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 Leone & Morricone ...... di Emanuele P.
 
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Ognuno è libero di speculare a suo gusto sul significato filosofico del film, io ho tentato di rappresentare un'esperienza visiva, che aggiri la comprensione per penetrare con il suo contenuto emotivo direttamente nell'inconscio.

Stanley Kubrick
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
a cura di Emanuele P. (del 27/05/2012 @ 20:56:36, in Re per una notte, linkato 1271 volte)

Si è conclusa oggi la 65esima edizione del Festival di Cannes con la cerimonia di premiazione per i film in concorso. Giuria presieduta da Nanni Moretti.

Palma d’Oro al miglior film:
Amour - Michael Haneke

Grand Prix Speciale della Giuria:
Reality - Matteo Garrone

Miglior attrice:
Cosmina Stratan e Cristina Flutur per Beyond the Hills di Cristian Mungiu

Miglior attore:
Mads Mikkelsen per The Hunt di Thomas Vinterberg

Miglior regista:
Carlos Reygadas per Post tenebras lux

Miglior sceneggiatore:
Cristian Mungiu per Beyond the Hills

Premio della giuria:
The Angels’ Share - Ken Loach

Camera d’Or alla miglior opera prima di tutte le sezioni:
Beasts of the Southern Wild - Benh Zeitlin

Palma d’oro al miglior cortometraggio:
Sessiz / Be Deng (Silent) - Rezan Yesilbas (Turchia)


Un Certain Regard:

Miglior film:
Despues de Lucia di  Michel Franco

Premio speciale della giuria:
Le grand soir di Benoit Delepine e Gustave Kervern

Miglior interpretazione:
Suzanne Clement per Laurence Anyways
ed
Emilie Dequenne per A perdre la raison

Menzione speciale:
Djecà di Aida Begic


Cinefondation:

Primo classificato:
Doroga Na (The Road To) di Taisia Igumentseva

Secondo classificato:
Abigail di Matthew James Reilly

Terzo classificato:
Los Anfitriones (The Hosts) di Miguel Angel Moulet

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a cura di Emanuele P. (del 23/05/2012 @ 16:59:39, in Cattiva Maestra Televisione, linkato 1637 volte)

Dr. House – Medical Division
(House, M.D.)
David Shore, 2004-2012 (USA/FOX), episodi da 45'

(il testo contiene anticipazioni sull'ultima stagione, parzialmente inedita in Italia)

House come Holmes, fino in fondo. Sin dagli albori della sua fama italiana avevamo accennato al debito creativo dovuto dagli autori di House, M.D. al baronetto Arthur Conan Doyle, padre dell'investigatore più famoso della storia della fiction; in occasione della dipartita televisiva della serie, ritorniamo sull'argomento, tentando di rispondere alla domanda con la quale si concludeva il precedente approfondimento: gli autori avranno il coraggio di “liberarsi” della loro creatura prima che nella storia si sia esaurita ogni spinta vitale?

Dopo otto stagioni di alterne fortune, i primi significativi scricchiolii nei rating televisivi USA hanno convinto David Shore ed i suoi collaboratori a staccare definitivamente la spina ad una serie che ormai da anni vegetava solo grazie al carisma del suo protagonista, Hugh Laurie.
I problemi dello show erano radicati in profondità: l'inatteso successo di pubblico ottenuto dal serial sin dalle prime stagioni costringeva in una “prigione” dorata autori e cast, a cui veniva chiesto (e lautamente remunerato) lo sforzo di stiracchiare sino all'inverosimile la longevità di un prodotto ormai vincente ma privo di una reale prospettiva narrativa; al contrario di altri serial decennali (CSI su tutti) ad House non era infatti concesso quel rinnovamento in termini di personaggi e situazioni che di norma contribuisce a tenere in piedi svariati baracconi della tv via cavo statunitense.
Allo stesso tempo il “format” – un singolo caso medico per episodio, insufficienti sottotracce “orizzontali” pronte a dipanarsi durante tutta la stagione – pur efficacissimo nel breve periodo, rendeva schiavi di un processo analitico sempre uguale a se stesso, in cui dopo un determinato tempo di bagarre il luminare sarebbe giunto alla diagnosi di una malattia particolarmente rara, fulminato da una epifania.
In questo contesto diviene più facile intuire l'obbiettivo del forzato crescendo di colpi di scena che durante gli anni ha contribuito a tenere sveglia ciò che restava dell'attenzione degli spettatori: ecco che il povero Laurie si trova a dover affrontare i suoi problemi di dipendenza da Vicodin (e relative allucinazioni), a sopportare la permanenza coatta in un manicomio stile Qualcuno volò sul nido del cuculo e persino a scontare settimane di reclusione in un penitenziario statale, misure estreme ma necessarie a giustificare dei finali di stagione sempre più irrazionali (e talvolta persino imbarazzanti).

