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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
Javier Bardem dal film:
Mare dentro (Mar adentro) Alejandro Amenàbar, Spagna (2004), 125'

Professione Reporter (Professione Reporter) Michelangelo Antonioni, Italia (1974), 126'
Un giovane ma già affermato reporter (Jack Nicholson) sta cercando in Africa informazioni per l’ennesimo servizio di successo. Dopo una pessima giornata in cui ha incontrato un po’ di problemi per la reticenza degli abitanti del luogo, ha distrutto la sua jeep e si è ritrovato a dover trascorrere diverse ore nel deserto, ritorna nella sua “camera” d’albergo. Passa per un salutino dal suo vicino di stanza europeo e lo ritrova morto, probabilmente per cause naturali – aveva problemi di cuore come sapremo poi. Qualche secondo di riflessione, e poi inizia ad insinuarsi nella sua mente una assurda idea: fingersi morto e prendere il posto del giramondo ed apparentemente tranquillo poco meno che conoscente. Iniziare una nuova vita, abbandonando la noiosa e poco appagante routine, è un'opportunità troppo allettante. Peccato che il buon signor Robertson (il defunto) fosse tutt’altro che una personcina tranquilla. Era un trafficante di armi, sul libro paga dei ribelli. E, dopo aver girato l’Europa, da Londra a Barcellona, anche il nostro fu David Locke (Nicholson appunto) finirà col morire, proprio come aveva fatto Robertson: solo, in una anonima camera d’albergo in mezzo al nulla, braccato da polizia e dai killer del despota africano. Antonioni si affida alle immagini, più che alle parole od alla musica per narrarci questa paradossale storia. I dialoghi sono infatti pochi e quasi monosillabici, così come la colonna sonora, praticamente inesistente. Ciò che conta sono le immagini appunto, numerosi piani sequenza (memorabile quello finale che ci conduce dall’interno della camera di Nicholson fino al piazzale antistante dove si affannano killer e polizia) ed inquadrature abilmente studiate. Anche il buon Jack, seppur piuttosto giovane, è già estremamente carismatico ed efficace nella recitazione, così come Maria Schneider – che interpreta una donna che si innamora del fu Locke, unica a conoscere la verità sul suo passato. Angosciante, politicamente scorretto, malinconico. Un’opera d’autore.

The Departed - Il bene e il male (The Departed) Martin Scorsese, 2006 (Usa), 149' uscita italiana: 27 Ottobre 2006
Era ora. Finalmente Martin Scorsese è ritornato a fare un film dei suoi, risparmiandoci i surrogati un po’ buonisti rifilati al pubblico ultimamente. A questo punto si può anche perdonargli la pazzesca convinzione che Di Caprio sia un novello De Niro - idea che ormai gli balla in mente da diversi anni - . Infatti il buon Leonardo stavolta svolge il suo compitino alla grande, perché il film non ruota solamente attorno a lui, ma ha come perno principale un fantastico Jack Nicholson (sopra le righe come al solito) ed il solito monoespressivo Damon. Ma Scorsese ritorna finalmente a fare lo Scorsese di un po’ di tempo fa (da Casinò in giù), senza farsi problemi nel far vedere uno schizzetto di sangue o nel proporci la sequenza finale con incredibile escalation di uccisioni (dai tempi di Taxi Driver non se ne vedevano così nei film di Martin). La trama è semplice ma completa: c’è un boss intoccabile (Nicholson) e due infiltrati, un poliziotto sotto copertura nel clan (Di Caprio) ed un affiliato a fare da spione al dipartimento (Damon). A completare il quadro una bella psicologa che se la fa con entrambi i biondi infiltrati (Vera Farmiga) e tre agenti dai ruoli ben definiti: si va dall’arrampicatore Baldwin, al bastardo ma idealista Wahlberg, per arrivare al capo buono e paterno (Martin Sheen). Intrighi, bugie, uso maniacale dei cellulari, Scorsese usa ogni particolare al meglio per trarne il massimo della tensione, e lascia a Nicholson la “licenza di improvvisare”. Il risultato è eccellente, le oltre due ore di spettacolo volano via ed alla fine si ha proprio l’impressione di aver assistito ad un’ottimo film. Niente happy end finale, ci mancherebbe. Nessuno vince, tutti perdono. Buoni e cattivi.

