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a cura di Emanuele P. (del 19/06/2012 @ 13:42:01, in Al Cinema, linkato 1210 volte)

Detachment – Il distacco
(Detachment)
Tony Kaye, 2011 (USA), 97'
uscita italiana: 22 giugno 2012
voto su C.C.

Henry Barthes (Adrien Brody) è un supplente, forse il migliore dello stato. La sua è una scelta di vita: non accetta un posto “fisso” perché dopo anni di professione ha maturato una visione disincantata del ruolo dell'insegnante, convinto che il suo compito consista solo nell'evitare che i ragazzi si ammazzino tra loro durante il tempo nel quale li controlla. Questa apatia ha radici negli sfocati ricordi di un'infanzia infelice e si alimenta della sua vita miserabile; l'ennesima fermata in un liceo di periferia e l'incontro con una giovanissima prostituta da salvare (Sami Gayle) proveranno a stravolgergli la vita.

Sono passati anni da American History X ma la visione del mondo di Tony Kaye sembra non essere cambiata affatto, almeno non in un modo che potremmo definire "positivo". Negli occhi di Adrien Brody, giustamente cristallizzato dalla sua studentessa Betti Kaye come uomo senza volto in un'aula vuota, c'è una insostenibile tristezza e un'assenza di vitalità tali da togliere il fiato, che incarnano nella visione del regista britannico l'essenza di un'intera generazione. Il sistema scolastico (pubblico) americano si trasforma in perfetto palcoscenico per mettere in scena l'apocalisse targata Kaye: professori eroici perennemente dileggiati da alunni e genitori, strutture cadenti, lo spettro di interessi economici che condizionano iscrizioni e finanziamenti, tutto congiura contro l'utopica visione dell'insegnante in missione per salvare le anime (se non i cervelli) dei suoi studenti. Ecco dunque giustificato l'atteggiamento del prof. Barthes, che si difende con l'ostentata precarietà dal pericolo di affezionarsi in qualche modo alla gioventù bruciata con la quale ha a che fare ogni giorno, pur essendo attratto dalla possibilità di riuscire a cambiare in qualche modo la sua esistenza infelice, magari rivelandosi un padre (migliore di quanto non fosse stato il suo) per una ragazzina abbandonata dalla vita.
Kaye regala momenti di Cinema altissimo, affidandosi al contrappunto tra lugubri disegni animati ed istantanee dalle disavventure dei protagonisti; una prima visione non è sufficiente per apprezzare tutti i numerosi messaggi più o meno espliciti nascosti tra le pieghe della storia e soprattutto nell'accurato montaggio col quale le sequenze sono confezionate – merita di essere citata la scena in cui  la violenta invettiva di un professore che si sta licenziando si fonde con le immagini di un'adunata nazista proiettate da un collega in un'altra aula.
Mentre l'interpretazione di Brody si rivela semplicemente perfetta, l'eccellente cast di supporto (tra gli altri figurano James Caan, Lucy Liu, William Petersen, Tim Blake Nelson e Blythe Danner) non ha modo di esprimersi al massimo delle proprie potenzialità, relegato spesso a cornice per le vicende del protagonista. Paradossalmente Kaye affida ad un enorme cliché (la ragazza salvata dalla strada che si rivela dolce, sensibile e premurosa) la responsabilità di gettare un flebile fascio di luce su questa storia desolante; la scelta, che dato il contesto sembra una provocazione, funziona però solo in parte conducendo ad un epilogo confuso ed ambiguo.
Soffocato da pessimismo a volte indigesto, Detachment offre un ritratto tagliente dei nostri tempi, utilizzando il contesto scolastico come privilegiato punto di vista dal quale giudicare l'umanità con sempre minor benevolenza. Pur non sposando completamente la visione del barbuto profeta Kaye, possiamo comprenderne l'urgenza. E apprezzare un film che non ha nulla di banale.
Apocalittico.
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a cura di Emanuele P. (del 13/06/2012 @ 13:44:57, in Al Cinema, linkato 1281 volte)

La mia vita è uno zoo
(We Bought a Zoo)
Cameron Crowe, 2011 (USA), 124'
uscita italiana: 8 giugno 2012
voto su C.C.

Dopo la morte della moglie, Benjamin Mee (Matt Damon) decide di dare una svolta alla vita della sua famiglia con l'acquisto di un fatiscente zoo nel quale isolarsi dai ricordi del passato. Mentre l'adorabile figlia più piccola Rosie (Maggie Elizabeth Jones) ne è prevedibilmente entusiasta, il ribelle primogenito Dylan (Colin Ford) accetta a fatica la nuova prospettiva, a causa di una altrettanto prevedibile mancanza di comunicazione col padre. Due bionde (Scarlett Johansson ed Elle Fanning) sono pronte ad allietare la loro nuova avventura.

