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 Cimino... di Emanuele P.
 
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Non c'è niente di permanente in questo mondo malvagio, neanche i dispiaceri.

Charles Chaplin
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
a cura di Emanuele P. (del 30/01/2013 @ 13:54:52, in Al Cinema, linkato 1417 volte)

Looper - In fuga dal passato
(Looper)
Rian Johnson, 2012 (USA), 119’
uscita italiana: 31 gennaio 2013
voto su C.C.
2044. Il futuro sembra tanto un polveroso e deprimente passato. In una cittadina americana i sicari della principale organizzazione criminale si chiamano Looper ed hanno il compito di uccidere degli sconosciuti incappucciati che gli vengono spediti da un futuro remoto, dove grazie ad un macchinario illegale i viaggi nel tempo sono diventati possibili. Si tratta di un impiego estremamente lucrativo e privo di pericoli (perché i Looper si sbarazzano di personaggi che non esistono nel loro tempo) ma funestato da una clausola infida: un giorno, il killer dovrà eliminare se stesso, trent’anni più vecchio, per far scomparire ogni scomodo testimone. L’ultimo “lavoro” chiude questo cerchio macchinoso (definito appunto loop) ed è remunerato con una ricompensa significativa, tale da permettere di vivere le successive tre decadi agiatamente, con la consapevolezza di avere stampata sulla propria esistenza una indelebile data di scadenza. Quando Joe (Joseph Gordon-Levitt), Looper come tanti altri, indugia prima di uccidere la futura versione di se stesso (Bruce Willis), sembra commettere un errore imperdonabile. Lo smaliziato alter ego infatti riesce a fuggire, mettendo in discussione tutto l’oliato meccanismo. Ma possiamo giustificarlo: è in missione per salvare il suo mondo.
Prima di poter apprezzare Looper sono necessari alcuni minuti, durante i quali si è chiamati ad accettare il pasticcio ordito ai danni di Gordon-Levitt, reso irriconoscibile da naso e smorfie innaturali volte a farlo diventare sufficientemente simile ad un giovane Willis. Superata questa indubbia distrazione, è possibile lasciare che Rian Johnson ci trasporti nella sua arida versione del futuro, così privo di speranza ed umanità da apparire spaventosamente realistico, sulle tracce dei due “Joe”. Il vero turning point, almeno dal punto di vista visivo, arriva quando l’autore sceglie di lasciare l’ambientazione cittadina (e con questa le memorie di Blade Runner e Terminator) per farci conoscere la giovane Sara (Emily Blunt) madre-single dal passato tormentato, che sopravvive tutta sola col suo precocissimo bambino (Pierce Gagnon) in una casa immersa in un mare di spighe di grano, avendo come unica compagnia un fucile Remington caricato con pallottole di sale. C’è qualcosa di meraviglioso nella luce che brucia queste immagini, tale da premiare la scelta quasi reazionaria fatta da Johnson di girare il suo noir-fantascientifico sulla vecchia e romantica celluloide, invece che con una delle nuove e sempre più efficaci camere digitali. D’altronde, nonostante si parli di viaggi nel tempo e di telecinesi, gli effetti speciali occupano una parte marginale della narrazione, lasciando il palcoscenico all’ammirevole gusto col quale il regista mette in scena ogni situazione – c’è persino l’ammiccante close-up delle bollicine in una tazza di caffè, omaggio all’anarchico Godard.
Il principale merito di Johnson sta nell’aver costruito un continuum di grandiosa intensità, tale da non concedere mai allo spettatore il tempo di farsi troppe domande su ciò che ha appena visto; come afferma anche Willis in una scena piuttosto surreale del film, molto del fascino di Looper è infatti perso se si tenta di ricostruirne i dettagli con ragionamento analitico o con qualche complesso diagramma. Questa scelta non priva la sceneggiatura di forza o unità, ma al contrario consente all’autore di ritagliare (tra le sequenze d’azione pura) sufficiente spazio per tratteggiare i lineamenti di personaggi per nulla banali.
La storia è profondamente influenzata dai concetti di ciclicità e destino, interpretati però secondo il dettame tipicamente americano per cui c’è sempre la possibilità per un uomo di determinare il proprio futuro e, in particolar modo nel cinema, di influenzare con un atto eroico quello dell’intera umanità. Così nel finale, dopo l’inevitabile resa dei conti (nella quale si potrà ammirare per l’ennesima volta lo sguardo “da vendetta” che Willis concesse per la prima volta armato di katana) Johnson mette a segno la sua ultima stoccata, legando con una riuscitissima dissolvenza passato, presente e futuro. In quei pochi istanti, e nel silenzio che segue, c’è tutta la magia del cinema.
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a cura di Emanuele P. (del 22/01/2013 @ 14:49:51, in Al Cinema, linkato 1544 volte)

