericolosi: tra loro spicca Greg Kinnear, marito infedele disposto a tutto purché la sua neo-vedova (Téa Leoni) non trovi consolazione con un insopportabile avvocato con la sindrome del Salvatore (Bill Campbell). Come da programma Gervais se ne innamora perdutamente (della neo-vedova, ovviamente), diventa un po’ più umano, e tutti vivono felici e contenti.
Preparate pure le camicie di forza, ma sostengo da sempre che David Koepp abbia già dimostrato oltre alle indiscusse doti di sceneggiatore (Jurassic Park, Carlito’s Way, Mission: Impossibile e tanti altri script dei quali probabilmente non andrà molto fiero) anche una discreta mano da cineasta vero e proprio – si, mi riferisco al ripudiatissimo Secret Window.
In questo Ghost Town mette in luce ancora le sue capacità: sceneggia con ottimi risultati, accompagnato da John Kamps, e dirige con attenzione e qualche tocco interessante. La vera forza di tutta la pellicola sta proprio nel soggetto, molto efficace ed insospettabilmente originale, e nelle felici scelte fatte in fase di casting. Come detto, Gervais domina la scena, con espressività ed ironia impagabili: non è mai patetico come il Kevin James di Hitch o perfetto come gli esasperanti principi azzurri dei vari film con Julia Roberts; si “limita” ad essere esilarante e persino un po’ meditabondo. Alcune sequenze sono irresistibili, altre più banali, ma il risultato complessivo è una pellicola godibile, oro colato nel periodo estivo che come al solito in Italia viene riservato ai film peggiori dell’anno.
Sovversivo.
La scena.
«Where did you learn to cook?»
«I had a friend who was generous with her time.»
«Richard's being modest.
He worked for three years with homeless prostitutes in Bengal.»
«You still in the sex trade or...»
Piano sequenza dal film:
Frenzy (Frenzy) Alfred Hitchcock, Gran Bretagna (1972), 116'
Non c'è miglior omaggio al nostro blog. Il Maestro in cattedra, tutti a guardare.

Al di là della vita (Bringing Out the Dead)
Martin Scorsese, 2000 (Usa), 111’
Le nottate assurde di un paramedico, viste attraverso gli occhi allucinati di Martin Scorsese. Ecco un valido sottotitolo per Bringing Out the Dead (teniamo l’originale, meglio), racconto per certi versi da incubo delle avventure di Nicolas Cage che novello Taxi Driver è costretto a sopportare una infernale, notturna, New York, popolata da ubriachi, vagabondi, delinquenti, tossici, prostitute.
Ad accompagnarlo nella sua ambulanza, oltre a una colonna sonora ispirata e alla fotografia spruzzata d’acido curata dal pluri-premio Oscar Robert Richardson, ci sono individui assurdi e stereotipati: il bonario panzuto e scansafatiche (John Goodman), il nero con modi da profeta in discreta crisi di mezz’età (Ving Rhames, indimenticato boss di Pulp Fiction), il pazzo scatenato, violento e pericoloso (Tom Sizemore). Insomma si tratta di una ambulanza sulla quale non vorreste essere mai trasportati, nè da paziente, nè da semplice “ospite” – come spesso accade alla contraddittoria Rosanna Arquette, figlia di un malato senza speranza della quale si invaghisce Cage, due individui sull’orlo del baratro che finiscono col salvarsi a vicenda.
Scorsese si diverte ad utilizzare espedienti eccessivi, ritmo e situazioni sopra le righe, per caricare di grottesco la storia di questo patetico uomo, distrutto dal senso di colpa e da un lavoro a dir poco logorante. Alla lunga, la sfilza di avventure di Cage e dei suoi eterogenei colleghi diviene ridondante, troppo sopra le righe, un puro esercizio di stile che però non è sorretto da una sceneggiatura adeguata (romanzo di Joe Connelly adattato per lo schermo da Paul Schrader). Tralasciando le metafore pseudo-filosofiche scontate ed un po' banali, le due ore di proiezione sono oggettivamente troppe per un trip, che stressa lo spettatore quasi quanto lo sfatto Cage (rivedibile, come sempre); nonostante Scorsese tiri fuori dal cilindro magico atmosfere giuste ed efficaci tocchi da maestro (movimenti di camera, inquadrature, il montaggio indemoniato di Thelma Schoonmaker, la scenografia di Dante Ferretti) si attendono con scorante piacere i titoli di coda ed il prevedibile simil-lieto fine.
Eccessivo, ma godibile.
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