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 Troisi... di Emanuele P.
 
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Non è necessario che un regista sappia scrivere ma, se sa leggere, aiuta.

Billy Wilder
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Nei film, così come in romanzi e racconti, la fantascienza è stata utilizzata per affrontare con maggior libertà temi delicati, perché in grado di aggirare due livelli di censura: quella “di stato”, regolata da tagliole spesso miopi e superficiali, e quella ben più insidiosa presente nell’inconscio di ciascuno spettatore/lettore.
Una storia apparentemente inverosimile, se sufficientemente distante dalla realtà e dalle sue regole sociali, diviene infatti un ambiente quasi magico nel quale è possibile avere un nuovo approccio (più onesto, più “puro”) nei confronti di problemi e tematiche della quotidianità che spesso diventano tabù.
Persino il mondo dei film romantici, anestetizzato per decenni da canovacci ripetitivi e deprimenti, sembra aver trovato nella “svolta fantascientifica” nuova linfa vitale: una nouvelle vague che ha in Eternal Sunshine of the Spotless Mind (2004), di Michel Gondry, il suo più alto punto di riferimento. Negli ultimi mesi nuove produzioni hanno seguito questa strada con alterne fortune, pur appartenendo a dimensioni (geografiche, economiche) decisamente diverse: i britannici Cashback e About Time, l’hollywoodiano The Secret Life of Walter Mitty e l’indipendente Her.

Cashback (di Sean Ellis) è un curioso esperimento datato 2006. Così come l’omonimo cortometraggio che aveva riscosso un discreto successo a livello internazionale due anni prima, il film mostra uno spaccato della vita di Ben (Sean Biggerstaff) aspirante pittore che dopo la dolorosa rottura con la fidanzata accetta un impiego da cassiere in un supermercato.
Durante le sue nottate insonni, trascorse lavorando ad orari improponibili, il confine tra sogno e realtà lentamente si sfoca fino a svelare una peculiare abilità: con un gesto, il ragazzo è in grado di “mettere in pausa” il tempo, che continua a scorrere solamente per lui, mentre il resto della realtà rimane ad attenderlo, cristallizzato. Solo così per Ben diviene possibile cogliere tutti quegli istanti di grande bellezza (per dirla alla Sorrentino) che lo circondano nella sua grigia quotidianità segnata dalla perdita dell’amore di una vita, e solo così diviene quindi possibile aprirsi di nuovo al mondo e conoscere una ragazza (Emilia Fox) con la quale condividere il suo piccolo segreto di immortalità.

La questione del tempo sembrerebbe particolarmente cara agli inglesi, visto che rappresenta il fulcro attorno al quale si sviluppa anche la storia di About Time (Richard Curtis, 2013).
La trama, apparentemente banale, ha come protagonista un giovane uomo, Tim (Domhnall Gleeson), che dopo una difficoltosa educazione sentimentale vede coronato il suo sogno d’amore grazie all’incontro con una ragazza americana (Rachel McAdams).
Anche in questo caso la “svolta fantascientifica” è cruciale per rendere più interessante la vicenda: Tim infatti, come tutti i maschi della sua famiglia, ha la capacità di tornare indietro nel tempo e può rivivere o persino modificare il passato. Questo escamotage narrativo si rivela prezioso, perché consente di dare vita a gag divertenti e rende molto più interessante il racconto del corteggiamento tra i due innamorati. Nonostante in alcuni momenti abusi della nostra sospensione dell’incredulità, nella sua prima parte il film funziona bene e mette in mostra le potenzialità di un approccio originale a tematiche stantie; purtroppo però col passare dei minuti la storia d’amore tra i due protagonisti risulta sempre meno centrale, divenendo noiosa e senza alcun genere di imprevisto, mentre prende il proscenio una ridondante e pretenziosa riflessione sul significato della vita e del tempo, caratterizzata da elucubrazioni para-filosofiche di nessun interesse che assassinano il finale di un film con discreto potenziale.

Con The Secret life of Walter Mitty (Ben Stiller, 2013) si ritorna negli USA e più precisamente in quel circuito mainstream dove spesso ci sono grandi budget ma piccole idee, soprattutto per quanto riguarda il genere “romantico”. Il film di Stiller è però una eccezione proprio perché tenta di fare incursione nel territorio di Gondry, raccontando la favolosa storia di Walter Mitty, che da uomo ordinario per antonomasia si trasforma in coraggioso eroe pur di diventare degno della donna dei suoi sogni (Kristen Wiig).
Tra una animazione mozzafiato e l’altra, più che un romance film convenzionale la storia si rivela essere soprattutto un inno alla vita, rappresentata come un’avventura da affrontare con coraggio ed un pizzico d’incoscienza (il viaggio ne diventa perfetta metafora). Tutti questi ottimi propositi sono però sviliti da una sceneggiatura inconsistente, che non appare mai all’altezza delle immagini perché condizionata dai consueti canoni hollywoodiani di buonismo e banalità: il super-happyending viene servito solo dopo una accettabile dose di melanconia e vissuto strappalacrime.

