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Medianeras(Medianeras)Gustavo Taretto, 2011 (Argentina, Germania, Spagna), 95’
uscita italiana: 24 agosto 2012
voto su
C.C. 
Mariana (Pilar López de Ayala) e Martin (Javier Drolas) vivono a pochi metri di distanza in angusti monolocali che rispecchiano il loro animo di trentenni inquieti e soli: entrambi hanno concluso da poco una relazione lunga con un partner scoperto ben diverso da ciò che avevano creduto, entrambi isolati dal mondo da un lavoro (vetrinista lei, web-designer lui) sufficiente a farli sopravvivere, ma poco di più. Dopo improbabili compagni occasionali e qualche momento di sconforto scopriranno che l’amore è più vicino di quanto possano credere. Basta aprire la finestrella (abusiva) che spunta sulla “medianeras” del loro palazzone.
L’esordiente Gustavo Taretto confeziona con pochi fondi e qualche idea ben chiara un piccolo gioiello. Il suo Medianeras colpisce infatti sin dai primi minuti, nei quali i protagonisti ci vengono presentati con una verbosa introduzione, rigorosamente fuori campo. Questo espediente, in genere stucchevole, definisce invece la cifra dell’intero film, in cui l’introspezione trionfa e le vite dei protagonisti ci vengono rivelate solo dal loro personalissimo (e ristretto) punto di vista. Mariana e Martin, pur non sapendolo, condividono passioni ed idiosincrasie convinti di essere esemplari unici al mondo: per quanto si sforzino di conoscere altra gente, restano inesorabilmente delusi dal prossimo, scottati dall’esperienza degli anni precedenti. In ogni momento s’incrociano (per strada, in piscina, fuori da un locale) ma sembrano incapaci di notare l’esistenza dell’altro, nonostante si tratti forse proprio di quella persona che stanno cercando con tanta ostinazione.
Buenos Aires fa da spettacolare palcoscenico, con la sua schizofrenica (dis)organizzazione architettonica che appare la metafora perfetta della vita di una generazione di giovani adulti; un miscuglio di stili ed intenzioni in cui una enorme pubblicità può diventare arte, e sulla quale aleggiano i postumi di una crisi economica che ha messo in pericolo il futuro di molti.
Con ricercati riferimenti pop (il Daniel Johnston di True love will find you in the end, le scene finali di Manhattan) e quel sapore agrodolce che pochi autori riescono a rendere come i sudamericani, Taretto mette in scena una storia d’amore in modo insolito, cioè mostrandoci premesse e protagonisti e lasciando al solo finale l’unico momento in cui questa promessa di felicità sembra avere realizzazione, proprio quando il pessimismo aveva preso il sopravvento. Dulcis in fundo, con la “copertura” da film disimpegnato, Medianeras offre uno dei ritratti più sinceri della nostra generazione (quella dei trentenni nell’epoca della comunicazione globale e del WWW) che siano stati proposti al cinema negli ultimi anni.
Scoperta.

The Sorkin Way: di corsa, intelligenti, blateranti
The Newsroomdi Aaron Sorkin, 2012 (USA)
Prima stagione, 10 episodi da 60’
Prospettato come l’happening socio-culturale dell’estate americana da molti ammiratori (e da almeno altrettanti
haters),
The Newsroom è infine sbarcato a giugno sugli schermi della HBO. Il motivo di un tale fermento era attribuibile principalmente al celebrato nome dell’autore, quel
Aaron Sorkin che grazie alla sua decennale carriera da sceneggiatore per TV e cinema (
The West Wing,
The Social Network) è riuscito a guadagnarsi una meritata celebrità, che per una popolosa tribù si è trasformata in qualcosa di più simile alla venerazione.
