Non lasciatevi influenzare dal titolo, perché non stiamo parlando dei soliti deficienti che propongono al mondo le loro bravate scolastiche. ZooSchool è infatti un interessante progetto per la realizzazione di un horror a sfondo sociale, nel quale la nostra scalcinata scuola pubblica diviene simbolico palcoscenico: niente liceali griffati o morbose relazioni stile Moccia, ma addirittura uno sviluppo teso tra pulp e splatter che segue l'escalation di un professore portato alla follia dal licenziamento. Anche solo la qualità della fotografia, evidente nei pochi minuti del trailer, rende l'opera di Andrea Tomaselli meritevole di qualche attenzione.
Appena dimesso da un istituto psichiatrico, Roger Greenberg (Ben Stiller) accetta l'invito del fratello Phillip (Chris Messina) a custodire per qualche settimana la sua villa losangelina. Ad attenderlo nella città degli angeli ci sono la affascinante tuttofare Florence (Greta Gerwig) e Mahler, cagionevole pastore tedesco di famiglia, ma soprattutto ci sono tutti i fantasmi della sua "vita passata" pronti a fare di nuovo capolino.
Noah Baumbach è un validissimo sceneggiatore. Già con le sue opere precedenti (in particolare con la collaborazione al piccolo capolavoro Le avventure acquatiche di Steve Zissou) ha dimostrato una grande sensibilità nel tratteggiare il profilo di personaggi insoliti, prigionieri di idiosincrasie, che faticano a condividere il mondo con il resto della intollerabile umanità. Così vede la luce Roger Greenberg, individuo odioso e scostante che sembra affascinare solo Florence, attratta dalla sua vulnerabilità e vittima della consueta sindrome già resa paradigma dal solito Hitchcock (Io ti salverò - 1945): in quell'abisso di autodistruzione la ragazza, reduce dalla fine di una storia importante, trova una nuova raison d'être. Salvare Greenberg è però un'impresa ardua, persino per uno dei personaggi più amabili dell'ultima stagione cinematografica, perché a Los Angeles il burbero newyorkese deve confrontarsi con tutti quelli che ha deluso quando, da giovane, ha mandato all'aria un importante contratto per la sua band. Sono motivo di infelicità gli (ex) amici che sono diventati uomini di successo senza di lui, ma anche Ivan (Rhys Ifans), salvato dal baratro di alcol e droga solo da una donna che Greenberg odia. È così più comprensibile la vita all'insegna dell'atarassia che Roger si è scelto, nella quale nulla sembra turbarlo né importargli particolarmente, ma si tratta di una vita in cui non può esistere la felicità. Solo Florence tenterà di salvare anche lui.
In questo faticoso percorso di redenzione brilla la coppia di protagonisti Gerwig-Stiller, perennemente intenta in discussioni surreali e schermaglie simil-amorose; Baumbach si limita a seguirne le peripezie con una regia mai invadente, “da sceneggiatore”. Dà valore a ciò che ha scritto, lasciando la ribalta ai suoi personaggi. Il risultato è un film molto piacevole, che si perde però alla distanza.
La vita di John Brennan (Russell Crowe) viene distrutta quando l'amata moglie Lara (Elizabeth Banks) è condannata per omicidio. Perse anche le ultime speranze nei meccanismi della giustizia "convenzionale", questo perfetto uomo qualunque saprà trasformarsi in una versione ingentilita del vostro eroe da action movie preferito, pronto a far evadere la consorte e progettare una nuova vita col loro figlioletto (Ty Simpkins).
Paul Haggis, apprezzato sceneggiatore (Million Dollar Baby, Flags of our fathers, Letters from Iwo Jima) passato da qualche anno alla regia con buon successo (Crash, Nella valle di Elah), mette in scena il remake di un oscuro film francese, Pour elle, provando a renderlo un affidabile blockbuster. Nella storia originale c'è però un insormontabile ostacolo, che neanche un rodato professionista del mestiere come Haggis è in grado di superare: l'intera narrazione si svolge in bilico tra drammone psicologico e chiassoso film d'azione, senza propendere mai in modo netto verso una delle due direzioni. Gli strazianti patemi del padre di famiglia che non riesce ad accettare la colpevolezza della moglie (data per scontata da tutti, persino dagli altri parenti) cozzano infatti con il successivo sviluppo che verte su piani machiavellici, inseguimenti in auto e rapine a trafficanti di droga; ad essere fuori luogo non è tanto la “commistione di generi” ma bensì quello che inevitabilmente ne consegue: la parte ispirata al dramma introspettivo soffre le incongruenze e le esagerazioni della trama mentre l'action film è stroncato da uno sviluppo macchinoso e condizionato dall'eccessivo spazio lasciato all'approfondimento della psicologia dei personaggi. Si tratta del proverbiale cane che si morde la coda, un circolo vizioso dal quale Haggis fatica ad emergere, nonostante possa avvalersi di un cast all'altezza e di una valida produzione (spicca la colonna sonora, firmata da Danny Elfman). Peccato, perché lo sceneggiatore americano ha dimostrato di avere talento, anche dietro la cinepresa, persino in questa occasione. Non mancano infatti alcune ottime scene e più in generale è comunque da apprezzare la struttura scelta per la narrazione, scandita da una originale concezione del tempo (che finisce col “giustificare” l'enigmatico titolo). La decisione di dedicarsi all'ennesima americanizzazione di un'opera europea non sembra però l'idea del secolo.