Cameron Crowe adatta liberamente la storia dell'ex cronista del Guardian Benjamin Mee adoperando il suo consueto stile. Il film è infatti confezionato ad arte, con fotografia patinata, soundtrack adatta e tanti volti affascinanti a far capolino in ogni scena; come in opere precedenti (Vanilla Sky) questo approccio però finisce col condizionarne i contenuti, perché spesso diventa evidente che ritmo e pathos sono sacrificabili sull'altare dell'estetica fine a se stessa. Crowe non si accontenta di suggerire emozioni ma pretende di suscitarle nel modo più forte possibile – ci sono molti esempi, ma su tutti la ridondante mezzora finale – indugiando in situazioni lacrimevoli e primi piani meravigliosi. La piccola Maggie Elizabeth Jones viene usata come capzioso grimaldello per forzare il cuore dello spettatore, spesso a discapito della verosimiglianza (particolare comunque perdonabile); è una miniatura di “donna casalinga” che guardando oltre gli occhioni sognanti si rivela spia di un modus operandi cinematografico piuttosto subdolo. Le vicende dei protagonisti sono banalizzate e rese funzionali a garantire l'occhio lucido: dall'eutanasia di una anziana tigre fino ai patemi simil-amorosi dei padroni di casa; persino l'antagonista designato (John Michael Higgins), integerrimo ispettore di parchi zoologici, si scioglie in un sorriso smielato entro la fine della storia.
Tutto il cast risponde con successo alla chiamata di Crowe: Matt Damon è ormai garanzia nei ruoli da vedovo charmant ed il sex appeal della Johansson riesce a brillare anche sotto fango e abiti da lavoro; i veri protagonisti sono però gli animali dello zoo le cui movenze ed espressioni (catturate con abilità) sono forse la cosa migliore di tutto il film, insieme al tocco di sottile ironia che in diverse occasioni riesce ad ammorbidire sequenze eccessivamente melodrammatiche.
In sintesi We Bought a Zoo si rivela un esotico ed affascinante cofanetto, nel quale conviene guardare senza troppa attenzione. Altrimenti si rischia di restare piuttosto delusi.
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a cura di Emanuele P. (del 04/06/2012 @ 13:06:25, in Al Cinema, linkato 1470 volte)

Another Earth
(Another Earth)
Mike Cahill, 2010 (USA), 92'
uscita italiana: 18 maggio 2012
voto su C.C.

Rhoda (Brit Marling), brillante studentessa pronta a sbarcare al MIT, dopo aver bevuto qualche bicchiere di troppo si mette alla guida della sua macchina e distratta dall'incombente pianeta che si affaccia nel cielo stellato (gli studiosi lo chiamano Earth 2) causa un incidente nel quale la famiglia di John (William Mapother) viene distrutta – lui sopravvive ma moglie e figlio muoiono nell'impatto. Pur avendo scontato una pena in carcere, la ragazza sente di dover ancora espiare il suo drammatico errore; l'occasione si presenta quando, per caso, scopre l'identità dell'uomo al quale aveva rovinato l'esistenza. Earth 2, in tutta la sua misteriosa forza, vigila sullo sfondo. Rappresenta forse l'occasione per tornare a vivere, evitando gli errori del passato?

