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Non c'è niente di permanente in questo mondo malvagio, neanche i dispiaceri.

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a cura di Emanuele P. (del 19/10/2012 @ 15:34:56, in Cattiva Maestra Televisione, linkato 1166 volte)

Divenuto ormai da quasi un secolo una sorta di supereroe, Sherlock Holmes come tutti i mascherati protagonisti di fumetti ed avventure è stato onorato nel tempo con una esasperante dose di attenzione da parte di produttori ed entrepreneur dell’industria dell’intrattenimento. Oltre all’eterogenea filmografia, che spazia in qualità e registro (dal satirico La vita privata di Sherlock Holmes firmato Billy Wilder, passando per il discusso Soluzione al sette per cento sino alle moderna versione rock di Guy Ritchie) anche i network televisivi sono sempre stati attratti dall’idea di trasporre in immagini la prolifica produzione del baronetto Arthur Conan Doyle. È lo Sherlock Holmes interpretato da Jeremy Brett ad aver superato meglio la prova degli anni: la titanica produzione della britannica Granada Television (1984-94) riuscì infatti a coprire con ammirevole zelo buona parte Canone, con cifra stilistica impeccabile e grande attenzione per i dettagli, assurgendo ad inarrivabile paradigma.
Il fascino dell’investigatore con pipa e berretto inconfondibili non ha però mai smesso di essere alla moda, e dopo aver influenzato una serie tra le più acclamate degli ultimi anni (House, M.D.) ha spinto network televisivi provenienti da entrambi i versanti dell’oceano atlantico a sfidare nuovamente la fortuna, tentando di condurre Sherlock Holmes oltre la soglia del nuovo millennio.
Sherlock: rinnoviamo, ma con stile
Per la British Broadcasting Corporation (BBC) il nuovo Sherlock Holmes è Benedict Cumberbatch, promettente giovane dal viso senza epoca, che sembra fatto apposta per riportare in vita le gesta del celeberrimo conterraneo. Le avventure (veri e propri film da novanta minuti, andati in onda a partire dal 2010) sono ambientate nella Londra dei nostri giorni e solo lontanamente ispirate ai racconti di Conan Doyle, sebbene resti evidente l’impronta che lega ciascun episodio al suo “omologo” in termini di sviluppo e personaggi principali. Accompagnato da un ringiovanito Watson (Martin Freeman), come da tradizione Holmes dileggia il tonto ispettore di Scotland Yard, risolve enigmi avvalendosi delle sue proverbiali capacità di deduzione e fronteggia il machiavellico rivale Moriarty.
Anche in Sherlock, come in numerosi serial tv degli ultimi anni, l’aspetto stilistico ed estetico ha un ruolo prioritario, tanto da essere trattato con professionalità di certo non inferiore a quella offerta da produzioni cinematografiche. Oltre ad un casting senz’altro indovinato, appare evidente il tentativo di offrire qualcosa di originale anche dal punto di vista dell’approccio visivo alle avventure dell’eroe di Baker Street. A questo proposito è da menzionare il curioso espediente che tenta di rendere più “immediati” i ragionamenti del geniale investigatore, mettendo in evidenza le mille variabili che in ogni momento egli prende in esame: così sul luogo del crimine possiamo veder risaltare numeri, parole e particolari, tutti gli indizi processati durante ogni secondo da quella mente fuori dal comune. Come per Watson, indispensabile compagno pieno di buon senso, anche per noi l’enorme mole di informazioni ottenuta in questo modo non ha alcun senso, sin quando non sarà proprio Holmes a chiarirla in qualche modo. Nella sceneggiatura di ogni episodio è evidente lo sforzo creativo degli autori Steven Moffat e Mark Gatiss, che si dimostrano guidati dalla giusta dose di rispetto per l’originale ma anche da un apprezzabile imperativo, che li spinge a rendere sufficientemente originale e credibili situazioni e location – a sostenere la tesi sull’accuratezza del loro lavoro c’è anche la scarsa mole di episodi prodotti, con due serie da tre “film” ciascuna già andate in onda ed una terza prevista per il 2013.
Sherlock riesce ad essere all’altezza delle aspettative, ed anzi stupisce piacevolmente. Non a caso pubblico e critica, per una volta in accordo, ne hanno decretato un inatteso e globale successo.