«Massimo... ma te non facevi il teatro... quello serio...» «Ho fatto Ronconi. Ho fatto Sorrentino. E mo ho fatto i sordi...»
Diagolo tra René Ferretti ed una star da cinepanettone.
“Geniale” è un aggettivo decisamente inflazionato nel nostro bizzarro paese, ma ci sono occasioni (rare) nelle quali è giusto scomodarlo. Sin dal 2007, anno del primo approdo televisivo, il serial tv Boris ha illuminato il suo fedelissimo pubblico, sempre più numeroso, grazie ad un approccio nuovo e tremendamente efficace, che coniugava meta-televisione e comicità intellettualoide. Il pretesto era raccontare la realtà che si nasconde dietro le quinte di una delle mille soap opera e fiction che infestano la tv generalista; è questo l'habitat del nostro eroe, René Ferretti (Francesco Pannofino, noto ai più come “la voce” di molte star hollywoodiane) regista ormai disilluso, la cui forma mentis è riassumibile nella massima che urla sempre ai suoi compagni d'avventura: “facciamo le cose a cazzo di cane!!”. La fiction è una fabbrica di idee, generate in serie, svuotate di ogni contenuto: gli attori sono “cani e cagne”, i tecnici cercano di lavorare il meno possibile – capofila il mitico Duccio (Ninni Bruschetta), direttore della fotografia cocainomane che “apre tutto” in ogni scena, garantendo la consueta immagine sfocatissima che trasuda finzione –, produttori e direttori di rete sono artisti dell'intrallazzo che dipendono dal politicante o corruttore di turno. René è diventato un mestierante, abilissimo nel trovare compromessi, nello smussare angoli, nel risolvere i problemi più assurdi pur di portare a casa l'indispensabile girato che, ovviamente, ha successo. Piace al grande pubblico proprio perché è spazzatura, la spazzatura alla quale si sono ormai assuefatti.
È questa la geniale intuizione di un trittico di menti brillanti (Giacomo Ciarrapico, Mattia Torre, Luca Vendruscolo) che mette in scena da ormai tre stagioni il teatrino della televisione sul canale satellitare FOX, raccontando delle giornaliere disavventure di René e compagni grazie ad un cast straordinario, arricchito da sporadiche comparsate di livello; ogni personaggio è una macchietta esilarante, strappa risate che spesso partono persino dal cervello (e non dalla pancia). La truppa sbarca al cinema senza incertezze nella realtà come nella finzione: c'è da proporre un film tratto dal best seller La Casta e all'ottimo Ferretti viene affidata la regia. Nonostante gli iniziali propositi “altissimi”, lentamente le riprese verranno fagocitate dal mondo televisivo – partecipa alla produzione il solito Lopez (Antonio Catania) “retrocesso” dalla Rete per il flop di alcune sue fiction nel lager della sezione cinema, pieno di comunisti che manco si lavano. Non c'è spazio per l'Arte, non c'è spazio per tematiche importanti: quando, ormai fallito, il “progetto Casta” si trasforma in un cinepanettone, tutti gli intellettuali della Rete ne sono entusiasti. Perché il monito che René declama ad inizio film è sempre valido: “La televisione è come la mafia. Se ne esce solo da morti”.
a cura di Emanuele P. (del 23/03/2011 @ 15:49:17, in Anteprime, linkato 985 volte)
Blue Valentine (Blue Valentine) Derek Cianfrance, 2010 (USA), 120' uscita italiana: 14 febbraio 2013 voto su C.C.
