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 Burton... di Emanuele P.
 
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Non c'è niente di permanente in questo mondo malvagio, neanche i dispiaceri.

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a cura di Emanuele P. (del 28/09/2013 @ 18:51:50, in Contenuti Speciali, linkato 1560 volte)

Simon Killer

(Simon Killer)
Antonio Campos, 2012 (USA), 105’

Simon (Brady Corbet), an American student who just graduated, decides to leave for Paris in an attempt to forget a long love story that has just ended.
Alone, in a city he barely knows, finds comfort in the relationship with the sweet Noura (Mati Diop), young prostitute with a problematic background. The ghosts of his past, however, are lurking.

Antonio Campos, came to prominence for his debut film Afterschool (presented at Cannes in 2008), is one of the most interesting directors of the American indie scene. With Simon Killer he goes back to the proverbial “crime scene”, showing greater maturity: there is, evident in every scene, a clear stylistic imprint in his way of making films; shots and camera movements are never ordinary and there's a peculiar use of music (a unique soundtrack), which play a crucial role in the development of the story.
As with any stranger, the viewer gets to know Simon a little at a time, experience by experience. At the beginning there is no room for any other feeling different than empathy (perhaps a little pity) for this lonely guy, abandoned by the love of his life and exiled in a hostile Paris, where every passer-by looks ready to attack you. Even the mother, in a cold conversation via Skype, seems only able to encourage him to "stop being sad"; in her words, however, for the first time it’s possible to notice something unexpected, something that finally is not only filtered through the perspective of Simon, in which the viewer is likely to remain trapped for a good part of the movie. The reasons for his separation from the beloved girlfriend Michelle are nebulous but at the same time somewhat disturbing: cryptic mails hint that a rather serious incident has pushed the girl to want him out of her life.
Behind that “good boy” face lays an instability, both emotional and psychological, that emerges more and more evident as time goes by. When it comes to Simon, the saying "up close, nobody is normal" gets new meanings, because what you’re going to discover looking at him closely is intended to upset: while his psychosis is slowly revealed, seems more and more evident that he has become able to disguise it with a façade of “normality” ready to mislead anyone who meet him for the first time - and of which the viewer is, in fact, a victim.
Campos wisely choose to show the film’s title only at the end, as if he wanted to emphasize that only after having known Simon, the adjective “killer” can acquire an understandable meaning.
Brady Corbet, who played an impeccable psychopath also in the American remake of Funny Games (Haneke, 2007), offers a brilliant interpretation, ensuring his character a disturbing verisimilitude. Throughout the film, Campos follows him almost obsessively: the camera seems to reflect his progressive detachment from reality, starting to frame only parts of the body (no heads, no hearts, no “soul”) and reducing each gesture to a purely mechanical one, with no space left for any kind of humanity.

Simon Killer is an unsettling film, intended to provoke discordant reactions, precisely because it’s such “extreme” in its intentions. But, more than anything else, it’s a good example of how the “low cost” Cinema can be incredibly rich in creativity and intuition.

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a cura di Emanuele P. (del 02/09/2013 @ 17:04:13, in Anteprime, linkato 2272 volte)

Simon Killer

(Simon Killer)
Antonio Campos, 2012 (USA), 105’

Simon (Brady Corbet) studente americano appena laureato, decide di partire per Parigi nel tentativo di dimenticare una lunga storia d’amore finita da poco.
Solo, in una città che conosce appena, trova conforto nella relazione con la dolcissima Noura (Mati Diop), una giovane prostituta dalla storia problematica. I fantasmi del passato sono però in agguato.

Antonio Campos, trentenne newyorkese venuto alla ribalta per la sua opera prima Afterschool (presentata a Cannes nel 2008), è uno dei registi più interessanti del panorama indie americano. Con Simon Killer torna sulla proverbiale “scena del delitto” dimostrando però maggiore maturità: c’è, evidente in ogni scena, una chiara impronta stilistica nel suo modo di fare cinema, a partire dalla scelta di inquadrature e movimenti di camera mai banali, sino ad un peculiare uso della musica, con la soundtrack a svolgere un ruolo cruciale nello sviluppo della storia.
Come accade per uno sconosciuto qualsiasi, lo spettatore si trova a conoscere Simon poco per volta, esperienza dopo esperienza. All’inizio non c’è spazio per altro sentimento diverso dall’empatia (se non forse un po’ di pietà) nei confronti di questo ragazzo smarrito, abbandonato dall’amore della sua vita ed esiliato in una Parigi ostile, dove ogni passante sembra  pronto ad aggredirti. Persino la madre, in freddo collegamento Skype, è capace solo di spronarlo a “smetterla di essere triste”; nelle sue parole però per la prima volta si inizia a scorgere qualcosa di inatteso, qualcosa che finalmente non è filtrato solo attraverso la prospettiva di Simon, nella quale chi guarda è destinato a restare intrappolato per buona parte della narrazione. Il motivo della sua separazione dall’amata Michelle è infatti nebuloso ma al tempo stesso in qualche modo inquietante: alcune mail criptiche lasciano intuire che un episodio piuttosto grave abbia spinto la ragazza a volerlo lontano dalla sua vita.
Dietro quell’aria da bravo ragazzo, neolaureato fiero della sua pubblicazione accademica, si cela una instabilità emotiva e psicologica che affiora in modo sempre più evidente col passare del tempo. “Visto da vicino nessuno è normale” recita un motto piuttosto saggio, e nel caso di Simon ciò che si scopre è destinato a sconvolgere, proprio perché il profilo della sua psicosi si rivela, inesorabilmente, camuffato da una spiazzante normalità in grado di ingannare chiunque lo incontri per la prima volta – e della quale lo spettatore è, di fatto, la prima vittima.
Non a caso Campos sceglie di mostrare il titolo del film unicamente alla fine, quasi a sottolineare che solo dopo aver vissuto questa esperienza (è conosciuto almeno in parte il misterioso Simon) l’aggettivo “killer” può assumere un significato comprensibile.
Brady Corbet, già impeccabile psicopatico nel remake americano di Funny Games (Haneke, 2007), offre una interpretazione magistrale, garantendo al suo Simon una verosimiglianza a tratti disturbante. Campos lo segue, quasi ossessivamente, durante tutto il film: l’obbiettivo diventa parte del suo essere, riflettendo stati d’animo e quel progressivo distaccamento dalla realtà che risulta evidente nelle sequenze in cui la camera, inquadrando solo parte dei corpi, riduce ogni gesto ad azione puramente meccanica, nella quale non c’è più spazio per l’umanità.

Simon Killer è un film spiazzante, destinato a dividere proprio perché così “estremo” nelle sue intenzioni da suscitare inevitabilmente una reazione. Ma, più di ogni altra cosa, rappresenta un valido esempio di come il Cinema low cost possa essere terribilmente ricco di creatività ed intuizioni.

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