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a cura di Emanuele P. (del 27/02/2012 @ 12:38:53, in Re per una notte, linkato 1254 volte)

Premiati nella nottata italiana i vincitori dei premi Oscar per la scorsa stagione cinematografica americana.
A farla da padrone, come da pronostici, The Artist che vince in tutte le principali categorie (5 statuette, così come Hugo di Scorsese, che però si accontenta di riconoscimenti "tecnici").
Facendo del campanilismo una virtù, gongoliamo nel vedere i soliti Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo alzare al cielo l'ennesimo Oscar (il terzo) per il loro lavoro nella scenografia di Hugo. Merita una menzione lo straordinario ottantaduenne Christopher Plummer, giustamente premiato per la sua performance in Beginners (pellicola meritevole mal distrubuita dalle nostre parti).

Segue l'elenco completo dei vincitori:

Best Picture
The Artist

Directing
Michel Hazanavicius (The Artist)

Writing (Adapted Screenplay)
Alexander Payne and Nat Faxon & Jim Rash (The Descendants)
   
Writing (Original Screenplay)
Woody Allen (Midnight in Paris)

Actor in a Leading Role
Jean Dujardin in The Artist
  
Actor in a Supporting Role
Christopher Plummer in Beginners
  
Actress in a Leading Role
Meryl Streep in The Iron Lady
  
Actress in a Supporting Role
Octavia Spencer in The Help

Animated Feature Film
Rango by Gore Verbinski

Art Direction
Hugo
Production Design: Dante Ferretti; Set Decoration: Francesca Lo Schiavo
   
Cinematography
Robert Richardson (Hugo)
   
Costume Design
Mark Bridges (The Artist
    
Documentary (Feature)
Undefeated
TJ Martin, Dan Lindsay and Rich Middlemas

Documentary (Short Subject)
Saving Face
Daniel Junge and Sharmeen Obaid-Chinoy
   
Film Editing
Kirk Baxter and Angus Wall (The Girl with the Dragon Tattoo
   
Foreign Language Film
A Separation - Iran

Makeup
Mark Coulier and J. Roy Helland (The Iron Lady)

Music (Original Score)
Ludovic Bource (The Artist)
  
Music (Original Song)
"Man or Muppet" from The Muppets
Music and Lyric by Bret McKenzie
   
Short Film (Animated)
The Fantastic Flying Books of Mr. Morris Lessmore by William Joyce and Brandon Oldenburg
   
Short Film (Live Action)
The Shore  by Terry George and Oorlagh George
 
Sound Editing
Philip Stockton and Eugene Gearty (Hugo)
   
Sound Mixing
Tom Fleischman and John Midgley (Hugo)
  
Visual Effects
Rob Legato, Joss Williams, Ben Grossmann and Alex Henning (Hugo)
    

   

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a cura di Emanuele P. (del 06/02/2012 @ 16:09:26, in Al Cinema, linkato 1427 volte)

Hesher è stato qui
(Hesher)
Spencer Susser, 2010 (USA), 100'
uscita italiana: 3 febbraio 2012
voto su C.C.

La vita del piccolo T.J. (Devin Brochu) è cambiata dopo la morte della madre in un incidente stradale. Il padre (Rainn Wilson) vegeta tutto il giorno su un divano afflitto dal senso di colpa, mentre la nonna (Piper Laurie), stoicamente intenta a tenere in piedi la famiglia, sembra troppo malata per sopravvivere abbastanza a lungo da salvarla. Tutti gli indizi per una adolescenza deviata sono lampanti, ma a salvare T.J. arriva Hesher (Joseph Gordon-Levitt) punkabbestia spietato che migliorerà, a suo modo, il futuro di tutti.