L'idea di fondo degli autori si era trasformata in una sorta di maledizione, poiché li lasciava in balia di fan ed interessi economici (proprio come il loro “mentore” Conan Doyle); non sorprenda dunque che proprio come lo scrittore scozzese abbiano scelto di sbarazzarsi dell'ingombrante protagonista nel modo meno definitivo possibile. Nel caso di Sherlock Holmes neanche la prima “uccisione” fu sufficiente, perché il suo eroico sacrificio in The Final Problem non soddisfò i numerosi aficionados dell'epoca, costringendo Conan Doyle a garantire all'investigatore una repentina resurrezione oltre a numerose altre avventure prima di un sereno e più “nebuloso” pensionamento da apicoltore. Shore e colleghi hanno scelto di condensare nell'ultimo episodio tale tumulto creativo, facendo morire e poi tornare a nuova vita il loro eroe nel giro di una decina di minuti, a coronamento di una stagione finale (l'ottava) che aveva già evidenziato definitivi segnali di smarrimento. Dopo l'ennesima pseudo-rivoluzione del cast – come sempre dovuta a ragioni pratiche come i compensi degli interpreti più che allo sviluppo della storia – s'era infatti arrivati alla estrema ratio di sacrificare l'indispensabile “spalla” Wilson (Robert Sean Leonard) pur di garantire gli ultimi minuti di vitalità ad uno sviluppo ormai anestetizzato; questa scelta però divenuta boomerang aveva finito col conferire alle ore conclusive dello show un'atmosfera melanconica, persino macabra, nella quale non sarebbe stato oggettivamente sostenibile accomiatarsi dall'adorato misantropo.

Nella loro scelta finale, pur figlia di numerose decisioni discutibili, gli autori hanno paradossalmente ritrovato la primigenia lucidità, onorando il debito creativo nei confronti dell'avo Holmes; così l'epilogo è stato "salvato" proprio quando era ad un passo dal crollo definitivo, come l'edificio in fiamme nel quale House pronuncia quello che sembra essere il suo ultimo monologo, accompagnato da una (perdonabile) carrellata autoreferenziale di interpreti/personaggi delle stagioni passate.
All'attore Hugh Laurie viene concesso poi l'ultimo privilegio: uno dei suoi amati blues (Enjoy Yourself, di Louis Prima) conclude l'avventura, spodestando l'atteso You can't always get what you want degli Stones. Peccato solo non averlo sentito con un paio di anni d'anticipo.



Per l'approfondimento: Da Joseph Bell a Gregory House, passando per Sherlock Holmes
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a cura di Emanuele P. (del 18/05/2012 @ 19:34:09, in Al Cinema, linkato 1227 volte)

To Rome with Love
(To Rome with Love)
Woody Allen, 2012 (Italia, Spagna, USA), 111'
uscita italiana: 20 aprile 2012
voto su C.C.