She sends me my blue valentines, remind me of my cardinal sin I can never wash the guilt or get these bloodstains off my hands And it takes a whole lot of whiskey to make this nightmares go away And I cut my bleedin' heart out every nite And I'm gonna die just a little more on each St. Valentine's day Don't you remember, I promised I would write you these blue valentines...
Blue Valentine, Tom Waits
Dean (Ryan Gosling) e Cindy (Michelle Williams) s'incontrano per la prima volta nella casa di riposo dove la ragazza va a trovare ogni giorno l'amata nonna. Non sembra si tratti del canonico colpo di fulmine (almeno per lei) ma una lunga conoscenza e le casualità della vita li uniscono indissolubilmente; dal loro legame nasce una bambina (Faith Wladyka), diventano una famiglia quasi felice. Nel frattempo l'amore è però lentamente sfiorito, fino a trasformarsi in triste malinconia.
Nell'intreccio costruito dall'esordiente Derek Cianfrance (con Cami Delavigne e Joey Curtis) ci sono echi che fanno tornare alla mente la “trilogia esistenziale” di Antonioni ed in particolar modo il capolavoro La notte (1961): i due protagonisti, tra i più brillanti esponenti della nuova generazione di attori americani, vedono svanire il loro amore proprio nel breve intervallo di una notte, l'ultima passata insieme. Ovviamente si tratta della proverbiale “punta dell'iceberg”, figlia di anni nei quali la coppia ha lasciato che la vita prendesse il sopravvento, condizionandone aspettative e speranze. Il regista infatti ce li presenta qualche anno prima, quando ancora tutto per loro sembrava possibile: Cindy è al college, studia per diventare un medico e si diverte col fidanzato wrestler (Mike Vogel); Dean ha trovato il suo primo lavoro e con i colleghi idealizza su amore e destino. L'inattesa gravidanza della ragazza, incerta sull'identità del padre, forza gli eventi, ed i due si ritrovano sposati. Per Dean si tratta dell'avverarsi di quelle speranze sulle quali fantasticava da tempo ma per la imperscrutabile Cindy diviene una strada a senso unico verso un'esistenza mediocre e priva di soddisfazioni. Il premuroso giovane del quale si era innamorata, così pieno di potenzialità (come spesso gli rinfaccia durante le loro discussioni), si è trasformato in un alcolista, che lavora da imbianchino e sembra non avere alcuna ambizione nella vita oltre ad amarla incondizionatamente. Ma senza stima non può esistere l'amore, che quindi svanisce, giorno dopo giorno; anche l'ultimo tentativo di Dean per risvegliare quella passione ormai finita si rivela inutile. Cianfrance asseconda con abilità il ritmo della narrazione, nella quale si alternano i due piani temporali, che sembrano raccontare storie differenti: nel passato c'è una luminosa storia romantica, nel presente la sua cupa conclusione (con fotografia dominata da colori freddi ed in particolare da quel “blue” che in americano è sinonimo di tristezza). Grazie a questo riuscito escamotage emerge dallo sviluppo anche una dimensione positiva, che stemperi l'inevitabile durezza della realtà; le disavventure dei due protagonisti, straordinariamente comunicativi, riescono infatti a suscitare nello spettatore empatia e partecipazione. Resta l'amaro in bocca solo a quelli le cui emozioni sono state ormai anestetizzate da anni trascorsi ad ammirare i consueti canovacci delle commedie romantiche.
Amici Miei - Come tutto ebbe inizio (Amici Miei - Come tutto ebbe inizio) Neri Parenti, 2011 (Italia), 108' uscita italiana: 16 marzo 2011
Invece di godersi una comodissima anteprima di Amici miei - Come tutto ebbe inizio, il vostro corrispondente ha scelto di visitare uno degli enormi magazzini che ospitano buona parte dei patiti del fai-da-te della provincia cittadina, con l'obbiettivo di mettere da parte una discreta scorta di materiali da pittore (tele, pennelli, colori ad olio). Infatti il trailer dell'ultima “cine-colomba pasquale” made in De Laurentiis ha avuto su chi scrive un effetto inatteso ed epifanico, convincendolo circa la necessità di dare al mondo una nuova versione di Guernica. Il sillogismo sembra evidente: in entrambi i casi l'opera originale è stata così ben accolta ed osannata da rendere necessario sfruttarla ancora, ed ancora ed ancora. Non importa che prima c'avesse messo talento ed ingegno un tale Picasso (o un tale Monicelli, buon'anima), perché una testa di cavallo e qualche quadrettone tutti sappiamo disegnarli, così come tutti possiamo scritturare (col solo presupposto di possedere la pecunia sonante) una serie di attori comici o presunti tali, prendendo a picconate grazie all'arte di Neri Parenti una delle pietre miliari della nostra storia cinematografica. Davanti alla tela, per fortuna ignara dello scempio che sta per subire, il vostro corrispondente non può fare a meno di rimuginare su quanto poco serva (per di più in una settimana così importante dal punto di vista simbolico) mettere in scena l'ennesima versione d'avanspettacolo pecoreccio, “impreziosita” da una forzatissima ambientazione rinascimentale, che svilisce la comicità in funzione della ricerca affannosa del ghigno “di pancia”. Così, magicamente, la mano si ferma a mezz'aria, evita di compiere ulteriori sacrilegi: il famoso cavallo resta solo quello del maestro Pablo. Purtroppo alla supercazzola di Tognazzi non è stato riservato lo stesso, doveroso, rispetto.