I choose to drink.
Flight
(Flight)
Robert Zemeckis, 2012 (USA), 138’
uscita italiana: 24 gennaio 2013
voto su C.C.
Un comunissimo volo Orlando-Atlanta precipita a causa di un danno meccanico, provocando la morte di sei persone tra equipaggio e passeggeri; solo una geniale e coraggiosa manovra del capitano “Whip” Whitaker (Denzel Washington) evita che la tragedia possa trasformarsi in disastro epocale. Si tratta della storia perfetta di un eroe americano, penserete voi. Ma c’è un piccolo dettaglio da considerare nel quadro generale: Whip è un alcolista convinto e la mattina dell’incidente era, come spesso gli capita, sotto l’effetto di droga ed alcool. Le indagini delle autorità sono destinate a scoprirlo, malgrado gli sforzi di un abile azzeccagarbugli (un ottimo Don Cheadle) .
A prima vista, il nuovo film di Robert Zemeckis potrebbe sembrare un film d’azione incompiuto. Proprio quando tutti i dettagli sembrano apparecchiati (il misterioso guasto, la presunta congiura, l’eroico salvataggio) la storia prende però una deriva sorprendentemente diversa, diventando intensissimo dramma messo in scena con una cura per la suspense che molti thriller degli ultimi tempi dovrebbero invidiare.
Due scene colpiscono più delle altre e mettono in luce la magistrale abilità di Zemeckis, apparso poche volte così efficace: una trasformerà in incubo tutti i vostri futuri viaggi in aereo, l’altra è destinata a far sobbalzare chiunque la stia guardando. La sequenza dello schianto è tanto originale quanto riuscita, uno studiato crescendo che raggiunge il climax qualche istante prima dell’effettivo impatto con il suolo, quando uno spaventoso e iperrealistico silenzio s’impadronisce del palcoscenico. Lo spettatore verrà precipitato (è il caso di dirlo) in un simile stato d’angoscia circa un’ora dopo, quando si troverà in compagnia dell’ombra di Whip di fronte al primissimo piano di una bottiglietta di vodka: situazione apparentemente innocua che catalizza però attenzione e pathos grazie al contesto, abilmente allestito dallo sceneggiatore John Gatins, e alla brillante intuizione di Zemeckis che affronta l’intera sequenza come si trattasse della più classica tra le scene “madre” del vostro thriller preferito, con tanto di porte cigolanti, tenebre infide ed una rassicurante guardia del corpo in bella vista, tanto per prendere ancora di più alla sprovvista l’ignaro spettatore.
Flight è un film potente, sull’abisso della dipendenza ma anche sulla speranza che la redenzione sia in qualche misura sempre possibile, nonostante la strada per raggiungerla appaia lastricata di tentazioni. Questo è il percorso sul quale vediamo zoppicare Whip (alcolista “per scelta”, come afferma con tutta la presunzione che lo ha reso un formidabile pilota) ma anche camminare a piccoli passi Nicole (Kelly Reilly) tossicodipendente in rehab. Per entrambi il momento dello schianto è in qualche modo significativo, perché rappresenta l’inizio del viaggio verso la salvezza: mentre per la ragazza una overdose suonerà come finale campanello d’allarme, il capitano riuscirà ad aprire gli occhi solo affrontando le conseguenze delle sue continue menzogne sulla memoria della donna che amava (Nadine Velazquez). Contribuiscono alla riuscita del film proprio le validissime interpretazioni di questa inedita coppia; in particolare Washington, con il suo fascino rassicurante ed un’anima oscura sempre minacciosamente pronta ad apparire, regala una prestazione monumentale, che non gli varrà i giusti riconoscimenti solo perché in lizza con il prevedibile “asso pigliatutto” Daniel Day-Lewis (Lincoln). Ma si sa, le statuette contano poco.
Uscendo dalla sala resteranno delusi solo quelli giunti in cerca di qualche esplosione o di un machiavellico complotto; per tutti gli altri l’unica preoccupazione sarà osservare, con circospezione, il pilota del prossimo volo sul quale saliranno.   
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a cura di Emanuele P. (del 16/01/2013 @ 15:09:05, in Al Cinema, linkato 2014 volte)