Il primo lungometraggio di Spencer Susser sembra una versione metal di Mary Poppins. Invece di arrivare leggiadramente paracadutato da un ombrello magico, Hesher entra nella vita di un bambino abbandonato dal padre (almeno emotivamente) con il suo furgone malconcio, sempre preceduto dal tambureggiare di un qualche motivo hard rock. All'inizio il ragazzaccio diventa l'incubo di T.J., che lo crede pronto a un qualche genere di bellicosa revanche (indirettamente, è stato la causa del suo “sfratto” da una villetta in costruzione) ma angheria dopo angheria diventa evidente che Hesher è lì per prepararlo alla vita, visto che il padre sembra diventato incapace di riuscirci. Ognuna delle metafore volgari che il protagonista ci regala è l'equivalente delle canzoncine con le quali la Poppins compie il lavaggio del cervello ai bambini che le sono stati affidati: si parla di orge, serpenti e testicoli mancanti ma in realtà si fa riferimento ad alcune tra le verità più essenziali della vita. Tra queste è ovviamente inclusa, sempre nello stile Hesher, anche una lezioncina niente male sulle ragazze, impartita grazie alla collaborazione di una meravigliosa Natalie Portman, che nonostante tenti in ogni modo di risultare poco affascinante, ruba l'occhio (e il cuore) in ogni scena nella quale appare.
Susser si affida a uno stile molto aggressivo, come vuole il suo “eroico” protagonista, divertendosi a destabilizzare spesso lo spettatore, che viene sorpreso e a volte persino spaventato pur finendo col ridacchiare molto più del previsto. Tutto, dal montaggio sino ai titoli di coda, è molto rock; anche Gordon-Levitt si scrolla di dosso l'etichetta di perenne promessa del cinema americano concedendosi un ruolo da “bastardo” tatuato, e sembra godersi alla grande ogni minuto di girato.
Probabilmente Hesher non vincerà alcun premio, né sarà apprezzato da molti pseudo-esperti imbalsamati, ma una cosa è certa: vi farà passare un'ora e mezza finalmente lontani da banalità e cliché (con tanto di “morale” nascosta tra le righe). Mica poco, di questi tempi.
Favola.
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a cura di Emanuele P. (del 02/02/2012 @ 15:38:27, in Al Cinema, linkato 1861 volte)

Millennium – Uomini che odiano le donne
(The Girl with the Dragon Tattoo)
David Fincher, 2011 (USA), 160'
uscita italiana: 3 febbraio 2012
voto su C.C.

Primo episodio di Millennium, l'acclamata trilogia del fu Stieg Larsson, Uomini che odiano le donne introduce i personaggi di Mikael Blomkvist (Daniel Craig) giornalista specializzato in inchieste d'assalto e Lisbeth Salander (Rooney Mara) hacker sociopatica dall'innato talento investigativo. Per l'occasione i due si trovano ad indagare su un mistero vecchio di cinquantanni.

Qualche anno fa da queste pagine vi raccontavamo del primo, goffo, tentativo di proporre su celluloide il famigerato romanzo di Larsson. Il risultato era un film mediocre, tanto da far urlare (almeno internamente) allo scandalo venuti a conoscenza dell'idea di spremere per l'ennesima volta le opere dello scrittore svedese, che come molti colleghi ha visto la sua carriera decollare dopo una prematura dipartita. David Fincher riesce invece a dimostrare come un indiscutibile talento dietro la macchina da presa sostenuto da uno sceneggiatore capace (Steven Zaillan, nelle sale in questo periodo anche con Moneyball) può nobilitare qualsiasi storia, a maggior ragione se si tratta di una trama avvincente, con personaggi fortemente caratterizzati e l'oliato meccanismo del whodunit a garantire la giusta dose di suspense.
La consueta “mutazione” del titolo nella versione internazionale (The Girl with the Dragon Tattoo) stavolta sembra particolarmente adatta all'approccio che Fincher e colleghi hanno deciso di utilizzare: il centro della narrazione è infatti proprio la hacker tatuatissima piuttosto che gli svariati uomini con patologiche tendenze alla misoginia. Si tratta di una protagonista insolita, quasi anti-cinematografica, paradossalmente ben più capace di conquistare l'empatia dello spettatore rispetto all'eroe designato, Mikael. Oltre all'interessante caratterizzazione offerta dagli autori, buona parte del merito va senza dubbio a Rooney Mara, che interpreta magistralmente il personaggio facendo dimenticare presto le “versioni” precedenti – e candidandosi, tra l'altro, alla conquista di qualche premio.
Fincher rilegge l'opera di Larsson traducendola nel suo linguaggio personale: ogni personaggio è un paria, alla vana ricerca di un ruolo nella società e ancora prima alla ricerca del proprio equilibrio interiore; la cifra stilistica del regista di Fight Club e Seven (ma anche di The Social Network) si adatta infatti in modo molto efficace al romanzo, che dipinge una Svezia inaspettatamente eterogenea, dove ognuno sembra avere qualche demone contro cui lottare, dal vecchio Venger (notevole l'interpretazione di Christopher Plummer) sino all'ultimo dei suoi bizzarri parenti.
The Girl with the Dragon Tattoo è in ogni senso un'opera “originale”, diretta da un ottimo professionista del genere. Conquista sin dai primi istanti, quando viene svelata l'atmosfera che dominerà l'intera narrazione e riesce a non soffrire una durata senza dubbio “impegnativa”. L'inevitabile richiamo ai futuri capitoli della serie, che pende come una spada di Damocle sul finale, appare l'unica cosa fuori posto.
Nella nostra personale crociata contro l'abominio che stanno diventando i thriller, al cinema sempre più spesso trasformati in un inguardabile ibrido tra horror e paranormale, Fincher ci regala dunque una gioia. L'ennesima.
Garanzia.
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