La sezione Uno Sparo nel Buio è frutto di malsano pregiudizio. Ogni film ivi recensito non è stato mai visto. Tutte le considerazioni esposte derivano da un approfondito studio della locandina e dei trailer, arricchito da spocchiose opinioni a priori che i vostri corrispondenti esprimono con gioia infantile.
Da poco maggiorenne, Joni (Mia Wasikowska) cede alle incessanti richieste del fratellastro Laser (Josh Hutcherson) e tenta di mettersi in contatto con il loro padre biologico (Mark Ruffalo), all'insaputa delle due “madri” che li hanno cresciuti (Annette Bening e Julianne Moore).
L'irruzione dell'uomo in questa insolita famiglia metterà in crisi il prezioso equilibrio mantenuto sino a quel momento.
Il film di Lisa Cholodenko, pur proponendo un approccio originale al genere iper-usurato delle commedie familiari (impreziosito dalla recitazione convincente dell'ottimo “trittico” di protagonisti), si rivela col passare dei minuti sempre meno coinvolgente, a tratti immobile, persino freddo. Il merito principale dell'opera è aver mostrato la normalità dell'amore, anche familiare, dei rapporti lesbici, contribuendo perciò a modificare quell'immaginario saffico viziato da troppi stereotipi e pregiudizi. La stessa delicatezza necessaria per affrontare questa realtà ancora non convenzionale senza che divenga grottesca (così come, probabilmente, l'indispensabile “tocco femminile”), si rivela però un ostacolo per la regista che perde presto il controllo della storia, sia dal punto di vista stilistico che da quello narrativo: pathos e tensione svaniscono, così come parte di quella vena anticonformista che aveva fatto ben sperare nei primi minuti, sostituiti da asprezza e da un'esagerata stigmatizzazione. Lo sviluppo banalizza la storia, appiattendola verso un finale scontato.
C'è ben poco che mi affascini del pugilato ma è fuor di dubbio che, nella sua trasposizione cinematografica, la "nobile arte" sia in grado di sublimare con molta efficacia tutte le paure, le aspirazioni e i propositi di revanche sociale che caratterizzano la nostra sciagurata umanità. Un po' come i due eroi (interpretati da Tognazzi e Gassman) del memorabile episodio che conclude il film cult I mostri, anche i protagonisti di The Fighter fanno parte di quella sfumata penombra ai margini del pugilato che conta: una ex “leggenda” locale, Dicky Eklund (Christian Bale), il suo fratellastro Micky (Mark Wahlberg) e la loro madre-manager Alice (Melissa Leo), che si affannano per far sopravvivere una famiglia numerosissima e scalcagnata. Tratto dalla storia vera di Micky Ward (pugile che negli ottanta, anche grazie ai consigli del redento fratellastro ed allenatore, riuscì a vincere la World Boxing Union), il film di David O. Russell celebra un ideale “cambio della guardia” tra leggende del paesino di Lowell, Massachusetts. L'idolo del posto, Dicky, dopo uno sporadico episodio di gloria (ha mandato al tappeto Sugar Ray Leonard, non si capisce con quanto merito) è diventato un delinquente, con dipendenza dal crack e una particolare abilità nel finire nei guai; il suo successore designato, Micky, figlio della stessa madre e di diverso padre, resta però impantanato in ring di periferia, rischiando la pelle in ogni combattimento. Solo la comparsa della fidanzata Charlene (Amy Adams, sempre più brava) e il provvidenziale rinsavimento del “mentore” Dicky renderanno possibile il tanto auspicato passaggio di testimone.