Memento (Memento) Christopher Nolan, 2000 (Usa), 114'
Definire Memento un thriller sarebbe riduttivo. Definirlo un film "drammatico" altrettanto. In realtà non esiste una categoria precisa in cui potrebbe essere inserito, vista l'insolita sceneggiatura e soprattutto il particolarissimo montaggio. Sin dalla prima scena si comprende che Nolan (che avrebbe poi diretto l'ottimo Insomnia ed il pessimo Batman Begins) ha in mente di fare qualcosa di diverso dal solito. D'accordo assistiamo ad un omicidio come ne abbiamo visti a eoni in film thriller ma stavolta lo vediamo in modo diverso. Lo vediamo al contrario. Tutto il film sarà infatti una narrazione a ritroso che dovrebbe infine permettere allo spettatore di comprendere (o forse no) come stanno realmente le cose. L'originale protagonista infatti (un attore semisconosciuto - Guy Pearce - come del resto tutto il cast, fatta eccezione per la bella Carrie-Ann Moss resa famosa da Matrix) è un (forse?) vedovo affetto da una rarissima patologia: in seguito allo shock per l'aggressione e la presunta morte della consorte, soffre di perdita della memoria anterograda (ovvero quella a brevissimo termine) e non è perciò in grado di assimilare nuovi ricordi dal giorno del misfatto. Lo scopo della sua vita è diventato trovare ed uccidere l'assassino di sua moglie, e per farlo ha tatuato sul suo corpo gli indizi per scovarlo che man mano riesce a recuperare, perchè altrimenti finirebbe col dimenticarli presto. Inoltre scatta delle polaroid ad ogni persona che incontra o cosa che gli accade, per poter così creare dei ricordi "artificiali". Ma finirà col diventare un ingenuo killer, alla mercè dei furboni del mondo. Nelle ultime scene (che sarebbero in realtà le prime volendo rileggere la storia in ordine cronologico) però ci viene fatto vedere un velocissimo flash del protagonista, steso sul letto con la moglie e con sul petto tatuate sotto la frase: "Devo trovare ed uccidere chi ha suprato ed ucciso mia moglie" le parole "I have done it", io l'ho fatto. Qualcosa non torna? Probabilmente non lo sa neanche il buon Nolan (o il fratello, autore della storia da cui è tratto il film), ma questo non importa. Il suo film resta davvero un piccolo grande capolavoro che, come tanti altri, non ha ricevuto meriti e attenzioni che avrebbe meritato.

Il Fantasma del Palcoscenico (The Phantom of the Paradise) Brian De Palma, 1974 (Usa), 92'
Se esistesse un premio per il film più sottovalutato e meno conosciuto della storia, questa straordinaria opera del grande Brianone lo vincerebbe senza alcun dubbio. Il Fantasma del Palcoscenico (traduzione aberrante e totalmente insensata del titolo originale Phantom of the Paradise – fantasma del Paradiso, inteso come nome del locale in cui il nostro reietto vive) è un piccolo grande capolavoro, un musical-drama-fantastico pieno di idee originali e interpretato da una serie di grandi artisti (su tutti il superbo Paul Williams, autore anche delle canzoni originali del film). In bilico tra il fantasma dell'opera ed il "Faust" di Goethe, De Palma dirige un'opera che gode di vita propria, equilibrata e accattivante. Come l'ottimo cineasta americano avrebbe fatto anche in seguito (Complesso di colpa, Blow Out, Omicidio a luci rosse sono esempi), un grande capolavoro del passato – il fantasma dell'opera – viene rivisitato completamente in chiave rock, attualizzandolo e stravolgendolo, conferendogli un grande impatto visivo.
Un musicista disgraziato, Winslow Leach (William Finley), ha ideato una fantastica cantata per piano e voce ispirata al "Faust" di Goethe, ma il suo "appeal" non gli permetterebbe certo di portarla al successo. Per questo il dio dell'industria musicale Swan – un grandissimo Williams –, personaggio quasi innaturale, riesce ad impossessarsi della cantata del povero Leach, dal viso sfigurato dopo un incidente, ed a convincerlo a vivere "murato" all'interno di un enorme locale, il Paradiso. Leach è convinto che canterà anche lui insieme alla donna (Jessica Harper), di cui è ovviamente innamorato e che aveva scelto per interpretare il suo brano. Ma si sbaglia. Progetta quindi una vendetta terribile, mirata ad uccidere tutti i protagonisti del "suo" Faust. Swan, approfittando di nuovo della sua ingenuità, lo convincerà a firmare un contratto col sangue, con cui accetta di smettere di nuocere allo spettacolo in cambio di una parte con la sua amata. Ma anche Swan, tanto tempo prima, aveva firmato con il suo sangue un contratto che gli aveva portato la fama e la ricchezza, un contratto che non si puo' certo disdire... Epico.

