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 Spike Lee... di Emanuele P.
 
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a cura di Emanuele P. (del 17/10/2013 @ 18:21:43, in Uno Sparo Nel Buio, linkato 1275 volte)

Ah, le faccette comiche

Aspirante vedovo
(Aspirante vedovo)
Massimo Venier, 2013 (Italia), 84'
uscita italiana: 10 ottobre 2013

Altro che “invention sans avenir”, il cinema è uno strumento magico: pur vecchio oltre un secolo, riesce a rendere evidenti  le spiacevoli realtà del nostro presente. Ad esempio, può un film appena uscito essere meno originale rispetto al suo omologo (datato 1959), del quale è oltretutto una sorta di remake?
La risposta ce la fornisce Massimo Venier, regista lombardo passato dal decennale sodalizio con Gialappa’s Band ed Aldo, Giovanni e Giacomo alle commediacce italiote. Il suo Aspirante Vedovo fa tornare alla mente sin dal titolo il capolavoro di Dino Risi, che attraverso le gesta scellerate di Alberto Sordi fotografava con straordinaria efficacia la vita di un aspirante vitellone nell’Italia del boom – Franca Valeri interpretava la scomoda consorte della quale disfarsi –, ma presto getta lo spettatore nello sconforto, mettendo in scena una bestiario di figurine televisive, luoghi comuni e banalità.
Fabio De Luigi e Luciana Littizzetto sono protagonisti da tubo catodico, che poco c’azzeccano (assecondando il gergo dipietresco) col Cinema, e non vengono aiutati dalla consueta truppa di sceneggiatori (quattro) con in testa tanta confusione e poche idee: ecco apparire l’ombra dei poteri forti, un qualunquismo imperante e persino della pseudo-satira sinistrorsa, peccato che della commedia non sia rimasta traccia. La storia viene mutilata, semplificata e, come si diceva, magicamente resa meno moderna di quella concepita cinquant'anni fa.
Il cinema è implacabile nel svelare la mediocrità. C'è da dire che gli autori erano almeno stati freudianamente sinceri nella scelta del titolo: loro aspirano a fare film, mica ci riescono. Però sarebbe più educato lasciar stare i nostri santi laici, limitandosi ai fanti del cinepanettone.


La sezione Uno Sparo nel Buio è frutto di malsano pregiudizio. Ogni film ivi recensito non è stato mai visto. Tutte le considerazioni esposte derivano da un approfondito studio della locandina e dei trailer, arricchito da spocchiose opinioni a priori che i vostri corrispondenti esprimono con gioia infantile.
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a cura di Guest (del 17/10/2013 @ 17:15:18, in Anteprime, linkato 1292 volte)

Runner Runner

(Runner Runner)
Brad Furman, 2013 (USA), 91’
uscita italiana: 24 ottobre 2013

Come già anticipato, la critica non ha recepito positivamente Runner Runner: l'autore Brad Furman appare infatti incapace, a parere di molti, di mettere in scena un film sufficientemente interessante.
Sin dall'incipit il suo ultimo film si rivela infatti noioso e col procedere la situazione non migliora; lo script, appesantito da interminabili dialoghi, costringe a controllare più volte l’orologio, sperando in un epilogo rapido e indolore. Non bastano dunque un cast stellare o un budget da 30 milioni di dollari per fare un buon film, come recentemente dimostrato da numerosi altri flop "illustri".

La sceneggiatura del resto non lasciava presagire niente di particolarmente esaltante. Richie Furst, interpretato da Justin Timberlake, subisce grandi perdite economiche a causa della crisi del 2008 e anche per far fronto all'incremento delle sue tasse universitarie decide di improvvisarsi giocatore di poker on-line. In una sola notte il giovane perde tuttavia più di 17 mila dollari sul portale Midnight Blac e, una volta scoperto che nel sito c’è un bug che permette ai suoi gestori di controllate le perdite e le vincite, vola in Costa Rica per riavere indietro i propri soldi dal proprietario, il poco raccomandabile Ivan Block (Ben Affleck). Da qui si innesta un intreccio, costruito da Brian Koppelmann e David Levin (autori anche di Rounders), che sa di visto e sentito e che qualcuno, a ragione, ha raffrontato al classico Faust: il giovane e intelligente universitario è tentato dal "diavolo", che gli promette un futuro di successo e ricchezza trascinandolo in un giro d’affari poco pulito. Non poteva mancare, infine, l’ammaliante e seducente personaggio femminile, Rebecca Shafran (Gemma Arterton), amante di Ivan e allo stesso tempo attratta da Richie, che ovviamente si innamorerà della giovane.