Dulcis in fundo, il nostro viaggio nell’inesplorato mondo della fantascienza-romantica si conclude con una incursione nel cinema indipendente americano, sempre fonte di spunti interessanti.
Her (Spike Jonze, 2013) è il prototipo di ciò che potrebbe offrire il futuro del genere: ambientato in un “domani” non così lontano, ci consente di sbirciare nella quotidianità di Theodore (Joaquim Phoenix) uno scrittore che dopo il divorzio con la moglie (Rooney Mara) trova consolazione nella bizzarra relazione con Samantha, il suo sistema operativo (cui dà la voce Scarlett Johansson).
In questo caso la fantascienza diviene un pretesto per lanciare una provocazione ferocemente attuale: un mondo sempre più dominato dalla tecnologia rischia di essere abitato solo da buffi individui alienati, in grado di interagire tra loro (quando lo fanno) unicamente tramite qualche device elettronico. Theodore ne è l’esemplare-modello, perché dopo la separazione dalla moglie la sua vita solitaria è divenuta solo un continuum di interazioni intime con persone “virtuali”, che si tratti del suo lavoro (scrive lettere, molto personali, indirizzate a sconosciuti) o persino della sua vita sessuale. Non sorprende che l’unico vero (sano) rapporto della sua vita sia quello con un’altra donna (Amy Adams), impantanata come lui in una vita infelice; solo rendendosene conto Theodore riuscirà ad indirizzarsi verso un futuro migliore.
Jonze, artista originale se ce n’è uno, sfrutta la sua gavetta da videomaker per creare un’esperienza unica, nella quale per due ore siamo posti di fronte ad una relazione virtuale ben più intensa di molte altre messe in scena da attori in carne ed ossa – la Johansson, privata dalla sua fisicità, sembra persino più brava. L’incantesimo della loro curiosa storia d’amore viene spezzato solo quando ci si sforza di uscire per qualche istante dal punto di vista del protagonista: è allora che Her assume connotati ben diversi, rivelandosi nel suo implacabile cinismo come una fotografia inquietante del nostro mondo social-virtuale. L’unico modo in cui Theodore può crescere e finalmente maturare come individuo è comprendendo l’importanza del solo rapporto, reale, che lo lega a qualcuno. E dimostrando anche a noi che, in alcuni casi, è davvero necessaria la fantascienza per farci aprire gli occhi sulla realtà.

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a cura di Guest (del 13/01/2014 @ 19:32:28, in Contenuti Speciali, linkato 5437 volte)



Facciamola finita
(This is the End)
Seth Rogen, Evan Goldberg, 2013 (USA), 107'
uscita italiana: 18 luglio 2013
release Bluray: 20 novembre 2013

Come reagirebbero le celebrità hollywoodiane se nel bel mezzo di una festa scoppiasse l’apocalisse? E’ l’idea di partenza dei giovani registi Evan Goldberg e Seth Rogen, produttori cinematografici, colleghi e amici di vecchia data, che in modo sfrontato e senza inutili moralismi, hanno messo in scena una commedia un po’ splatter che negli Stati Uniti ha fatto molto parlare di sé.

La particolarità di “Facciamola finita” (titolo originale “This is the end”) sta nel fatto che tutti gli attori del cast interpretano se stessi (o, almeno, una caricatura di sé), e che anche alcune importanti guest star internazionali si sono prestate al gioco, tra le quali Rihanna e Emma Watson, per citare qualche nome.

La trama: tutto ha inizio con l’arrivo di Jay Baruchel a Los Angeles per far visita a Seth Rogen. In serata quest’ultimo, nonostante le tentate resistenze di Jay, convince l’amico a partecipare ad una festa per l’inaugurazione della lussuosa nuova villa di James Franco. Tutto sembra procedere normalmente: sesso, musica, droga e sballo. Ma ad un tratto un gran frastuono: nel giardino si apre uno squarcio profondissimo con annessa gola incandescente, in cui gran parte degli invitati viene inghiottita, le colline circostanti sono misteriosamente in fiamme, dal cielo penetrano raggi blu che risucchiano la gente, e tutti tentano di fuggire tra il caos generale. Degli invitati alla festa, soltanto sei i fortunati che riescono a sopravvivere, barricandosi nella casa di James. A questo punto si fa l’inventario delle provviste per resistere fino all’arrivo dei soccorsi: poca acqua, tante lattine di birra, un po’ di cereali, 15 grammi di Sour Diesel, 30 funghi allucinogeni, una scatola di cereali ma soprattutto un unico, irresistibile snack, che sarà conteso per tutto il corso del film. Da questo momento in poi per i sei protagonisti sarà una continua lotta per la sopravvivenza e… la salvezza dell’anima. In fondo è in atto l’apocalisse, e presto gli amici capiranno che non c’è altra via di fuga se non quella di conquistarsi un posto in paradiso. 