Un vigile capitolino (Zampa perdonali perché non sanno quello che fanno) è pronto a raccontarci dal suo podio quattro storie ambientate in una Roma da cartolina (per turisti americani). C'è Alec Balwin che fa da cicerone tra i dilemmi sentimentali dell'aspirante architetto Jesse Eisenberg, diviso in un episodio quasi rohmeriano tra l'angelica fidanzata Greta Gerwig e la sua affascinante nemesi Ellen Page; c'è Woody Allen insoddisfatto pensionato che tenta di rovinare l'idillio tra la figlia Alison Pill e il compagno Flavio Parenti con le sue ambizioni da impresario; c'è la coppia di sposini immacolati (Alessandro Tiberi-Alessandra Mastronardi) che vacilla di fronte alle tentazioni della Capitale (incarnate da Penelope Cruz e dal “sex symbol !” Antonio Albanese); infine c'è l'eterno Roberto Benigni, pronto a scoprire come un'inspiegabile e subitanea notorietà possa trasformarsi in incubo dorato.

Il consiglio, spassionato, che viene voglia di dare a tutti gli adoranti seguaci del culto alleniano è quello di stare a debita distanza da To Rome with Love, per il loro bene. Pur temprati dalle numerose produzioni mediocri intercalate tra i capolavori memorabili del genio newyorkese, difficilmente potrebbero reggere questo impasto di cliché e comparsate (ancora più lampante agli occhi di noi italiani), in cui le poche risate annegano in un mare magnum di luoghi comuni. Tra una canotta bianca sporca di sugo e una Vespa che spunta in ogni viale, le storie si dipanano con poca convinzione, quasi fossero il compitino del primo anno di uno studente di sceneggiatura – ammesso che esista qualcosa di simile. Oltre ad alcune, rare, idee brillanti, l'unica trama di un qualche interesse è quella nobilitata dal terzetto Eisenberg-Page-Gerwig: sebbene poco originale si mantiene infatti a sufficiente distanza dalla demagogia che inonda (per restare in tema) il resto del film; persino Benigni sembra ridotto a caricatura di se stesso, imbrigliato in una vicenda con pochi spunti e quindi lasciato zompettare, nel finale, quasi come risarcimento per aver tenuto a freno per due ore la sua proverbiale energia.
L'impressione è che Allen abbia trattato questo film con la stessa superficialità con la quale i suoi connazionali spesso vivono i soggiorni nel Belpaese, accontentandosi di vedere la realtà italiana filtrata da un diabolico prisma che ne annulla ogni sfumatura. Per l'amore che gli dobbiamo dopo anni di gioie, faremo finta di nulla.
Da dimenticare.
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a cura di Emanuele P. (del 15/05/2012 @ 14:29:08, in Al Cinema, linkato 1844 volte)

Margin Call
(Margin Call)
J.C. Chandor, 2011 (USA), 109'
uscita italiana: 18 maggio 2012
voto su C.C.

Margin Call sbarca nelle sale italiane con tempismo sardonico, proprio nella settimana in cui un presunto “squalo” del colosso finanziario Jp Morgan ammette di aver bruciato miliardi di dollari con qualche scommessa troppo azzardata. Il film ci trasporta nell'interminabile notte del 2008 in cui un gruppo di colletti bianchi (Kevin Spacey, Paul Bettany, Zachary Quinto, Penn Badgley) si rese conto di quanto il giochino dorato che avevano piegato a loro piacimento durante gli ultimi decenni fosse vicino a collassare; è un giovane ingegnere aerospaziale (passato alla finanza perché pecunia non olet) a scoprire con qualche ora di calcoli le magagne nascoste dietro il barocco algoritmo che sembra reggere i destini dell'intero sistema borsistico: per sopravvivere sarà necessario liquidare tutto il patrimonio della compagnia, non importa quali conseguenze questo abbia sul mercato. Si salvi chi può.