La Zona Morta (The Dead Zone) David Cronenberg, 1983 (Canada), 103'
Siete un professore di letteratura come tanti altri, innamorati di una simpatica collega che ricambia. Una sera, finalmente, vi invita ad entrare in casa sua dopo le divertenti ore passate al luna park. Qualche esitazione, non siete ancora pronti. La salutate non senza rimpianti, risalite in macchina. Bum, un fottuto camion si riversa davanti alla vostra macchina, investendovi in pieno. Bum. Cinque anni di coma. Al risveglio la simpatica collega che ricambiava è sposata con un altro ed ha pure un figlio. Come se non bastasse avete perso anche il vostro posto a scuola. Ma non è tutto. Possedete una particolare capacità. Potete vedere il futuro di una persona solamente toccandola. E quel futuro potete cambiarlo. Se vi dovesse capitare di stringere la mano ad un candidato al senato ed in seguito alla presidenza degli Stati Uniti (un imbolsitissimo Martin Sheen), dal torbido passato e dall'ancor più scuro presente, con la certezza che una volta divenuto presidente farebbe scoppiare una nuova e terribile guerra mondiale, come vi comportereste? In qualche parola questo è ciò che viene in mente a Stephen King in un giorno di quelli in cui ancora si sforzava a cercare buone idee per i suoi romanzi. Il libro divenne, al solito, best seller. Ed al solito ci fu un regista pronto a riportarlo su celluloide. Ed al solito il film ha finito con essere quasi meglio di ciò che King ci proponeva. Cronenberg ci narra la storia di Jonny (un perfetto Walken) in modo asciutto, preciso e mai melenso. Ci mostra tutta una serie di episodi della sua vita "post coma", alternando thriller, dramma, e fantascienza con una abilità davvero notevole. Taglia via tutta una serie di inutili altre storielle collaterali con cui invece King aveva riempito paginate e paginate ed arriva dritto al sodo. Alla zona morta della mente di Jonny, vera protagonista della storia; ovvero la possibilità di modificare il futuro di una persona, non limitarsi solo a "prevederlo". Ed anche nel finale ci risparmia happy end o taralluccievinate simili. Nessuno potrà mai capire perchè Jonny compia quell'azione così apparentemente assurda. O meglio, lo sa lui e lo sappiamo noi. Pare che il mondo sia stato salvato ancora una volta..... Film poco noto ma da riapprezzare, facendo anche a meno di leggere il libro da cui è tratto.