Russell affronta la storia servendosi di due registri differenti: mentre durante gli incontri di pugilato mantiene una visione asettica, mutuata dalle dirette della tv via cavo, con fotografia sbiadita, in un meccanico inseguirsi di ganci e montanti, durante il resto del film, in quell'incredibile ring rappresentato dai sobborghi in cui i personaggi sopravvivono, il ritmo della narrazione cambia facendosi incalzante, iperrealista. In questa inattesa dicotomia risiede il principale fascino del film, che sorprende chiunque fosse arrivato in sala aspettandosi l'ennesima epopea pugilistica: Russell si rivela capace di alternare con gusto i due piani narrativi, esaltandosi nell'affrontare la paradossale condizione familiare nella quale ha luogo la vicenda. I Ward sono succubi della matriarca Alice, che cannibalizza la carriera del secondogenito maschio Micky costringendolo sotto l'influenza mortifera del fratellastro, troneggia sul placido marito George (Jack McGee) e bolla chiunque non faccia parte della famigerata famiglia come un pericoloso nemico. Le “presta” gesti e lineamenti Melissa Leo, con una performance magistrale che merita ognuno dei riconoscimenti ottenuti; a spalleggiarla contribuiscono gli altri due validissimi interpreti della pellicola, Wahlberg e Bale, che interpretano i loro ruoli con stili molti diversi ma ugualmente efficaci. Il camaleontico Christian tira fuori dal cilindro l'ennesima trasformazione, che vale anche per lui gli onori della Academy ma in una categoria probabilmente non esatta: Dicky e Micky sono personaggi simbiotici, da considerare entrambi come protagonisti principali. Tutti e due sono combattenti, lottano per il denaro, per la fama, per dimostrare di essere meglio di quanto non credano i loro vicini. Lottano in modi e contro avversari diversi ma spinti dallo stesso imperativo. E possono vincere solo insieme.
Sono stati premiati nella notte italiana i vincitori della 83esima edizione degli Academy Awards. The King's Speech ed Inception si aggiudicano il maggior numero di statuine pelate (4), ma di ben diverso peso specifico. Al godibile film di Nolan infatti arrivano solo gli Oscar prettamente tecnici (perlomeno quelli...) mentre la iper-conservativa pellicola inglese conquista tutte le preferenze che rubano l'occhio, come sagacemente suggerito al momento della recensione (miglior film, regia, sceneggiatura originale e interprete maschile). Il nostro personalissimo favorito, Black Swan, si accontenta della irragiungibile Natalie Portman, premiata come miglior attrice protagonista. Spielberg, chiamato a consegnare l'ambita statuetta per il miglior film, tradisce involontariamente i reazionari americani, ricordando quanti capolavori nella storia siano stati dimenticati al momento della scelta del premio. Noi, insieme a Kubrick, Hitchcock e Leone (una ridotta delegazione degli obliati), annuiamo.
Ecco la lista completa dei vincitori:
Best Picture “The King's Speech”
Directing Tom Hooper “The King's Speech”
Writing (Adapted Screenplay) “The Social Network” Screenplay by Aaron Sorkin
Writing (Original Screenplay) “The King's Speech” Screenplay by David Seidler
Actor in a Leading Role Colin Firth in “The King's Speech”
Actor in a Supporting Role Christian Bale in “The Fighter”
Actress in a Leading Role Natalie Portman in “Black Swan”
Actress in a Supporting Role Melissa Leo in “The Fighter”
Animated Feature Film “Toy Story 3” Lee Unkrich
Art Direction “Alice in Wonderland” Production Design: Robert Stromberg; Set Decoration: Karen O'Hara
Cinematography “Inception” Wally Pfister
Costume Design “Alice in Wonderland” Colleen Atwood
Documentary (Feature) “Inside Job” Charles Ferguson and Audrey Marrs
Documentary (Short Subject) “Strangers No More” Karen Goodman and Kirk Simon
Film Editing “The Social Network” Angus Wall and Kirk Baxter
Foreign Language Film “In a Better World” Denmark
Makeup “The Wolfman” Rick Baker and Dave Elsey
Music (Original Score) “The Social Network” Trent Reznor and Atticus Ross
Music (Original Song) “We Belong Together” from “Toy Story 3" Music and Lyric by Randy Newman
Short Film (Animated) “The Lost Thing” Shaun Tan and Andrew Ruhemann
Short Film (Live Action) “God of Love” Luke Matheny
Sound Editing “Inception” Richard King
Sound Mixing “Inception” Lora Hirschberg, Gary A. Rizzo and Ed Novick
Visual Effects “Inception” Paul Franklin, Chris Corbould, Andrew Lockley and Peter Bebb