J.C. Chandor, all'esordio da regista-sceneggiatore, affronta la vicenda con piglio che ce lo farebbe immaginare specialista in thriller: l'oscuro MacGuffin fonte di preoccupazione per tutti questi ingellati milionari resta infatti tale per buona parte del film, avvolto nella misteriosa nube di numeri e paroloni che solo un “bocconiano” potrebbe diradare. Persino i protagonisti del film, sempre pronti a scaricare il problema verso un gradino più in alto della loro piramide, spesso mendicano una spiegazione “in parole povere” circa la natura del problema, di quelle che anche un bambino o un cane potrebbero comprendere – non passi inosservata la nota di sarcasmo, che serpeggia clandestina durante tutta la narrazione. Pur trattandosi di una catastrofe “virtuale” (agli occhi di noi ignari cosa c'è di meno radicato nella realtà quotidiana del mercato azionario), l'imprevisto disastro incombe sui personaggi con inatteso pathos: Chandor riesce brillantemente a trarre da un argomento all'apparenza noioso linfa vitale per uno sviluppo quasi d'azione, lasciando al suo ottimo cast – in cui agli affermati nomi hollywoodiani (c'è spazio anche per Stanley Tucci, Jeremy Irons e Demi Moore) sono affiancati un paio di volti nuovi pescati dai serial tv – l'arduo compito di rendere degni d'empatia individui nei confronti dei quali non manca un implacabile giudizio morale.
Indipendente nelle idee più che nei mezzi, Margin Call si dimostra all'altezza delle più apprezzate produzioni americane sul tema.
Attuale.
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a cura di Mario T. (del 02/05/2012 @ 19:41:54, in Al Cinema, linkato 1308 volte)

Hunger Games
(The Hunger Games)
Gary Ross, 2012 (USA), 117’
uscita italiana: 1 maggio 2012
voto su C.C.

In un futuro non meglio specificato, la nazione di Panem è tutto quel che resta di un Nord America dilaniato dalla guerra (del resto del mondo non ci è dato sapere, al momento). La società è rigidamente divisa in classi, dislocate in dodici distretti più o meno proletari assoggettati allo strapotere pluto-demo-kitsch della capitale, Capitol (ma dai!). Ogni anno, per sollazzare le masse, si organizzano gli Hunger Games, una manifestazione poco sportiva e molto competitiva  in cui ventiquattro ragazzi ambosessi dei dodici distretti vengono sorteggiati per sfidarsi all’ultimo sangue in mondovisione (Panem et circenses, è il caso di dire). Da qui prende le mosse la storia di Katniss (Jennifer Lawrence), offertasi volontaria agli Hunger Games dal più povero e tapino dei distretti per scongiurare il triste destino a cui sarebbe andata incontro la sua piccola e indifesa sorellina; Katniss non tenterà solo di vincere la partita, ma sfiderà anche le regole imposte dall’autorità, connotando politicamente la sua partecipazione e piantando non poche grane agli organizzatori dell’evento.

Gary Ross è un regista che ha un discreta familiarità con le ambientazioni distopiche, avendo dato buona prova di sé con il gradevolissimo Pleasentville, storia progressista di un conflitto metaforico tra la vita patinata “in bianco e nero” di una sit-com degli anni ’50 e la “vita a colori” dei giorni nostri, più incasinata ma certamente più libera. Tuttavia Pleasentville aveva un registro smaccatamente ironico e paradossale, e perciò funzionava piuttosto bene; Hunger Games, al contrario, si prende molto serio, con toni cupi e accenni di impegno morale e civile. Il problema è che, poiché l’autrice del libro da cui è tratto il film Suzanne Collins è ben lontana dalla complessità, dalla profondità e anche dall’immaginazione di George Orwell o di Aldous Huxley, ne viene fuori un pasticcio melò, poco accattivante e senza spunti originali. D’altro canto, romanzo e film nascono in forma di trilogia (una scelta che sembra dettata, ogni volta di più, da logiche commerciali piuttosto che da esigenze narrative) e il finale aperto promette una riflessione più accorta sul potere e sulla rivolta degli “svantaggiati” (guai a connotarli socio-economicamente, meglio usare il termine più generico a disposizione…). Probabilmente la promessa sarà mantenuta nei prossimi imminenti episodi, considerato lo smodato successo del film al box-office, ma mi sbilancio a prevedere che il risultato finale non migliorerà nella qualità. Hunger Games è un passatempo ben confezionato ma nulla di più; non sul piano psico-sociologico (come qualcuno ha voluto farci credere), non sul piano fantasy, ma soprattutto non su quello prettamente cinematografico (restando in tema, suggerisco il più originale e meno pomposo Gamer, di Mark Neveldine).

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