Il lungometraggio è uscito nelle sale statunitensi lo scorso giugno 2013, registrando più di 95 milioni di dollari d’incassi e classificandosi secondo al box office nella prima settimana di programmazione. La commedia è arrivata nei cinema italiani in luglio, ma il pubblico non l’ha accolta con lo stesso entusiasmo, tanto da passare quasi inosservata.

La scenografia un po’ prevedibile e il linguaggio esageratamente scurrile, sono però accostati a situazioni paradossali, a momenti talmente demenziali e colonne sonore al limite dell’assurdità, che rendono il film incredibilmente divertente, tanto da essersi conquistato il consenso americano sia di botteghino che di critica.

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a cura di Emanuele P. (del 06/01/2014 @ 15:09:55, in Al Cinema, linkato 2312 volte)


The Butler – Un maggiordomo alla Casa Bianca
(Lee Daniel’s The Butler)
Lee Daniels, 2013 (USA), 132’
uscita italiana: 1 gennaio 2014
voto su C.C.

12 anni schiavo
(12 Years a Slave)
Steve McQueen, 2013 (USA), 134’
uscita italiana: 20 febbraio 2014
voto su C.C.

Parafrasando Mao potremmo dire che non si affronta la storia della schiavitù con la stessa eleganza, tranquillità e delicatezza con la quale si partecipa ad un pranzo di gala: si tratta di eventi di inconcepibile violenza e dagli esiti sconcertanti. È per questo motivo che The Butler non convince, sin dalle primissime battute, quando una fotografia slavata da soap sudamericana introduce gentilmente lo spettatore in una piantagione di cotone della Georgia. Il film di Lee Daniels è una parata di stelle (o presunte tali) della cultura afroamericana, mal camuffate in ruoli stereotipati, che palesa una imperdonabile mancanza di pathos e regge le sue interminabili ore solo sulle possenti spalle di Forest Whitaker, sempre all’altezza di monumentali responsabilità attoriali. Attraverso gli occhi di un maggiordomo al servizio di numerosi mandati presidenziali alla Casa Bianca, il regista americano mette in scena la (retorica) revisione di un secolo di storia senza perdere l’occasione di proporre anche pedanti e banali riflessioni sul rapporto padre-figlio; lo fa con elegante distacco, quasi cullando propositi pedagogici, senza riuscire a coinvolgere quelli non facili alla lacrima patetica.

Il torpore emotivo che frustra lo spettatore di The Butler sarà fatto violentemente scomparire dall’altro grande film della stagione cinematografica che affronta la questione razziale: 12 Years a Slave (12 anni schiavo). Il britannico Steve McQueen ha infatti nell’omen nomen la ragion d’essere del suo cinema: come l’iconico eroe del cinema americano col quale condivide l’anagrafe è un bruto impassibile, un regista innamorato della realtà e pronto a “sporcarsi le mani” con qualsiasi cosa ci possa trovare – i precedenti Hunger (2008) e Shame (2011) parlano chiaro.
La storia, ambientata circa un secolo prima di quella del maggiordomo di Lee Daniels, ha come protagonista un altro nero dal cervello fino: Salomon Northup (Chiwetel Ejiofor) uomo libero di New York che viene rapito da negrieri senza scrupoli e rivenduto come schiavo nel profondo sud degli States. La sua odissea ha dimensioni epiche ed incredibile presa, perché mostrata senza filtri ma con notevole gusto artistico: McQueen ti brucia l’anima con sangue e lacrime, mai così reali, eppure riesce a regalare momenti di struggente ed autentica bellezza.
La sceneggiatura di John Ridley, liberamente tratta da una storia vera, viene valorizzata dall’artista londinese anche grazie ad un coraggioso e spregiudicato uso del flashback, inteso ormai come parte fondante della narrazione e ivi fuso, confidando nell’attenzione dello spettatore smaliziato da decenni in cui è stato vaccinato da questo artificio. La linea temporale è ellittica, un susseguirsi di istantanee che catturano l’essenza del protagonista, tutte le sue incertezze, le sue paure e soprattutto la sua invincibile voglia di sopravvivere. Ad interpretarlo è Chiwetel Ejiofor, straordinario attore finalmente alla prese con un ruolo da lead all’altezza, che diviene il perno attorno a cui ruotano altri grandi nomi (Giamatti, Cumberbatch, Dano, Fassbender, Pitt) per una resa finale impeccabile, che restituisce con grande efficacia uno spaccato miserabile della storia dell’umanità.
Come le altre opere di McQueen, 12 anni schiavo è un film brutale, a tratti insopportabile, ma allo stesso tempo meraviglioso: uno specchio fedele della realtà.

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