Django Unchained
(Django Unchained)
Quentin Tarantino, 2012 (USA), 165’
uscita italiana: 17 gennaio 2013
voto su C.C.
Il dottor King Schultz (Christoph Waltz), cacciatore di taglie, libera lo schiavo Django (Jamie Foxx) perché unico a conoscere l’aspetto di tre dei suoi preziosi obbiettivi. Presto però questa collaborazione si trasforma in qualcosa di molto simile ad una amicizia, e così il teutonico bounty hunter ha modo di scoprire la straziante storia di Broomhilda (Kerry Washington), amata moglie dalla quale Django era stato brutalmente separato in seguito ad un tentativo di fuga dalla loro piantagione.  
È l’inizio di un’odissea, nel tentativo di strappare la donna dalle grinfie dello schiavista Calvin Candie (Leonardo DiCaprio).
Nell’idea di intrattenimento con la quale Quentin Tarantino si confronta da sempre, hanno un ruolo fondamentale non solo i classici della cultura western americana (da Ford a Peckinpah) e i loro diretti “consanguinei” nipponici (come i samurai di Kurosawa) ma anche tutti quei film, spesso definiti B-movie, che hanno radici meno nobili pur conservando una dignità cinematografica altissima. Sono un esempio le produzioni made in Hong Kong dello Shaw Brothers Studio dalle quali il regista americano ha attinto a piene mani per il “gargantuesco” (citazione per amatori) Kill Bill o i poliziotteschi italiani che riecheggiano nel più recente Death Proof; con Django Unchained Tarantino ha modo di omaggiare il mondo degli spaghetti western, da cui come sempre “ruba” l’atmosfera (il cameo di Franco Nero, già interprete del “nostro” Django, le melodie di Morricone tratte da I Crudeli di Corbucci) pur mantenendo intatta una cifra stilistica divenuta da decenni vero e proprio marchio di fabbrica.
Il regista di Reservoir Dogs ha ormai raggiunto un livello di consapevolezza e conoscenza del medium tale da trascendere i consueti confini del cinema, dando vita a vere e proprie opere d'arte pop. La bellezza di alcune sequenze (il fiore di cotone intriso di sangue, la stereotipata danza con la quale la servitù apparecchia la tavola per i “padroni”) va ben oltre la loro effettiva importanza narrativa: il linguaggio cinematografico diventa semplicemente un mezzo per suscitare emozioni in chi guarda. È per questo che le tre ore di Django Unchained trascorrono avvolte da un’aura di epica sospensione, mentre la storia cambia forma muovendosi con agilità tra stili e generi diversi – chi altri se non Tarantino avrebbe potuto immaginare l’hip hop nella soundtrack di un “western”; l’avventura dei due protagonisti deve essere lunghissima e contrastata, perché solo in questo modo può rendere giusto merito all’eroismo dei suoi interpreti. Al pari del solito Christoph Waltz (una garanzia), Leonardo DiCaprio si rivela eccezionale caratterista, nel ruolo di un eccentrico proprietario terriero la cui crudeltà è forse giustificata dall’ambiente nel quale è stato cresciuto. Jamie Foxx completa il trittico di protagonisti maschili ed, idealmente, conclude il suo percorso da maschio alpha afroamericano che aveva iniziato col ruolo in Any Given Sunday (Oliver Stone, 1999) regalando una prestazione convincente (e divertita). Nel cast c’è spazio anche per uno storico sodale di Tarantino (Samuel L. Jackson) che interpreta l'unico personaggio della storia imperdonabilmente negativo: l’attempato maggiordomo del monsieur Candie, divenuto negriero quasi più sadico del padrone.
Pur indulgendo, nel finale, in un crescendo di violenza molto pulp (pure troppo) Tarantino reinventa ancora una volta il suo Cinema, adattandolo ad una nuova ambientazione e a nuove dinamiche senza rinunciare ad un tocco inconfondibile. Che colpisce ogni volta come fosse la prima.
Arte.
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a cura di Emanuele P. (del 16/01/2013 @ 14:06:37, in Amarcord, linkato 912 volte)

Casinò
(Casinò)
Martin Scorsese, 1995 (USA), 182'

Si intitolava Casinò: Love and Honor in Las Vegas, il romanzo di Nicholas Pileggi da cui Martin Scorsese derivò il plot per il suo capolavoro del 1995. Un film che consegnò a Sharon Stone una candidatura all’Oscar come migliore attrice, una nomination per la regia ai Golden Globe a Scorsese, e la vittoria di un Nastro d’Argento a Daniele Ferretti, per la scenografia. Casinò, a sentire Thelma Schoonmaker, co-autrice e montatrice della pellicola, si definì in corso d’opera e quasi naturalmente condusse gli autori a concentrarsi sul tema della corruzione, portando il film ad essere quello che la critica, insieme a Mean Street (1973) e a Quei bravi ragazzi (1990), considera l’ultimo capitolo della trilogia di mafia del regista.
 
Di onore e amore, per tornare a Pileggi, nel film in realtà neanche l’ombra, a dominare sono l’egoismo e l’arrivismo dei tre personaggi principali, congiunti da forti legami d’affetto ed amicizia che non reggeranno, tuttavia, all’avidità e ai sogni di successo di ciascuno. È questo il mondo di Sam Rothstein detto Asso (Robert De Niro), Ginger McKenna (Sharon Stone) e Nichy Santoro (Joe Pesci). A servire da sfondo alle tre storie è il nuovo casinò aperto dalla famiglia mafiosa Gaggi, struttura che Asso ha il compito di dirigere, coadiuvato dall’amico Nichy, e dalla moglie Ginger, donna arrivista e calcolatrice. Una situazione di partenza positiva per i tre, che in conclusione falliranno su tutti i fronti, portando nel baratro gli stessi Gaggi.
 