Sebbene la sceneggiatura sia poco originale e intrigante, la critica punta però il dito contro il regista, che aveva invece convinto in The Lincoln Lawyer, perché responsabile di non aver dato al pubblico quello che si aspettava e che il trailer invece lasciava intendere: un film anche solo d’azione, avvincente, con inseguimenti, sparatorie, scene adrenaliniche dal ritmo incalzante. Troppi sono poi i topos banali che si ripetono sul gioco d’azzardo, la corruzione e la prostituzione, in una Costa Rica stereotipata dove tutti hanno un prezzo e sono disposti a vendersi per una manciata di dollari (descrizione in effetti poco lusinghiera che ha inevitabilmente indispettito i più). Poco convincente anche la fotografia, che non rende giustizia alla location, della quale non ripropone i colori e le atmosfere, che certo potevano essere d’aiuto  per la pellicola.

I personaggi, infine, sono banali e caratterizzati grossolanamente, condizionando le performance delle star chiamate ad impersonarli. Timberlake, che appare ormai troppo "maturo" per interpretare ancora una volta un ragazzetto universitario, convince ben poco e, benché bellissima e affascinante, Gemma Arterton è ridotta a semplice comparsa, un premio che i due protagonisti si contendono. I loro personaggi sembrano davvero  non avere niente da dire. Dal fuoco incrociato dei critici si salva il solo Ben Affleck, reduce dallo strepitoso successo di Argo, l’unico veramente convincente tra gli attori, sebbene al suo personaggio non sia concesso lo spazio che avrebbe meritato.

L`idea di base era probabilmente quella di coinvolgere gli appassionati del tavolo verde per portarli in sala, ma proprio questi, temiamo, saranno i primi ad evitare un film che gioca solo sui luoghi comuni del poker. Quando si dice “giocare male le proprie carte”.
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a cura di Emanuele P. (del 15/10/2013 @ 20:40:41, in Anteprime, linkato 1768 volte)

Mud
(Mud)
Jeff Nichols, 2012 (USA), 135’

C’era una volta l’estate
(The Way Way Back)
Fat Naxon, Jim Rash, 2013 (USA), 103’
uscita italiana: 5 dicembre 2013

Che noia i romanzi di formazione. Dopo essere evasi dall’adolescenza, l’ultima cosa che si vuole fare è riviverla attraverso gli occhi di qualche eroico protagonista, letterario o cinematografico che sia. Eppure ci sono casi in cui il fascino di una storia ben concepita, così come di personaggi credibili e originali, è sufficiente a superare il comprensibile pregiudizio verso il Bildungsroman che alberga nell’animo dei più cinici. Mud e C’era una volta l’estate (The Way Way Back) sono esempi di come questo genere eterno possa regalare ancora soddisfazioni, anche nel millennio che probabilmente vedrà la definitiva uscita di scena della cara vecchia celluloide.

Mud, di Jeff Nichols, è un piacere per gli occhi. La sua fotografia ambrata e polverosa (firmata da Adam Stone), restituisce in modo estremamente efficace una squallida ambientazione senza tempo, fatta di baracche sul fiume Mississippi e di paesini del sud profondo degli States dimenticati persino da Dio. Qui la celluloide c’è, e si vede: una scelta forse ormai anacronistica, ma in grado di regalare colori e sensazioni ancora ineguagliati dalla tecnologia digitale. Il ragazzo pronto a diventare uomo si chiama Ellis (Tye Sheridan), di modeste origini e ancora più modeste prospettive, e si trova ad affrontare per la prima volta la vita (e il mondo) grazie all’incontro con un fuggitivo (Matthew McConaughey) in cerca del suo amore perduto (Reese Witherspoon). Nichols segue l’odissea del giovane protagonista, un vero “duro in miniatura”, raccontandone quotidianità e dilemmi senza scadere mai nel melenso; non manca nulla, dalla difficoltosa relazione padre-figlio fino alle prime delusioni sentimentali, passando per onore, amicizia e redenzione. Ciò che rende Mud efficace, dal punto di vista narrativo, è però il curioso rapporto che nasce tra Ellis e il suo nuovo amico dal passato burrascoso (interpretato da un McConaughey mai così convincente, nonostante il consueto minutaggio a torso nudo):  una complicità clandestina che offre al ragazzo la possibilità di sbirciare nel mondo degli adulti senza filtri né protezioni; saranno proprio queste esperienze a fargli finalmente apprezzare il ritorno all’adolescenza spensierata della sua nuova vita.

