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Un critico che mi parla di verosimiglianza è una persona senza immaginazione.

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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
a cura di Emanuele P. (del 08/07/2013 @ 15:03:36, in Anteprime, linkato 1354 volte)

Passion
(Passion)
Brian De Palma, 2012 (Germania, Francia, Spagna, Gran Bretagna), 94’

Christine (Rachel McAdams) dirige capricciosamente la sede europea di una multinazionale della pubblicità, tiranneggiando sul fidanzato Dirk (Paul Anderson) e sui suoi collaboratori. Isabelle (Noomi Rapace) talento estroso quanto naif, ne subisce l’influenza e il fascino fino al giorno in cui, dopo l’ennesimo sopruso, decide di reagire. Con conseguenze insospettabili.

È passato qualche lustro da quando Brian De Palma scelse di chiudere in un cassetto la Bibbia di un genere (il thriller) che aveva contribuito a forgiare con stile inconfondibile nel ventennio precedente: Doppia Personalità (ed in parte il successivo Omicidio in diretta) avevano rappresentato gli ultimi, stanchi, sguardi del cineasta su un Cinema del quale sembrava aver ormai esplorato ogni situazione e sfruttato tutti i possibili espedienti. Il successivo vagabondare tra i più disparati generi (fantascienza, azione, noir, guerra), pur non privo di soddisfazioni, ha però condotto De Palma nuovamente sulla proverbiale “scena del delitto”, in una impresa affrontata con nuova energia ma intatto gusto scenico.
Passion, adattamento del film francese Crime d’amour (2010), potrebbe lasciare inizialmente perplessi i depalmiani devoti, sopresi dalla fotografia dai colori vivacissimi che José Luis Alcaine ha portato direttamente dai set spagnoli di Almodovar, ma col procedere della narrazione ognuno dei rassicuranti frammenti del puzzle (come il contrappunto musicale dell’aficionado Pino Donaggio) iniziano a trovare il loro posto. De Palma indulge infatti in tutte le sue signature shot: i piano sequenza dal punto di vista dell’assassino, un meraviglioso split screen che fonde danza classica con scene di suspense e, dulcis in fundo, l’ellittico finale pronto a far vacillare le convinzioni dello spettatore. Proprio durante l’ultima mezzora del film il regista di Blow Out, Vestito per uccidere ed Omicidio a luci rosse esce di nuovo allo scoperto: l’atmosfera almodovariana lascia spazio ad una nuova dimensione, in cui i colori divengono freddi e mal definiti, caratterizzata da un continuo gioco di flashback dove sogno e realtà sono ormai indistinguibili. Fluidi movimenti di camera diventano gli occhi dello spettatore su un mondo da incubo, un universo nel quale possono finalmente essere applicate le leggi del Maestro del thriller-kitsch. La verosimiglianza della trama viene sacrificata ben volentieri sull’altare della riuscita scenica come quando, nel climax conclusivo, De Palma contamina i fondamentali del Cinema di Hitchcock col suo inconfondibile gusto grandguignolesco, in una sequenza che vale, da sola, il “prezzo del biglietto” – insieme al già citato split screen sulle note di Debussy.
La coppia McAdams-Rapace offre una prestazione convincente nonostante i loro due personaggi siano, almeno all’inizio, caratterizzati in modo da risultare così agli antipodi da apparire quasi caricature (femme fatale vs ragazza ingenua). Come ogni altro elemento di Passion possono esistere solo nelle dinamiche, inconfondibili e per questo discusse, di un film firmato De Palma.
Amarcord.

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a cura di Emanuele P. (del 04/07/2013 @ 14:15:43, in Al Cinema, linkato 1751 volte)

To the Wonder
(To the Wonder)
Terrence Malick, 2012 (USA), 112’
uscita italiana: 4 luglio 2013

voto su C.C.

Neil (Ben Affleck) e Marina (Olga Kurylenko) si godono il loro idillio parigino finché l’uomo, un americano in cerca di se stesso, non è costretto a ritornare al polveroso lavoro nella natia Oklahoma. L’amore ne risente, spegnendosi giorno dopo giorno, con l’ingresso in scena di una ex (Rachel McAdams) e di un prete in crisi mistica (Javier Bardem).

Voci non confermate sostengono che Ben Affleck di fronte al final cut di To The Wonder abbia affermato che il nuovo film di Terrence Malick “fa sembrare The Tree of Life semplice quanto Trasformers”. Tutti quelli che, dopo aver assistito all’epopea della coppia Pitt-Chastain, avevano lasciato la sala quantomeno accigliati possono solo tremare di fronte a questa dichiarazione, tanto paradossale quanto condivisibile. Con To the Wonder il regista americano ha infatti deciso di liberarsi definitivamente da ogni precetto della tradizionale narrativa cinematografica, rinunciando alla trama, ai personaggi e più in generale a tutti i capisaldi che consentono di distinguere un “film” da un altro esperimento audiovisivo.
Come una installazione da museo d’arte contemporanea, l’ultima opera di Malick può essere vista entrando in sala in qualsiasi momento, ed uscendone quando si crede di averne abbastanza: si tratta di un flusso di immagini ipnotiche (meravigliosa fotografia di Emmanuel Lubezki) punteggiato da monologhi perennemente sussurrati e mal comprensibili, un continuo volteggiare di camera e personaggi, ignari circa lo sviluppo della storia almeno quanto l’incuriosito spettatore. Basti pensare che molti dei dettagli della trama (nomi dei personaggi inclusi) possono essere conosciuti solo leggendone la cartella stampa e che buona parte di un cast stellare (Chastain, Weisz, Pepper, Sheen) ha visto il suo ruolo scomparire dopo l’uscita della pellicola dalla sala di montaggio.

L’opera di Malick ha comunque qualcosa di magico, perché in grado di rendere ugualmente sublimi (o meglio meravigliose, in accordo col titolo) Mont Sant-Michel e le paludi inquinate dell’entroterra americano; l’occhio del cineasta-filosofo sembra in grado di cogliere la bellezza ovunque ed in un modo così puro e primordiale da risultare travolgente: una esperienza che merita, in ogni caso, di essere apprezzata. 
Mentre The Tree of Life manteneva una sua coerenza narrativa, barocca ma profondamente affascinante ed in qualche modo “compiuta”, To the Wonder lascia esterrefatti per l’assenza, quasi provocatoria, di un qualsiasi intento; questo influisce negativamente anche sulle performance degli attori, divenuti eteree caricature, fantasmi che si aggirano per scenari stupendi: mentre le interpreti femminili si salvano in un mare di leggiadre piroette, Affleck, sistematicamente mutilato da inquadrature bizzarre, rischia la peggior figura di tutta la sua carriera al di qua della cinepresa.
Col passare dei minuti si fa sempre più forte l’impressione che Malick abbia ceduto, ormai incondizionatamente, alla tentazione di sottrarre tutto il “superfluo” dalla sua opera, finendo però col privare le immagini di quell’anima, di quel senso comune, che rappresentano l’identità di un film. Ciò che resta, per quanto degno di meraviglia, è più adatto alla sala video di un museo piuttosto pretenzioso.

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