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a cura di Emanuele P. (del 15/06/2013 @ 16:38:18, in Al Cinema, linkato 1670 volte)


Holy Motors

(Holy Motors)
Leos Carax, 2012 (Francia, Germania), 110’
uscita italiana: 6 giugno 2013
voto su C.C.

Tutto inizia in un cinema, dove una platea appare ipnotizzata dal fascino del grande schermo. Stanno forse attendendo che lo spettacolo inizi, così come noi, in attesa di entrare nella bizzarra mente di Leos Carax, regista mai banale. È proprio lui a guidarci, aprendo con fatica una porta magica occultata dietro la inquietante carta da parati della sua stanza: parte così il nostro viaggio, reso possibile dal motore mistico del Cinema, una corsa sulle montagne russe che spinge ad aggrapparsi forte ai braccioli della poltrona.
In scena irrompe infatti Monsieur Oscar (Denis Lavant) in quello che scopriremo essere il primo dei suoi famigerati “appuntamenti”: interpreta (è questo il verbo più giusto) un banchiere minaccioso, amato dai familiari ma detestato dal resto della società. Proprio quando si inizia a prendere confidenza con le sue disavventure, ecco che il camaleonte cambia sembianze, trasformandosi grazie a protesi complesse e fantasiose in una anziana mendicante; spiazzati possiamo seguirla solo per pochi istanti perché, come scopriremo presto, a bordo della limousine che conduce Oscar in giro per una eterea Parigi è presente un vero e proprio camerino, con ogni genere di trucco e travestimento. Col passare dei minuti diventerà attore per una sofisticata sessione di motion capture, un disgustoso ominide da fiaba dark (Monsieur Merde…), un padre affettuoso, un assassino, un anziano morente, un dissidente e persino il patriarca di una famiglia “non convenzionale”; per qualche minuto, in compagnia di una “collega” che probabilmente aveva amato (Kylie Minogue, ammirevole), potreste infine riuscire a sbirciare nella sua vera vita, ammesso che esista.
Quando, al termine della lunga giornata “lavorativa”, la sua chauffeur (Edith Scob) riconduce la limousine all’officina (la Holy Motors, ovviamente) tutto potrà sembrare più chiaro. O terribilmente più confuso.

Il cinquantenne Leos Carax gioca con il Cinema, spaziando dai primi esperimenti dei pionieri sino al più evoluto dei meccanismi di cattura 3D: sul suo rollercoaster non ci si può annoiare, perché anche la meno piacevole delle esperienze dura solo qualche minuto. Punzecchiando lo spettatore, l’autore francese tronca impunemente climax, propone situazioni inverosimili (il frammento del Monsieur Merde, in cui brilla Eva Mendes, è poeticamente ributtante), abbandona personaggi ai quali iniziavamo ad affezionarci, indugia in una compiaciuta autoreferenzialità e, soprattutto, non si sforza minimamente di dare una spiegazione (od un senso) a ciò che mette in scena. Al contrario di altri cineasti a tratti imperscrutabili, come Malick, Lynch e quel Gaspar Noè col quale condivide un geniale gusto cinematografico per la provocazione, Carax offre solamente un insieme di sensazioni, un continuum di istantanee, nel quale è inutile cercare un significato superiore. Il suo Holy Motors è forse un melanconico testamento del “vecchio” Cinema che, pur apparendo provato dalla lunga attività come il suo paradigmatico Attore (Lavant), non è ancora disposto ad essere rottamato? oppure è una astrusa interpretazione della storia della celluloide, uno sguardo sull’odissea infinita dei personaggi che la animano per poi essere dimenticati? o ancora, e se si trattasse semplicemente del personalissimo divertissement di un artista a suo modo unico?
Domande inutili, destinate a restare senza risposta, perché Holy Motors non può essere visto contando sulle regole e i canoni del cinema tradizionale e sebbene tenti di fornire qualche indizio circa la sua vera natura in alcune sequenze (come il discorso in macchina tra Lavant e Michel Piccoli e le battute conclusive del film), resta sempre sufficientemente criptico da lasciare aperta la porta ad ogni genere di interpretazione.  C’è solo da mettersi comodi e lasciare che Leos Carax apra il suo portale incantato: troverete più film in queste due ore di quanti molti autori ne concepiranno in tutta la loro carriera.
Esperienza.

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a cura di Emanuele P. (del 13/06/2013 @ 14:10:27, in Al Cinema, linkato 1188 volte)


Voices

(Pitch Perfect)
Jason Moore, 2012 (USA), 112’
uscita italiana: 6 giugno 2013
voto su C.C.

Beca (Anna Kendrick) e Jesse (Skylar Astin), studenti al primo anno di college, si trovano coinvolti nelle faide interne alla loro università nella quale due fazioni di pseudo-artisti si confrontano da anni: sono specialisti del canto a cappella e la loro più grande ambizione è vincere una prestigiosa competizione nazionale.

Pitch Perfect (divenuto Voices per i consueti misteri della distribuzione nostrana) è una variabile discretamente godibile della vostra commedia adolescenziale di fiducia. Stavolta infatti, oltre ai consueti conflitti maschi alfa-cheerleader, alle angherie verso i disadattati e ad una scialba satira sociale viene aggiunto al mix un pizzico di quella Glee generation che ultimamente sembra funzionare tanto bene.
Gli eroi, tra una disavventura formativa e l’altra, hanno modo di mostrare ammirevoli capacità canore ed una buona propensione alla coreografia spettacolare; viene così messa in secondo piano una trama ridotta ai minimi termini, piena di personaggi solo abbozzati, e la regia incolore di Jason Moore, mestierante da network TV.
Il cast merita l’unico ma più sentito encomio, per una performance in grado di ribadire il concetto che un pugno di attori americani (anche se di secondo, terzo e quarto piano) ha capacità ed eclettismo da far invidia a molte delle nostre più stimate compagnie itineranti. Anche per questo, i musical sarebbe meglio lasciarli a loro.
Disimpegno.

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