Il film di Scorsese, a quasi venti anni dalla sua uscita, continua ad essere attuale, soprattutto per il grande successo riscosso nell’ultimo periodo dal gioco d’azzardo, con la conseguente apertura di grandi casinò in tutto il mondo. L’immaginario mafioso descritto dal regista, in parte reale, manifesta quelle perplessità generalmente suscitate dall’inaugurazione di un nuovo casinò.
 
Benché, per fare un esempio, quello di Deuville rappresenti un caso virtuoso in questo senso, continui controlli a tappeto ne evitano le infiltrazioni mafiose, pare che i marsigliesi non abbiano accolto con grande entusiasmo la notizia che Marsiglia sarà trasformata nella nuova Montecarlo. Un piano faraonico di investimenti, quasi 50 milioni di euro, e una progettualità da fare impallidire le proposte avanzate nel nostro paese, quella di San Pellegrino Terme, confezionata l’anno precedente da tre leghisti, ed ora quella del Comune di Taormina, che è in pressing per un casinò. Certo l’esempio della Francia potrebbe essere seguito, poiché virtuoso, ma tenendo in considerazione le criticità del territorio siciliano, e soprattutto che i quattro casino terresti presenti sul nostro territorio non godono in realtà di buona salute. Certo l’esempio della Francia potrebbe essere seguito, poiché virtuoso, ma tenendo in considerazione le criticità del territorio siciliano, e soprattutto che i quattro casino terresti presenti sul nostro territorio non godono in realtà di buona salute.
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a cura di Emanuele P. (del 15/01/2013 @ 14:09:01, in Re per una notte, linkato 1020 volte)

La HFPA, al contrario di quanto ha avuto modo di far notare la eccezionale Amy Poehler (Parks and Recreation), non è una malattia sessualmente trasmissibile ma la famigerata Hollywood Foreign Press Association, che ogni anno offre come antipasto agli Oscar i suoi Golden Globe Awards ai "migliori" interpreti e alle "migliori" produzioni di cinema e TV.
Per quanto riguarda il grande schermo dominano Argo e Les Miserables, con un attonito Tarantino che prima incassa l'inatteso premio come sceneggiatore per Django Unchained, quindi sputa dello champagne dopo essere stato beccato a bere durante la lettura delle nomination per la miglior regia.
I mattatori della sezione TV sono invece il discusso Homeland (che fa l'ein plein), Girls di Lena Durham e l'ottimo film per la tv Game Change, sull'ascesa e la caduta di Sarah Palin.

Ecco l'elenco completo dei vincitori, categoria per categoria:

BEST MOTION PICTURE – DRAMA
ARGO

BEST MOTION PICTURE – COMEDY OR MUSICAL
LES MISERABLES

BEST DIRECTOR – MOTION PICTURE
Ben Affleck - ARGO

BEST SCREENPLAY – MOTION PICTURE
Quentin Tarantino - DJANGO UNCHAINED

BEST PERFORMANCE BY AN ACTRESS IN A MOTION PICTURE – DRAMA
Jessica Chastain - ZERO DARK THIRTY

BEST PERFORMANCE BY AN ACTOR IN A MOTION PICTURE – DRAMA
Daniel Day-Lewis - LINCOLN

BEST PERFORMANCE BY AN ACTRESS IN A MOTION PICTURE – COMEDY OR MUSICAL
Jennifer Lawrence - SILVER LININGS PLAYBOOK

BEST PERFORMANCE BY AN ACTOR IN A MOTION PICTURE – COMEDY OR MUSICAL
Hugh Jackman - LES MISERABLES

BEST PERFORMANCE BY AN ACTRESS IN A SUPPORTING ROLE IN A MOTION PICTURE
Anne Hathaway - LES MISERABLES

BEST PERFORMANCE BY AN ACTOR IN A SUPPORTING ROLE IN A MOTION PICTURE
Christoph Waltz - DJANGO UNCHAINED

BEST ANIMATED FEATURE FILM
BRAVE

BEST FOREIGN LANGUAGE FILM
AMOUR (AUSTRIA)

BEST ORIGINAL SCORE – MOTION PICTURE
Mychael Danna - LIFE OF PI

BEST ORIGINAL SONG – MOTION PICTURE
“SKYFALL” - SKYFALL
Music by: Adele, Paul EpworthLyrics by: Adele, Paul Epworth