Pur adoperando un registro ben diverso, quello della commedia, C’era una volta l’estate racconta una storia molto simile. I colori sono vivaci, le immagini in perenne movimento, i movimenti di camera sorprendono: si entra insomma nell’era del digitale ma la dinamica del coming of age resta la stessa. Con una spietata sequenza iniziale, gli autori Nat Faxon e Jim Rash ci presentano il protagonista, Duncan (Liam James), in tutta la sua infelicità: viaggia in macchina verso una squallida località turistica dove dovrà trascorrere tutta l’estate ed il nuovo compagno della madre (Steve Carell) sta distruggendo ciò che resta della sua autostima. Siede in fondo ad una buick che sembra immensa, distante dalla mamma (Toni Colette) che, inconsapevole, dorme appoggiata ad un finestrino. In una sola inquadratura è condensato il senso del film: un figlio smarrito che dopo la separazione dei genitori si sente solo al mondo, senza punti di riferimento – significativamente la sequenza finale sarà una “negativo” di questo spiazzante incipit. Quando tutto sembra perduto ecco che, insieme ai titoli di testa, arriva Sam Rockwell: gestisce uno scalcinato acqua park ed è palesemente vittima della sindrome di Peter Pan. Come McConaughey, anche lui è un adulto non esattamente raccomandabile che riesce a riconoscere un ragazzo in difficoltà, poiché ha vissuto quella esperienza sulla sua pelle. Per Duncan rappresenta una vera e propria ancora di salvezza perché dietro l’apparente immaturità nasconde tratti di quella figura paterna che tanto manca al ragazzo. Siamo nell’ambito della commedia e dunque il mondo degli adulti sembra un po’ meno desolante ma non per questo più facile da accettare: menzogne, amori, tradimenti, ipocrisia e rivalità, ancora una volta il pacchetto completo.
Pur non raggiungendo la qualità cinematografica di Mud, anche il film di Faxon e Rash è animato da quella carica di originalità che spesso si trova nelle pellicole prodotte fuori dal circuito delle grandi major, ed ha il merito di sfruttare appieno una ambientazione particolarmente funzionale allo sviluppo della storia. Ciò che certamente accomuna questi "romanzi di formazione" datati 2013 è l’escamotage che li rende interessanti, rappresentato dai personaggi interpretati da Rockwell e McConaughey: padrini insospettabili che più o meno consapevolmente restituiscono alla vita due piccoli adulti un po’ meno infelici.

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a cura di Guest (del 04/10/2013 @ 12:55:49, in Contenuti Speciali, linkato 1151 volte)


Paulette
(Paulette)
Jérome Enrico, 2012 (Francia) 87’

Dopo aver lavorato ad alcune serie TV trasmesse in Francia (Vertiges, Second Chances) ed aver già tentato la via del grande schermo con il suo poliziesco di non troppo successo L’origine du Monde, il regista figlio d’arte Jérome Enrico ha deciso di riprovarci con una nuova amara commedia sulla convivenza ed il multiculturalismo nei sobborghi parigini.

Paulette (Bernadette Lafont) vive da sola in una delle cité che circondano la capitale francese, cercando di sopravvivere con una piccola pensione dopo aver perso il marito alcolizzato ed un bar ormai trasformato in ristorante giapponese.

La sua vita, scandita da un profondo disprezzo per qualsiasi cosa non appartenga alla sua idea di francesità, come gli asiatici e le persone di colore, viene completamente sconvolta quando finisce per scoprire come alcuni venditori di droghe del suo stesso palazzo riescano a guadagnare cifre astronomiche con il loro commercio illegale.

Interessata alla cosa e subito inserita all’interno della gang locale, Paulette riuscirà a sfruttare la sua immagine “innocente” e la sua insospettabilità a tutto vantaggio del traffico di droga del quartiere, diventando ben presto uno dei punti di riferimento assoluti per chi è alla ricerca di semi di cannabis ed arrivando lentamente a cambiare la sua visione del mondo – che alla fine del film risulta molto meno “franco-centrica” rispetto al principio.

L’opera realizzata dal regista transalpino Enrico prova con coraggio a portare sul campo della commedia una questione molto seria ed attuale come quella delle condizioni degli anziani meno abbienti francesi, in qualche modo intrappolati tra un passato che difficilmente riesce a combinarsi con il multiculturalismo nazionale ed una condizione economica resa più precaria che mai dalle conseguenze della crisi finanziaria.

Aiutata da un’ottima interpretazione della compianta Bernadette Lafont, scomparsa lo scorso mese di luglio all’età di 74 anni dopo una carriera che l’ha vista diretta da alcuni mostri sacri del cinema europeo e della Nouvelle Vague francese come François Truffaut, Claude Chabrol e Claude Miller, la pellicola di Jérome Enrico non riesce comunque a sfondare – probabilmente a causa della mancanza di un quid in grado di farle realmente toccare i tasti meno politicamente corretti della vita nelle banlieue parigine e degli enormi caseggiati popolari frutto delle politiche socialiste degli anni Sessanta e Settanta

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