Twin Peaks - Fuoco Cammina con Me (Twin Peaks - Fire Walk With Me) David Lynch, 1992 (Usa), 135'
Come si può facilmente evincere dalle varie opinioni deliranti espresse sui film dell'ottimo David Lynch in queste pagine, figuro senza dubbio nel gruppo di persone che lo apprezzano (tutti gli altri lo odiano, senza mezze misure, come è giusto che sia). La visione di questo prequel/sequel della celebre serie tv Twin Peaks mi ha lasciato però particolarmente contrariato. Dalle opere dell'insensato cineasta americano infatti, è lecito aspettarsi sempre atmosfera onirica, sequenze sconclusionate, piani temporali mixati senza pietà, personaggi e situazioni che fanno del nonsense ricercato la loro primaria peculiarità. Fuoco Cammina con Me però va oltre e , come spesso capita quando si esagera, finisce col non cogliere l'obbiettivo prefissato. La narrazione è, al solito, stentata, vaneggiante, sconclusionata (la comparsata di David Bowie è il vero e proprio emblema di questo film), ma esagera sin troppe volte. Lynch insomma finisce col girare un film che rappresenta la parodia del suo modo di fare cinema, e che man mano che la narrazione progredisce diviene un abbozzato porno-thriller scontatissimo e francamente fastidioso. La sequenza finale conclude degnamente una tale accozzaglia di inutilità. Lo stesso Kyle McLachlan, già pupillo e protagonista di diverse opere di Lynch, risulta sbiadito e poco convincente, coinvolto com'è in una storia senza capo ne' coda.
Per carità, gli ultras della serie televisiva (peraltro notevole), potrebbero comprenderlo meglio od apprezzarlo maggiormente, ma non possono negare, se davvero adorano Lynch, che questo Fuoco Cammina con Me sia decisamente una delle opere meno riuscite del cineasta americano (per script, per regia, per protagonisti). Insomma se avete amato film come The Eraserhead, The Elephant Man, Velluto Blu, Strade Perdute, Una storia vera, Mulholland Drive, evitate questo film come la lebbra.

Strade Perdute (Lost Highway) David Lynch, 1997 (Usa), 134'
Prima di assistere ad una qualsiasi delle opere di Lynch bisogna fare proprio il mantra "non devo sperare di ottenere delle risposte di alcun genere da questo film". Infatti tranne che in rarissime eccezioni (il solo Una storia vera probabilmente), al termine di un film del visionario cineasta americano ci si ritrova ad avere meno convinzioni e meno risposte di quante se ne avevano all'inizio della proiezione. Strade perdute è una specie di manifesto di questo suo bizzarro modo di fare cinema (insieme al successivo Mulholland Drive ed al precursore, Eraserhead). Il film si dipana senza che ci sia il minimo rispetto dei piani temporali, della caratterizzazione dei personaggi o della trama in generale. Una stessa protagonista (la bella Arquette) è allo stesso tempo rossa e bionda, ed interpreta due personaggi non si sa quanto differenti tra loro (ed anzi probabilmente la stessa persona). Lynch si affida al suo solito arsenale di artifizi scenici: primissimi piani stretti sulle labbra (quasi scimmiottando gli spaghetti western di Leone) durante intense discussioni telefoniche, continua penombra e quasi sfocatezza dell'immagine, arditi passaggi da scena a scena. La follia narrativa raggiunge il culmine in una memorabile scena: ambientazione braccio della morte di un carcere, notte, Pullman , recluso in una cella, urla di dolore richiedendo ai secondini una pillola per stare meglio. Mattina successiva: il secondino fa il solito giro per controllare che tutti gli "occupanti" siano nelle loro celle. Si avvicina a quella di Pullman e guarda sbigottito: all'interno della cella c'è un altro uomo (Balthazar Getty), che presenta le stesse ferite di Pullman ma che evidentemente non è lui.... e che quindi sarà liberato poco dopo. Dov'è andato a finire il buon Bill? Chi è quel ragazzo e per quale insensato motivo è lì? E che dire dell'assurdo nano malefico e sfigurato che appare di tanto in tanto e che sembra onnisciente? Alla fine, fingendo di estraniarsi dal resto della storia, si può ridurre la trama a questo: un uomo è tradito dalla sua donna, la uccide e poi (o prima??) uccide i suoi due amanti. Peccato che tutto il resto che c'è intorno a questo è assolutamente senza senso e senza spiegazione (su tutto scena iniziale e finale che sono temporalmente coincidenti ed hanno lo stesso protagonista, presente però in due posti diversi... ubiquità?) Ma va bene così, conosciamo Lynch e lo apprezziamo soprattutto per questo.
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online dal 16 ottobre 2006
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