BEST TELEVISION SERIES – DRAMA
HOMELAND - Showtime

BEST PERFORMANCE BY AN ACTRESS IN A TELEVISION SERIES – DRAMA
Claire Danes - HOMELAND

BEST PERFORMANCE BY AN ACTOR IN A TELEVISION SERIES – DRAMA
Damian Lewis - HOMELAND

BEST TELEVISION SERIES – COMEDY OR MUSICAL
GIRLS - HBO

BEST PERFORMANCE BY AN ACTRESS IN A TELEVISION SERIES – COMEDY OR MUSICAL
Lena Dunham - GIRLS

BEST PERFORMANCE BY AN ACTOR IN A TELEVISION SERIES – COMEDY OR MUSICAL
Don Cheadle - HOUSE OF LIES

BEST MINI-SERIES OR MOTION PICTURE MADE FOR TELEVISION
GAME CHANGE - HBO

BEST PERFORMANCE BY AN ACTRESS IN A MINI-SERIES OR MOTION PICTURE MADE FOR TELEVISION
Julianne Moore - GAME CHANGE

BEST PERFORMANCE BY AN ACTOR IN A MINI-SERIES OR MOTION PICTURE MADE FOR TELEVISION
Kevin Costner - HATFIELDS & MCCOYS

BEST PERFORMANCE BY AN ACTRESS IN A SUPPORTING ROLE IN A SERIES, MINI-SERIES OR MOTION PICTURE MADE FOR TELEVISION
Maggie Smith - DOWNTON ABBEY: SEASON 2

BEST PERFORMANCE BY AN ACTOR IN A SUPPORTING ROLE IN A SERIES, MINI-SERIES OR MOTION PICTURE MADE FOR TELEVISION
Ed Harris - GAME CHANGE

CECIL B. DEMILLE AWARD
Jodie Foster

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a cura di Emanuele P. (del 10/01/2013 @ 15:26:54, in Re per una notte, linkato 1148 volte)

Uno scintillante Seth MacFarlane nonostante l'orario improvvido (l'alba losangelina) ha presentato oggi con Emma Stone le indecorose candidature per la corsa agli Oscar. Tarantino e Wes Anderson snobbati (scandalosa un'unica preferenza per Moonrise Kingdom), tra gli outsider in grande evidenza Beasts of the Southern Wild di Benh Zeitlin (4 nominations tra cui regia, sceneggiatura e miglior film), Amour di Haneke (5 nominations, le principali) e Life of Pi di Ang Lee (ben 11 nominations). Gli altri a cannibalizzare l'evento del 24 febbraio saranno Lincoln (12 nominations), Argo (7), Les Miserables (7), Silver Linings Playbook (7), Django Unchained (5), Skyfall (5),  Zero Dark Thirty (5), The Hobbit (3), The Master (3), Flight (2).

Ecco l'elenco completo:

Best Picture:
Amour
Argo
Beasts of the Southern Wild
Django Unchained
Les Misérables
Life of Pi
Lincoln
Silver Linings Playbook
Zero Da rk Thirty

Directing:
Michael Haneke (Amour)
Benh Zeitlin (Beasts of the Southern Wild)
Ang Lee (Life of Pi)
Steven Spielberg (Lincoln)
David O. Russell (Silver Linings Playbook)

Writing (Original Screenplay):
Amour Written by Michael Haneke
Django Unchained Written by Quentin Tarantino
Flight Written by John Gatins
Moonrise Kingdom Written by Wes Anderson & Roman Coppola
Zero Da rk Thirty Written by Mark Boal

Writing (Adapted Screenplay):
Argo Screenplay by Chris Terrio
Beasts of the Southern Wild Screenplay by Lucy Alibar & Benh Zeitlin
Life of Pi Screenplay by David Magee
Lincoln Screenplay by Tony Kushner
Silver Linings Playbook Screenplay by David O. Russell

Actor in a Leading Role:
Bradley Cooper in Silver Linings Pla ybook
Daniel Day-Lewis in Lincoln
Hugh Jackman in Les Misérables
Joaquin Phoenix in The Master
Denzel Washington in Flight

Actress in a Leading Role:
Jessica Chastain in Zero Dark Thirty
Jennifer Lawrence in Silver Linings Pla ybook
Emmanuelle Riva in Amour
Quvenzhané Wallis in Beasts of the Southern Wild
Naomi Watts in The Impossible

Actor in a Supporting Role:
Alan Arkin in Argo
Robert De Niro in Silver Linings Pla ybook
Philip Seymour Hoffman in The Master
Tommy Lee Jones in Lincoln
Christoph Waltz in Django Unchained

Actress in a Supporting Role:
Amy Adams in The Master
Sally Field in Lincoln
Anne Hathaway in Les Misérables
Helen Hunt in The Sessions
Jacki Weaver in Silver Linings Pla ybook 

Animated Feature Film:
Brave
Frankenweenie
ParaNorman
The Pirates! Band of Misfits
Wreck-It Ralph

Cinematography:
Anna Karenina - Seamus McGarvey
Django Unchained - Robert Richardson
Life of Pi - Claudio Miranda
Lincoln - Janusz Kaminski
Skyfall - Roger Deakins

Costume Design:
Anna Karenina - Jacqueline Durran
Les Misérables - Paco Delgado
Lincoln - Joanna Johnston
Mirror Mirror - Eiko Ishioka
Snow White and the Huntsman - Colleen Atwood

Documentary Feature:
5 Broken Cameras
The Gatekeepers
How to Survive a Plague
The Invisible War
Searching for Sugar Man

