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 Scorsese ....... di Emanuele P.
 
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Rimango sempre sorpreso dalle reazioni suscitate dai miei film. Essi contengono, in generale, una quantità sufficiente di verità che di certo turberà qualcuno.

Stanley Kubrick
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a cura di Emanuele P. (del 26/02/2013 @ 15:37:43, in Re per una notte, linkato 1100 volte)

Archiviata anche l'edizione numero ottantacinque degli Oscars, i riconoscimenti assegnati annualmente dalla Academy of motion picture arts and sciences. Spumeggiante presentatore il nostro pupillo (da prima che divenisse di moda) Seth MacFarlane che tra una gag e un intonata performance musicale ha saputo griffare l'estenuante show con la sua personalissima cifra. I premi sono all'insegna del compiaciuto auto-elogio da americani bacchettoni, con Argo che sbanca (miglior film) ed il sopravvalutatissimo Life of Pi pronto a garantire ad Ang Lee addirittura il titolo di miglior regista, forse grazie al suo innocuo (e conformabile) esotismo. Tarantino guadagna la seconda statuetta della carriera, sempre in veste di sceneggiatore, mentre il formidabile Zero Dark Thirty resta ben lontano nelle retrovie (Jessica Chastain soffrirà per il premio di miglior protagonista strappatole dalla Lawrence) insieme all'altro miglior film della stagione, Moonrise Kingdom.

Bando alle ciance, ecco l'elenco completo dei vincitori:

BEST PICTURE
"Argo"

BEST ACTOR
Daniel Day-Lewis for "Lincoln"

BEST ACTRESS
Jennifer Lawrence for "Silver Linings Playbook"

BEST SUPPORTING ACTRESS
Anne Hathaway for "Les Miserables"

BEST SUPPORTING ACTOR
Christoph Waltz for "Django Unchained"

BEST DIRECTOR
Ang Lee for "Life of Pi"

BEST ADAPTED SCREENPLAY
"Argo"

BEST ORIGINAL SCREENPLAY
"Django Unchained"

BEST ANIMATED FILM
"Brave"

BEST FOREIGN LANGUAGE FILM
"Amour"

BEST MUSIC (ORIGINAL SONG)
"Skyfall" from "Skyfall" (Music and Lyric by Adele Adkins and Paul Epworth)

BEST MUSIC (ORIGINAL SCORE)
Mychael Danna for "Life of Pi"

BEST PRODUCTION DESIGN
"Lincoln"

BEST CINEMATOGRAPHY
"Life of Pi"

BEST DOCUMENTARY (FEATURE)
"Searching for Sugar Man"

BEST VISUAL EFFECTS
"Life of Pi"

BEST MAKEUP
"Les Miserables"

BEST COSTUME DESIGN
"Anna Karenina"

BEST FILM EDITING
"Argo"

BEST SOUND EDITING
"Skyfall"
"Zero Dark Thirty"

BEST SOUND MIXING
"Les Miserables"

BEST SHORT FILM (ANIMATED)
"Paperman"

BEST SHORT FILM (LIVE ACTION)
"Curfew"

BEST DOCUMENTARY (SHORT)
"Inocente"

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a cura di Emanuele P. (del 15/02/2013 @ 14:17:29, in Al Cinema, linkato 1209 volte)

Promised Land
(Promised Land)
Gus Van Sant, 2012 (USA), 106’
uscita italiana: 14 febbraio 2013
voto su C.C.
Steve (Matt Damon) e Sue (Frances McDormand) lavorano per una multinazionale interessata ad estrarre gas naturali dalle terre di alcuni redneck  degli stati del sud. Tutto fila liscio finché non si trovano a dover colonizzare un paesino all’apparenza uguale agli altri, ma abitato da alcuni contadini fin troppo pensanti, capeggiati da un saggio professore universitario in pensione (Hal Holbrook). Un ambientalista (John Krasinski) giungerà a complicare il quadro.
Gus Van Sant ci introduce nel magico mondo dei gas naturali e delle terribili conseguenze legate al loro maldestro prelievo dagli appezzamenti terrieri di ingenui abitanti. Sebbene il tema sia d’interesse (perché agita uno spauracchio diverso dal vostro consueto lobbista delle compagnie petrolifere) il film che ne deriva è davvero poco convincente, dal punto narrativo e persino da quello puramente “artistico”.
La sceneggiatura, affidata in modo sospetto al duo di protagonisti Damon-Krasinski, viene fuori come un compitino da classe di scrittura: banale, prevedibile ed incoerente. Steve, presentato come spietato squalo pronto ad ingannare con qualsiasi mezzo (anche il “travestimento” sociale) pur di strappare un dollaro in meno sul prezzo, è inevitabilmente destinato a sciogliersi tra le braccia di una newyorkese capitata per sbaglio in provincia (Rosemarie DeWitt) e, non serve manco dirlo, tutti sappiamo che prima dei titoli di coda si troverà a fare la proverbiale cosa giusta almeno per una volta. Peccato, perché proprio sul finale la storia sembra assecondare una svolta sorprendente, di quelle che potrebbero gettare una luce tutta diversa sull’intera faccenda, ma Van Sant e colleghi non hanno il coraggio di seguirla fino in fondo, adagiandosi su una conclusione incoerente, ben poco verosimile e forzatamente bucolica.
Il cineasta americano, che aveva interessato tutti con la gioventù dei suoi più recenti Paranoid Park e Restless, appare intrappolato in una storia monocorde, dalla quale è impossibile trarre il minimo pathos; così l’unico punto di riferimento diventano le buone interpretazioni dei protagonisti, ciascuno provvisto di un personaggio ritagliato su misura.
Nessuno sembra però tenere conto dello sfortunato spettatore.
Occasione persa.
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a cura di Emanuele P. (del 07/02/2013 @ 11:57:53, in Al Cinema, linkato 1523 volte)

