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Il western è un pretesto per raccontare i miei fantasmi ed il sentimento dell'amicizia che per me è molto importante. Posso così descrivere le mie sensazioni personali, simboliche e soprattutto fare riflettere.

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a cura di Emanuele P. (del 12/09/2014 @ 18:21:28, in Al Cinema, linkato 5089 volte)


Frances Ha
Noah Baumbach, 2012 (USA), 86’
uscita italiana: 11 settembre 2014

“Adorava New York. La idolatrava smisuratamente (…) Per lui, in qualunque stagione, questa era ancora una città che esisteva in bianco e nero”.

Sin dalla sua uscita nelle sale, Manhattan (1979) è diventato il principale punto di riferimento per generazioni di cineasti innamorati della Grande Mela e di quella inscalfibile retorica che la rende palcoscenico privilegiato per il dipanarsi di innumerevoli storie; pochi autori però sono riusciti a restituire una così vigorosa linfa all’atmosfera di alleniana memoria quanto Noah Baumbach (Kicking and Screaming, Il calamaro e la balena) con il suo Frances Ha. Più che nell’ammiccante particolare della fotografia in bianco e nero, questo legame si manifesta subito, durante la meravigliosa sequenza d’apertura in cui lo spettatore inizia a familiarizzare con la ingombrante protagonista della vicenda, Frances (Greta Gerwig): basta un montaggio serrato ma armonioso, ispirato più o meno consciamente dall’indimenticabile epilogo di Annie Hall, per stabilire subito la cifra stilistica del film. Il prologo ci presenta la storia di una grande amicizia, introducendoci alla simbiotica intimità che caratterizza il rapporto tra Frances e Sophie (Mickey Sumner), amiche che condividono quasi ogni istante della loro vita “come una coppia di lesbiche che non fa più sesso”. Ma mentre la fragile protagonista è totalmente dipendente da questa relazione, intrappolata in un mondo di autoillusione nel quale si immagina come promettente ballerina di danza moderna, Sophie porta avanti un’esistenza decisamente più funzionale (fidanzato, lavoro remunerativo, grandi aspirazioni) ed è pronta ad emanciparsi da questa “unione” traslocando in compagnia di un’altra amica in un quartiere ben più chic.
Prevedibilmente, questo evento mette in discussione l’intera esistenza di Frances: è un brusco ritorno alla realtà, nella quale anche la basilare “sopravvivenza” diventa tutt’altro che scontata. La ragazza inizia quindi un pellegrinaggio attraverso il mondo dei Bourgeois-bohèmian newyorkesi che ricorda quasi una discesa agli inferi: di appartamento in appartamento, si fa strada tra amici e conoscenti che la trattano come un bizzarro esperimento sociale, presi come sono dallo sperperare il denaro di famiglia inseguendo improbabili ambizioni artistiche.
Ogni tanto, il bianco e nero di Manhattan in qualche modo incontra (se non anticipa) i chiassosi colori del celebrato serial tv Girls (di Lena Dunham, 2012), che segue le disavventure di un’altra outcast alle prese con il cinismo della grande metropoli – c’è persino un interprete in comune, Adam Diver; ma mentre l’alter ego televisivo vive pericolosamente la grottesca New York del ventunesimo secolo, Frances vaga in un mondo romantico e senza tempo, cristallizzato in modo efficacissimo dalla fotografia di Sam Levy. La sua è una dolorosa odissea, ma si conclude con un epilogo gratificante: la nascita di una nuova donna,
più pragmatica ma non per questo meno felice, finalmente in grado di apprezzare davvero l’amicizia che la lega alla compagna di una vita, un sentimento tale da trascendere la semplice, infantile, dipendenza.
Greta Gerwig (co-autrice della sceneggiatura, eroina del cinema indie americano) offre una prestazione monumentale e per una volta dà l’impressione di aver completato quel personaggio che da anni trascina di commedia in commedia: la bizzara quasi-trentenne affetta dalla sindrome di Peter Pan; a questa maturazione contribuisce in modo determinante il sodalizio con Baumbach, che nobilita le imprese della sua protagonista inserendole in una cornice perfetta, costruita con stile ricercato e molto personale, dalle scelte musicali (c’è il portabandiera della nouvelle vague Delerue ma anche David Bowie) sino alla curiosa modalità di divisione della storia in capitoli, ciascuno dei quali prende il suo titolo dall’indirizzo dell’appartamento abitato in quel momento da Frances: si tratta dell’efficace metafora di un viaggio interiore che riuscirà a conquistare più di qualche cinico tra i presenti in sala.

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