Documentary Short Subject:
Inocente
Kings Point
Mondays at Racine
Open Heart
Redemption

Film editing:
Argo - William Goldenberg
Life of Pi - Tim Squyres
Lincoln - Michael Kahn
Silver Linings Playbook - Jay Cassidy and Crispin Struthers
Zero Da rk Thirty - Dylan Tichenor and William Goldenberg

Foreign Language Film
Amour - Austria
Kon-Tiki - Norway
No - Chile
A Royal Affair - Denmark
War Witch - Canada

Makeup and hairstyling
Hitchcock - Howard Berger, Peter Montagna and Martin Samuel
The Hobbit: An Unexpected Journey - Peter Swords King, Rick Findlater and Tami Lane
Les Misérables - Lisa Westcott and Julie Dartnell

Music (Original Score)
Anna Karenina - Dario Marianelli
Argo - Alexandre Desplat
Life of Pi - Mychael Danna
Lincoln - John Williams
Skyfall - Thomas Newman

Music (Original Song)
Before My Time - Chasing Ice
Music and Lyric by J. Ralph
Everybody Needs A Best Friend - Ted
Music by Walter Murphy
Lyric by Seth MacFarlane
Pi’s Lullaby - Life of Pi
Music by Mychael Danna
Lyric by Bombay Jayashri
Skyfall - Skyfall
Music and Lyric by Adele Adkins and Paul Epworth
Suddenly - Les Misérables
Music by Claude-Michel Schönberg
Lyric by Herbert Kretzmer and Alain Boublil

Production Design:
Anna Karenina
Production Design: Sarah Greenwood
Set Decoration: Katie Spencer
The Hobbit: An Unexpected Journey
Production Design: Dan Hennah
Set Decoration: Ra Vincent and Simon Bright
Les Misérables
Production Design: Eve Stewart
Set Decoration: Anna Lynch-Robinson
Life of Pi
Production Design: David Gropman
Set Decoration: Anna Pinnock
Lincoln
Production Design: Rick Carter
Set Decoration: Jim Erickson

Short Film (Animated):
Adam and Dog - Minkyu Lee
Fresh Guacamole - PES
Head over Heels - Timothy Reckart and Fodhla Cronin O’Reilly
Maggie Simpson in “The Longest Daycare” - David Silverman
Paperman - John Kahrs

Short Film (Live Action):
Asad - Bryan Buckley and Mino Jarjoura
Buzkashi Boys - Sam French and Ariel Nasr
Curfew - Shawn Christensen
Death of a Shadow (Dood vaneen Schaduw) - Tom Van Avermaet and Ellen De Waele
Henry - Yan England

Sound Editing:
Argo - Erik Aadahl and Ethan Van der Ryn
Django Unchained - Wylie Stateman
Life of Pi - Eugene Gearty and Philip Stockton
Skyfall - Per Hallberg and Karen Baker Landers
Zero Dark Thirty - Paul N.J. Ottosson

Sound mixing:
Argo - John Reitz, Gregg Rudloff and Jose Antonio Garcia
Les Misérables - Andy Nelson, Mark Paterson and Simon Hayes
Life of Pi - Ron Bartlett, D.M. Hemphill and Drew Kunin
Lincoln - Andy Nelson, Gary Rydstrom and Ronald Judkins
Skyfall - Scott Millan, Greg P. Russell and Stuart Wilson

Visual effects:
The Hobbit: An Unexpected Journey - Joe Letteri, Eric Saindon, David Clayton and R. Christopher White
Life of Pi - Bill Westenhofer, Guillaume Rocheron, Erik-Jan De Boer and Donald R. Elliott
Marvel’s The Avengers - Janek Sirrs, Jeff White, Guy Williams and Dan Sudick
Prometheus - Richard Stammers, Trevor Wood, Charley Henley and Martin Hill
Snow White and the Huntsman - Cedric Nicolas-Troyan, Philip Brennan, Neil Corbould and Michael Dawson


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a cura di Emanuele P. (del 07/01/2013 @ 14:21:04, in Al Cinema, linkato 1402 volte)

Lo Hobbit – Un viaggio inaspettato
(The Hobbit – An Unexpected Journey)
Peter Jackson, 2012 (USA, Nuova Zelanda), 164’
uscita italiana: 13 dicembre 2012
voto su C.C.