Elementary: “that’s why the world hates us”
La classica citazione del decano David Letterman rende piuttosto bene l’idea di quale sia il problema riguardo Elementary, in onda da questo autunno sugli schermi americani. Per cavalcare l’onda del successo ottenuto dal serial Sherlock, alla CBS hanno deciso di mettere in scena qualcosa di simile, affidando a Rob Doherty l’ingrato compito di ideare un soggetto per riciclare, ancora una volta, le opere di Conan Doyle. L’idea, stiracchiata, è quella di puntare su una rivoluzione copernicana che preveda oltre ad una nuova ambientazione (newyorkese) anche un Holmes figlio di papà e tossicodipendente in rehab (John Lee Miller) e persino un “Watson” donna (Lucy Liu), ex chirurgo in versione baby sitter.
Qualora agli aficionados non fosse ancora caduta dalle mani la tazzina di thè fumante, un’altra peculiarità di Elementary riuscirà a portare a termine il lavoro: gli episodi infatti non hanno alcun collegamento con le vicende letterarie e sembrano anzi una scialba versione di uno qualsiasi dei vostri serial polizieschi preferiti. Eccoci quindi di fronte ad un banale show con intreccio whodunit che usa come protagonisti dei personaggi che hanno gli stessi nomi di quelli degli scritti di Conan Doyle, ma nulla di più.
Non basta il carisma di Lee Miller, già apprezzato in Eli Stone, a sostenere un’impalcatura a dir poco traballante, che fatica a reggere la lunghezza di un episodio (quarantatré minuti) e finisce solo col palesare l’esasperante qualunquismo culturale alla base dell’intero progetto, già a partire da quel titolo (Elementary) che scimmiotta la famigerata frase mai pronunciata da Holmes – e resa motto solo da una delle prime trasposizioni cinematografiche.
Al contrario del “cugino” britannico, l’Holmes a stelle e strisce difficilmente riuscirà a superare la tagliola spietata dei Nielsen ratings. Per una volta, si tratterà di una buona notizia.
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a cura di Emanuele P. (del 14/10/2012 @ 14:46:24, in Anteprime, linkato 5644 volte)

 

Moonrise Kingdom - Una fuga d'amore
(Moonrise Kingdom)
Wes Anderson, 2012 (USA), 94’
uscita italiana: 6 dicembre 2012
voto su C.C.

1965. La piccola comunità di New Penzance è in fibrillazione dopo la scomparsa di due ragazzi del posto, lo scout khaki Sam (Jared Gilman) e la problematica Suzy (Kara Hayward), entrambi in fuga da situazioni infelici. Il capo scout Ward (Edward Norton) e il poliziotto locale Sharp (Bruce Willis) coordinano le ricerche, con lo spettro dell’algida signora Servizi Sociali (Tilda Swinson) ad aleggiare su di loro.
Scopriranno le tracce di una storia d’amore.

Pensando al futuro della celluloide, probabilmente Wes Anderson è sempre stato convinto che una terza dimensione non fosse da ricercare in futuristiche tecnologie ed occhialini fastidiosi, bensì in un territorio mai abbastanza esplorato: la fantasia e l’animo di chi guarda. Il Cinema dell’artista americano è infatti così diverso da quello di tutti i suoi colleghi perché ha smesso di rinnegare quella dimensione “artigianale” azzerata nella maggior parte dei casi dalla computeristica. Nei suoi film il lavoro di scenografi, carpentieri e designer diventa fulcro attorno al quale l’intero senso della vicenda si sviluppa: basti pensare alla straordinaria nave de Le Avventure acquatiche di Steve Zissou o al Darjeeling Limited dell’omonima pellicola per comprendere l’importanza di ogni piccola stravaganza presente in questi palcoscenici dotati di una magica vita propria. In Moonrise Kingdom Anderson compie un ulteriore passo avanti, ideando un intero arcipelago di isole dalla infantile toponomastica; fatte salve le due articolatissime costruzioni che caratterizzano la storia (il campo scout e la casa dei Bishop) la maggior parte della narrazione si svolge en plein air, tra ruscelli, dirupi e scorci meravigliosamente incontaminati. Questo contesto è indispensabile per comprendere la simbolica avventura dei due piccoli protagonisti, giovani adolescenti che trovano l’uno nelle debolezze dell’altro la forza per affrontare una vita che sembra ad entrambi così difficile – Sam, orfano, invidia la famiglia disfunzionale che Suzy non è in grado di apprezzare. Li accompagna la voce di Leonard Bernstein, che giunge da un giradischi portatile, nostalgico sguardo del regista rivolto a quella generazione di young people per la quale la comunicazione, tutt’altro che istantanea, conservava ancora il fascino misterioso di una corrispondenza cartacea da attendere con speranza.

Sono ormai lontani i tempi in cui Anderson era costretto a convincere le sue star che i personaggi da lui ideati – insieme al sodale Roman Coppola, membro della prolifica nidiata di Francis Ford – erano all’altezza della loro reputazione: ognuno dei pesi massimi chiamati in causa è disposto infatti a mettersi in gioco, senza remore. Così Willis rinuncia al consueto abito da maschio alfa per divenire un average-man un po’ sempliciotto ma pieno di buon senso, Norton interpreta un nerd ante-litteram, Bill Murray e Frances McDormand danno vita ad un esilarante coppia di avvocati che vive ogni momento come fosse di fronte al grand jury. Si tratta di un cast stellare ma che non sarebbe nulla senza i due protagonisti, all’esordio, che rubano l’occhio durante tutto il film per la dolce naturalezza con la quale interpretano i loro personaggi.
Col solito piglio da narratore di favole, Anderson porta avanti la storia bilanciando mirabilmente commedia e romanticismo, e sfrutta ogni espediente che l’indovinata ambientazione (temporale, logistica) gli consente di mettere in atto. Quando infine giungono i titoli di coda, coreografati con gusto, viene da restare per qualche secondo in ammirazione, di fronte all'opera di uno dei più brillanti ed identificabili cineasti della nostra generazione.
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