Lo show ha come protagonista Will McAvoy (
Jeff Daniels) apprezzato anchorman televisivo che in seguito ad una gaffe durante un incontro pubblico è costretto a vedere sotto una nuova luce la sua avventura nel mondo delle news. Infatti, al ritorno dalla “vacanza” forzata imposta dai piani alti, Will scopre che la maggior parte della sua redazione è scappata dalla nave che affonda (verso un nuovo show, gestito dall’ex producer,
Thomas Sadoski) mentre sono rimasti solo una fedele assistente (
Alison Pill) e il carismatico superiore-mentore Charlie Skinner (
Sam Waterston, straordinario), che tra le macerie intravede una insospettabile prospettiva: dare vita ad un nuovo programma, nel quale l’informazione non sia più schiava di audience e profitti ma possa ambire a giocare un ruolo di primo piano nella formazione culturale di una nuova generazione di americani – così come avevano fatto gli illustri predecessori che vengono presentati in formato-elegia durante i titoli di testa di ogni episodio. Questa missione, degna del proverbiale Don Chisciotte, prevede un alleato infaticabile ed idealista (
Emily Mortimer) che vanta un rapporto “complicato” con il nostro Will, ed ovviamente un antagonista (pre)potente e pericoloso, incarnato dai vertici del network che mal digeriscono il cambio di rotta del loro programma di punta, divenuto d’un tratto troppo indipendente per non creare qualche problema politico e dunque economico.
The Newsroom, ça va sans dire, è bollato-Sorkin dalla prima alla ultimissima scena, con tutti i pregi e i difetti che questo può comportare: dialoghi verbosi, pronunciati velocemente e sempre messi in scena da personaggi che sono troppo indaffarati ed intelligenti per sembrare veri, perenne frenesia da incombente catastrofe, idealismo stiracchiato che rischia di divenire indigesto. Eppure, nonostante tutte le sue debolezze, lo show risulta in qualche modo accattivante, perché così diverso dai serial a cui siamo abituati; anche i più accesi detrattori devono farsene una ragione: Sorkin, piaccia o no, il suo mestiere lo conosce bene. Questo è evidente in ogni episodio, nel modo sottile in cui s’incastrano puntualmente tutti i pezzi del puzzle, nella caratterizzazione (talvolta sopra le righe) dei personaggi, che riescono nel difficile compito di non restare mai indifferenti allo spettatore. Tra una frecciata sarcastica e l’altra è impossibile non innamorarsi del protagonista, interpretato da uno scintillante Jeff Daniels, la cui essenza è racchiusa tutta nella geniale sequenza del primo episodio in cui si definisce, tra lo stupore dei collaboratori, “affable”.
Tutti i momenti più brillanti del serial non cancellano però la sensazione che si tratti di una mezza occasione mancata, perché The Newsroom nasconde tra i suoi petali spine difficili da ignorare. A partire dalla sigla, l’intera cifra stilistica dello show appare (chissà quanto volutamente) agée, anacronistica, indietro di almeno di un decennio: un trionfo di musiche di sottofondo capaci di minare l’efficacia persino della migliore tra le scene drammatiche. C’è inoltre una ricerca spesso forzata del colpo di scena, concepito meccanicamente e dunque, di nuovo, capace di rovinare la migliore delle idee – quale esempio più efficace della sequenza che conclude il “pilota”. Si tratta di ruvidezze che col passare degli episodi sono state limate, pur restando parte integrante degli ingranaggi di questo titano della tv via cavo.
L’atmosfera da perenne “dietro le quinte”, che solo raramente si affaccia nella diretta, aiuta a creare i presupposti per tutte le trame secondarie indispensabili a coinvolgere un significativo numero di personaggi e tematiche, dai momenti “comici” sino a quelli, decisamente meno riusciti, che virano verso la soap opera; è qui che viene messa in luce l’ottima qualità del cast, nel quale figurano sia habituée del piccolo schermo che attori prestati dal cinema.
Volendo fare a tutti i costi quelli che malpensano verrebbe da chiedersi: l’idea dello show ha qualcosa a che fare con le imminenti elezioni presidenziali (o con qualche messaggio che, tra le righe, vuole inviare a questa “famosa” nuova generazione americana da salvare dal brainwashing televisivo)?
Anche fosse, c’è da ringraziare Sorkin, se non altro per aver dato alla luce un serial riguardo cui è diventato così di moda avere una opinione, meglio se sferzante. E magari c’è da essere, sempre tra le righe, profondamente d’accordo col messaggio (presunto) che l’autore vuole mandare:
Yes We (still) Can.