Prologo letterario della celeberrima trilogia di Tolkien, Lo Hobbit narra delle avventure di Bilbo Baggins (Martin Freeman) e di come sia venuto in possesso del famigerato anello. Il primo dei tre episodi racconta del suo viaggio con una compagnia di nani che intende rivendicare il possesso del proprio regno, e per raggiungerlo si imbatte nella consueta dose di orchi e malefici.
La compagnia (mai termine fu più appropriato) neozelandese che fa capo al barbuto Peter Jackson ha condizionato sensibilmente il modo in cui sono stati concepiti un’intera generazione di nuovi film. Insieme a Matrix, la “trilogia dell’Anello” mostrò che il mondo degli effetti speciali al cinema aveva solo svelato una piccola parte del suo potenziale e che con le più avanzate e fantasiose tecnologie sarebbe stato possibile inventarsi qualsiasi cosa, rendendola incredibilmente fotorealistica. Orde di orchi, troll, nani, elfi e chissà cos’altro si combattevano in scene di battaglia tra le più coinvolgenti degli ultimi decenni, senza che neanche per un istante apparissero ridicoli artefatti: un intero mondo di fantasia poteva vedere la luce, dando l’impressione di essere tanto reale quanto quello su cui tutti noi ci muoviamo.
Si trattò di una piccola ma tutt’altro che insignificante rivoluzione per il cinema che si affacciava al nuovo millennio, ed è giusto tributare a Jackson e al suo Weta Workshop tutti gli onori del caso. Proprio per questo la visione del primo capitolo di questa nuova trilogia, incentrata sulla figura di un altro impavido hobbit (Bilbo), delude tutti coloro che non sono radicali fan della saga. Jackson sembra essere rimasto fermo nel medesimo universo mentre il paesaggio intorno a lui è mutato: non bastano più lo stupore per qualche modello ben ricostruito o il solito continuum di imprevisti superati con affanno a coinvolgere uno spettatore ormai smaliziato. Il pattern diventa sin troppo prevedibile, ripetendosi in modo inesorabile: gli eroi sono sottoposti ad una prova insuperabile e, quando sul punto di soccombere, un deus ex machina provvede a salvarli (c’è sempre una luce mistica che sottolinea questi momenti); per quanto i combattimenti e i vari momenti d’azione si rivelino spesso impeccabili e sempre godibili, il fattore “sorpresa” ed ogni genere di suspense sono ormai scomparsi. Contribuisce inoltre a privare di ritmo la narrazione tutta la prima parte della storia, incomprensibilmente stagnante nel suo voler soffermarsi sull’infinito banchetto che i nani tengono insieme a Gandalf (Ian McKellen) in casa dell’esterrefatto Bilbo – a pensar male sembrerebbe quasi un maldestro tentativo di “allungare il brodo” sin dai primissimi minuti, pur di trasformare il romanzo di Tolkien in un altro tris di film da oltre due ore ciascuno pronti a sbancare il botteghino.
Seguendo questa strada, i successivi capitoli non promettono nulla di buono, anche se gli appassionati sapranno sicuramente trovare i consueti motivi per adorarli.
Deludente.
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a cura di Emanuele P. (del 04/01/2013 @ 21:03:17, in Anteprime, linkato 2260 volte)

Cloud Atlas
(Cloud Atlas)
Tom Tykwer, Andy e Lana Wachowsky, 2012 (USA, Germania, Singapore, Hong Kong), 172’
uscita italiana: 10 gennaio 2013
voto su C.C.

Our lives are not our own.
From womb to tomb,
we are bound to others.
Past and present.
And by each crime
and every kindness
rebirth our future.
Sonmi-451, Nuova Seoul, 2144