Zero Dark Thirty
(Zero Dark Thirty)
Kathryn Bigelow, 2012 (USA), 157’
uscita italiana: 7 febbraio 2013
voto su C.C.
L’undici settembre del 2001 il mondo cambia per sempre, per tutti. In particolare quei brutali attentati stravolgono la vita ed i piani di una giovane donna, Maya (Jessica Chastain), che appena uscita dal college è scelta per far parte della task force mediorientale targata CIA che ha l’incarico di rintracciare Bin Laden e i suoi più preziosi alleati. Dieci anni dopo, in un compound di Abbottabad, la loro missione verrà portata a termine.
Kathryn Bigelow (The Hurt Locker) e lo sceneggiatore Mark Boal avevano iniziato a lavorare su un progetto cinematografico dedicato alla caccia a Bin Laden già prima che l’attualità prendesse il sopravvento sulla finzione. Pur non modificando le certezze degli autori, gli eventi del maggio 2011 hanno però contribuito a creare intorno a Zero Dark Thirty un significativo polverone di insinuazioni e polemiche. Quando si affrontano argomenti del genere, a maggior ragione se ancora così freschi nella memoria di tutti, è infatti facile dimenticare la ben demarcata linea che divide il documentario dalla finzione, il reale dal verosimile: così la Bigelow si è trovata coinvolta (anche a causa di dichiarazioni spesso discutibili e contraddittorie) in un contenzioso che spazia dal politico sino al sociale e all’etico, accusata di aver fornito una “apologia” della tortura o di aver persino violato il segreto di stato. Per quanto possano essere interessanti i dibattiti che il suo film ha suscitato (soprattutto in patria, per di più nelle vicinanze di una scadenza elettorale), non è questa la sede per esprimere giudizi o valutazioni a riguardo; piuttosto si tratta di prendere atto che, come ogni opera d’arte degna di questo nome, Zero Dark Thirty rappresenta almeno un motivo di discussione, un mezzo (potente) per portare in auge tematiche importanti e ormai dimenticate dall’opinione pubblica. Tutte queste polemiche, spesso oziose e strumentali, rischiano però di far perdere di vista un aspetto cruciale: quello di Kathryn Bigelow è un film eccellente, tra i migliori (se non il migliore) dell’intera annata cinematografica.

L’ architettura narrativa, probabilmente concepita prima che si avesse un chiaro “epilogo” per gli eventi descritti, verte tutta sul lavoro di intelligence “sotterraneo” necessario per scovare l’uomo più ricercato del mondo, ma nonostante questo si rivela caratterizzata da un ammirevole senso dello spettacolo, lasciando alla regista diverse occasioni per mettere in luce il suo talento – tra tutte è da segnalare la sequenza, che toglie il fiato, dell’attentato a Camp Chapman. La Bigelow fa ampio uso di una camera agile e mobile, in modo da entrare letteralmente nell’azione, rendendo lo spettatore parte integrante dello scenario mostrato. Il climax, raggiunto prevedibilmente durante i venti minuti del raid pakistano, è perfetto esempio di questo stile asciutto ed efficace (ma non per questo povero di idee) che può avvalersi di tutti i pregi in termini di resa e mobilità garantiti dalla tecnologia digitale. Sorprendentemente durante l’intera sequenza, fotografata per la maggior parte del tempo con una verdastra “visione notturna”, il palcoscenico viene concesso tutto alle coordinate gesta dei militari in azione, senza i prevedibili stacchi per catturare le emozioni di Maya (che sta seguendo l’operazione al sicuro della sua tenda), quasi a voler mantenere fino alla fine separati il lavoro “sul campo” e quello di spionaggio. Si tratta degli unici momenti nei quali Jessica Chastain non domina la scena. L’attrice americana fornisce infatti una interpretazione magistrale, grazie alla quale gli autori riescono a caratterizzare un personaggio complesso pur concedendo pochissimi momenti di introspezione: basta uno solo sguardo per raccontarne speranze, emozioni e paure. Maya è solo una delle tante donne che hanno un ruolo cruciale nell’individuazione di Bin Laden, e riesce a portare a termine l’obbiettivo grazie ad una ostinazione e ad una caparbietà che sembra mancare a molti dei virili personaggi che la circondano: questo è forse l’unico messaggio veramente politico che Kathryn Bigelow cerca di mandare con il suo ottimo film.
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