Il primo lungometraggio di Mike Cahill, presentato con successo allo scorso Sundance Film Festival, è un esperimento coraggioso: come in uno specchio rotto, ognuno può vederci riflesso qualcosa di diverso. In una delle sequenze più significative e meglio riuscite di tutto il film, la protagonista e co-sceneggiatrice Brit Marling si reca in ospedale per far visita al saggio Purdeep (Kumar Pallana, indimenticabile maggiordomo ne I Tenenbaum) che ha deciso di rendersi cieco e sordo per scontare chissà quale peccato; alla domanda sul motivo per cui l'attempato mentore si era inflitto una tale punizione Rhoda risponde tracciando silenziosamente sul palmo della sua mano la parola “forgive”, perdonare. Il perdono del quale si parla va ricercato in se stessi: non basta il carcere, né una nuova vita imperniata sull'autoflagellazione (psicologica, sociale) quando è troppo grande la colpa dalla quale sfuggire. Another Earth è dunque un film sul perdono, sull'ossessiva ricerca di una “seconda opportunità” da cogliere per correggere gli errori del passato; funzionale metafora si rivela la simbolica Earth 2, sulla quale secondo gli studiosi dovrebbe esistere una copia di ognuno di noi, un alter-ego, che forse sta vivendo una versione migliore della nostra stessa vita. È inevitabile quindi che tutti i protagonisti ambiscano (più o meno consciamente) a raggiungerla, nella speranza di trovarci risposte.
Il debito nei confronti del cinema di von Trier non si risolve solo nella presenza, passiva ma ingombrante, di un pianeta bluastro all'orizzonte (Melancholia) ma anche nei mezzi frugali con i quali il film è girato: spesso con camera a mano, tremolante, che mima sentimenti ed affezioni della traumatizzata protagonista. Ben poco è concesso allo “spettacolo”, ma questo non rende Another Earth meno piacevole da un punto di vista puramente estetico; anzi il suo fascino risiede proprio nell'atmosfera ipnotica che riesce a costruire, sin dalle primissime immagini – fascino al quale contribuisce l'ispirata interpretazione della Marling.
Nonostante i suoi indiscutibili pregi, la narrazione risulta in qualche modo inconcludente, accademica, senza una chiara idea sulla direzione da intraprendere, e questo influenza il ritmo del film oltre alla sua coerenza. Così il finale, aperto a qualsiasi genere d'interpretazione, diventa un espediente furbo che raggiunge il suo obbiettivo (creare dibattito, se non altro) pur mettendo allo stesso tempo ulteriormente in evidenza la natura fascinosa ma indefinibile dell'intera pellicola.
Impalpabile.
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a cura di Emanuele P. (del 01/06/2012 @ 14:58:16, in Al Cinema, linkato 1348 volte)

La guerra è dichiarata
(La Guerre Est Déclarée)
Valérie Donzelli, 2011 (Francia), 100'
uscita italiana: 1 giugno 2012
voto su C.C.

Juliette (Valérie Donzelli) e Romeo (Jérémie Elkaïm) si amano. Sai che novità, penserete voi. A conoscerli meglio si scopre però che nient'altro che li riguarda è banale, a parte la scelta dei nomi, così piena d'intelligente humor. Il loro figlio sin dalle prime settimane di vita sembra non essere uguale a tutti gli altri: piange in continuazione, vomita improvvisamente, inizia poi a sviluppare una strana asimmetria nei lineamenti; tutti disturbi prima liquidati dai vari interlocutori come “fisiologici” ma poi divenuti abbastanza preoccupanti da richiedere il parere di un'affermata specialista. La terribile notizia (il piccolo Adam ha un tumore al cervello) è accolta dai ragazzi e dalle loro famiglie con forza ed ottimismo insospettabili; si tratta dell'inizio di una guerra contro un destino che appare ineluttabile.

Leggendo la breve sinossi, verrebbe subito da pensare che la visione di La Guerre Est Déclarée possa trasformarsi in un'esperienza persino straziante. I coraggiosi spettatori saranno invece premiati con un film-gioiello sull'amore (in tutte le sue forme), vero e proprio inno alla vita e alla gioia di vivere, ben lontano dal melenso e strappalacrime racconto di morte che potevano temere. D'altronde nessuno meglio della regista ed interprete Valérie Donzelli avrebbe potuto narrare l'epopea della famiglia Benaïm con tale raffinata vitalità, trattandosi di un'esperienza che lei stessa ha vissuto in prima persona, insieme al padre del suo figlio, Jérémie Elkaïm (anche lui interprete e sceneggiatore). I meriti della Donzelli vanno ben oltre la grande sensibilità dimostrata e non devono in alcun modo essere oscurati da scadente pietismo; il suo è un film a tutti gli effetti, tutt'altro che un documentario: nessuna scelta registica è banale o gratuita ed ogni sequenza riesce in qualche modo a sorprendere – come il ricercato intermezzo “musical” nel quale i protagonisti raccontano i motivi per cui si amano. La resa delle immagini, girate per la maggior parte con una macchina fotografica digitale, è notevole, e rende merito ai meravigliosi scorci di Parigi e Marsiglia (direttore della fotografia Sébastien Buchmann) che tra un ospedale e l'altro accompagnano i nostri eroi in questa spaventosa avventura.
Diviene presto evidente che, qualsiasi sia l'epilogo, il messaggio di coraggio e speranza che traspare in ogni scena ha ormai già colonizzato l'anima dello spettatore, tanto da far perdonare l'atmosfera bobo-chic molto “francese” che si respira di tanto in tanto. Invece che straziati, dalla sala si esce persino felici.
Gioiello.
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