1849, Oceano Pacifico. L’avvocato Adam Ewing (Jim Sturgess) lotta contro una malattia esotica a bordo di un veliero in viaggio verso le Americhe. Autua (David Gyasi), schiavo che viaggia da clandestino, lo salverà dalle grinfie di un avido medico (Tom Hanks).
1936, Cambridge ed Edimburgo.  Robert Frobischer (Ben Whishaw) tenta di comporre il suo capolavoro, lavorando come amanuense per un genio della musica caduto in disgrazia (Jim Broadbent). La sua complessa vita privata sarà d’intralcio.
1973, San Francisco. Luisa Rey (Halle Berry) ha di fronte lo scoop della vita. Lo insegue, a costo della sua incolumità.
2012, Londra. Timothy Cavendish (Broadbent), editore dalla discutibile fama, viene rinchiuso dal fratello (Hugh Grant) in un ospizio. La sua fuga diverrà memorabile.
2144, Nuova Seoul. In un mondo nel quale il libero arbitrio non esiste più, Sonmi-451 (Doona Bae) è scelta come guida e simbolo di una rivoluzione. Pronta al sacrificio per la causa, impianterà il seme del dubbio in un impassibile burocrate del tempo, l’Archivista (James D’Arcy).
106 inverni dopo La Caduta. Zachry (Hanks), novello uomo delle caverne, è tormentato dagli errori-orrori del suo passato, che si manifestano con le sembianze del mefistofelico Old Georgie (Hugo Weaving). Avrà modo di redimersi.
Chi pensa che Cloud Atlas sia un film dal “concept” innovativo dovrebbe tornare indietro agli albori del cinema ed in particolare ad un kolossal girato quasi un secolo fa. Era infatti il 1916, in piena Silent Era, quando D.W. Griffith spopolava ad Hollywood con il suo Intolerance: Love’s struggle throughout the Ages, una pellicola di tre ore e mezzo nella quale si intercalavano quattro storie da quattro epoche diverse unite da un comun denominatore, l’intolleranza. Il messaggio era chiaro: dove e quando non contano, perché gli uomini sono destinati a comportarsi sempre nel medesimo modo, commettendo gli stessi errori. È trascorso un secolo (dal punto di vista tecnologico un millennio) ma gli autori di Cloud Atlas sembrano essere dello stesso avviso. I “Watchowskis” (Andy e Lana, fu Larry, Wachowsky) già profeti del Matrix conducono insieme a Tom Tykwer (Lola Corre) una imponente macchina da guerra, oliata dal budget record (per un film indipendente) di cento milioni di dollari. La loro collaborazione nell'adattamento del racconto-cult di David Mitchell è fondata su una divisione del lavoro ben precisa: mentre a Tykwer vengono lasciati i segmenti di ambientazione Novecentesca e quello del presente, ai Wachowsky è affidato l’Ottocento e, soprattutto, il super-futuro.
La separazione in due team, totalmente indipendenti l’uno dall’altro, ha così consentito di dar vita a sei mini-film ognuno dei quali caratterizzato da una ben determinata cifra stilistica ed in grado di esaltare il gusto dei singoli autori – Tykwer dà il suo meglio nell’episodio del 1936, unico dell’intera pellicola ad apparire capace di “vita propria”, i Wachowsky sono a loro agio nell’ambientazione orwelliana della Nuova Seoul, dove possono declinare una storia di eroismo e ribellione che ha radici comuni col progenitore Matrix. L’eroico addetto al montaggio Alexander Berner ed un valido trio di compositori (Reinhold Heil, Johnny Klimek oltre allo stesso Tykwer) intervengono per scongiurare che questa forzata frammentazione divenga un intralcio alla fluidità narrativa del film, perché in grado di legare magicamente con immagini e musica sequenze che spesso lasciano solo pochi secondi per ambientarsi in un nuovo scenario, prima che questo muti nuovamente.
Ciò che non convince è il continuo, ridondante, tentativo di indicare allo spettatore una precisa chiave di lettura per la storia: al contrario di quanto si potrebbe immaginare di fronte ad un’opera di tale portata, si rivelano infatti ben poche le libertà concesse alla curiosità di chi guarda. Il messaggio che l'umanità è parte di un ciclo infinito, nel quale tutti sono connessi e le azioni di ciascuno (positive o negative che siano) hanno conseguenze sugli altri, viene ribadito e trova conferme costantemente. Allo spettatore restano da mettere insieme solo dettagli marginali che sicuramente interesseranno una nutrita tribù di aficionados, come la ricerca del sottile filo che lega ogni storia alla precedente o lo sforzo per riconoscere il vostro attore-feticcio in una girandola di interpretazioni, nella quale tredici stakanovisti sono impiegati in sessantuno (!) ruoli diversi. Durante buona parte del tempo vi sorprenderete a tentare di riconoscere un volto già conosciuto, ma celato sotto una quantità di trucco in grado di modificarne persino etnia o genere. Il lavoro dei make-up artist deve essere stato estenuante, e sebbene ripagato con qualche vera a propria opera d’arte (Hugh Grant e la tribù dei Kona nel futuro post-apocalittico) spesso risulta motivo di distrazione e disturbo più che d’interesse.
Volendoci imbarcare in cervellotiche dissertazioni potremmo notare come alcuni attori, ed i loro personaggi, rappresentino in qualche modo degli archetipi comuni ad ogni piano narrativo (Grant e Weaving perennemente intrappolati nel ruolo dell’antagonista, Sturgess e D’Arcy ai loro antipodi, eroi disposti al sacrificio) o ancora, soffermarci sull’accentuato simbolismo di alcune scene (l’avido Hanks dell’Ottocento, prima d’essere colpito a morte con la cassetta piena d’oro che tanto bramava, ruba una pietra preziosa che il pavido Hanks neanderthaliano indossa come ciondolo; nell’epilogo è proprio la rottura di questa collana, e dunque la rinuncia a quell’ossessione per il “possesso” che indirettamente gli era stata tramandata, a salvargli la vita) ma si tratterebbe di dare eccessivo significato a scelte di casting definite da motivazioni probabilmente ben più pragmatiche.
Al volenteroso spettatore di Cloud Atlas possiamo assicurare che, comunque, faticherà ad annoiarsi: saltando da un genere all’altro, da un posto all’altro, da un tempo all’altro riuscirà a trovare spunti appassionanti; ciò che invece non potrà provare sarà quell’ambiguità e quel mistero che avevano caratterizzato, ad esempio, lo scaltro finale di Inception. Cloud Atlas è un film forse più onesto, e certamente ben meno complesso di quanto vorrebbe apparire, perché imprigionato in una impalcatura filosofica alla quale essere, incessantemente, fedele. Un proposito che, di questi tempi, potremmo definire persino nobile.
Conservatore in incognito.
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