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 Leone... di Mario T.
 
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Io sono, diciamo, come un pittore che dipinge fiori. È la maniera di trattare le cose che mi interessa. Ma, d'altra parte, se fossi un pittore, direi: "Io posso dipingere solo ciò che contiene un messaggio".

Alfred Hitchcock
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
a cura di Emanuele P. (del 19/10/2011 @ 12:17:33, in Contenuti Speciali, linkato 1190 volte)

I fratelli Ethan e Joel Coen negli ultimi decenni hanno dato vita ad un universo cinematografico incredibilmente eterogeneo, spaziando con abilità tra generi e registri differenti, dal noir alla commedia, dal giallo al western. Ognuna delle loro opere lascia poi liberi i più volenterosi di ricercare (e scoprire) allegorie e significati inaspettati: nulla infatti appare per caso in un film della coppia di Minneapolis. La monografia che Moviement Magazine dedica ai Coen Brothers diventa perciò una preziosa torcia con la quale illuminare questo stravagante mondo, attraverso una raccolta di saggi, approfondimenti ed interviste, testi originali o traduzioni di preziose opere inedite in italiano. L'intera cinematografia coeniana, dagli esordi di Blood Simple sino al recente Il Grinta, viene interpretata adottando punti di vista spesso inconsueti, e dunque perfetti per dissezionare le opere di due registi (divenuti ormai un'unica, mitologica, entità) così lontani dal mainstream hollywoodiano.
Una breve citazione, che introduce proprio il primo saggio della monografia, cristallizza a meraviglia la Coen experience:

I Coen sono dei registi arguti che conoscono molto bene il cinema e poco la vita reale
Emanuel Levy, Cinema of Outsiders, NYU Press, 2001

Per ulteriori informazioni:
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a cura di Emanuele P. (del 11/10/2011 @ 14:55:00, in Al Cinema, linkato 1884 volte)

Carnage
(Carnage)
Roman Polanski, 2011 (Francia, Germania, Polonia, Spagna), 79'
uscita italiana: 16 settembre 2011
voto su C.C.

I Longstreet (Jodie Foster, John C. Reilly) ospitano nel loro appartamento newyorkese i Cowan (Kate Winslet, Christoph Waltz). Oggetto del contendere è uno screzio tra i rispettivi figli, culminato in una bastonata e qualche dente rotto. Nonostante i propositi altissimi, ben presto l'incontro prenderà una piega grottesca.

Come i suoi colleghi Truffaut, Chabrol e Rohmer, anche Roman Polanski condivise la sacrosanta crociata contro i numerosi detrattori (tra i critici di cinema) che ritenevano Hitchcock troppo “commerciale” per essere considerato un grande maestro della Settima Arte. Sin da Il coltello nell'acqua le opere del cineasta polacco hanno sempre seguito il solco tracciato dal suo mentore, sebbene fossero caratterizzate da gusto e stile molto personali – Repulsion, L'inquilino del terzo piano, Rosemary's baby giusto per citare qualche esempio; non suoni perciò stonato affermare che questo taglientissimo adattamento della piéce teatrale Le deau du carnage (di Yasmina Reza, co-autrice della sceneggiatura) ha le sue radici cinematografiche ben radicate nell'immaginario hitchcockiano. Come in Nodo alla gola, tutta la narrazione si svolge in un appartamento, nel quale la presenza di pochi personaggi è sufficiente per dar vita a un raffinato climax di suspense: nel 1948 c'era di mezzo, ovviamente, un omicidio ma nel 2011 basta solo un alterco tra bambini. Il cadavere nascosto dagli antieroi del film di Hitchcock non è più ingombrante dell' “elefante” che occupa la stanza con queste due educatissime coppie della middle class. I padroni di casa, genitori della “vittima”, sono combattuti tra gli imperativi morali dell'idealista Penelope (Foster) e l'atteggiamento conciliante del marito Michael (Reilly), mentre dalla parte del "carnefice" si confrontano il sincero disinteresse del padre, Alan (Waltz), e il finto interesse della madre, Nancy (Winslet). Gradualmente, nel salotto dei Longstreet si sgretolano tutte le convenzioni del politically correct occidentale: il dio del massacro, citato da Alan in risposta alle filippiche di Penelope sul Darfur, diventa protagonista. O, in altri termini, viene riportato in auge quell'Angelo Sterminatore al quale un altro grande maestro del cinema, Buñuel, aveva reso omaggio nel lontano 1962. Anche nell'appartamento newyorkese infatti i nostri protagonisti sembrano fisicamente incapaci di varcare la porta che li condurrebbe lontani da questa discussione, a cui nessuno di loro vuole veramente partecipare – eccetto forse Penelope che, pur in un modo esasperato e demagogico, sembra l'unica ad aver a cuore il futuro degli “stronzetti”, come i bambini vengono più volte apostrofati dagli altri litiganti. Bastano poche battute e qualche gesto per demolire con sottile cinismo tutto il nostro mondo, fondato su bon ton ed ipocrisia; anche degli impeccabili rappresentanti della borghesia (l'intera classe dirigente messicana nel caso del film di Buñuel) se lasciati in “cattività” e disinibiti da un po' di alcol sono capaci di regredire sino al primordiale homo homini lupus. Paradossalmente, è proprio l'odioso personaggio interpretato da Waltz (una piacevole conferma dopo la grande performance in Inglorious Basterds) ad apparire, infine, il più onesto.
Catartico.
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a cura di Emanuele P. (del 04/10/2011 @ 11:45:46, in Anteprime, linkato 1930 volte)

Melancholia
(Melancholia)
Lars von Trier, 2011 (Danimarca, Francia, Germania, Svezia), 130'
uscita internazionale: Festival di Cannes 2011
uscita italiana: 21 ottobre 2011
voto su C.C.

Melancholia, imperscrutabile pianeta blu in rotta di collisione con la Terra, veglia sulle disavventure di due sorelle con evidenti disturbi emotivi. La più giovane (Kirsten Dunst) è afflitta da una psicosi che le impedisce di essere felice persino nel giorno del suo matrimonio perfetto; per lei l'apocalisse imminente è una sorta di piacevole liberazione dalle miserie della vita. L'altra sorella (Charlotte Gainsbourg) vive invece con patologica ansia l'eventualità del disastro e tenta di cullarsi nelle rassicurazioni del marito scienziato (Kiefer Sutherland), convinto che non accadrà nulla di terribile. Come chiaro sin dal principio, si sbaglia.

Ci sono due fondamentali motivi per i quali vale la pena di vedere Melancholia: la evocativa sequenza iniziale – nella quale il genio visivo di Lars von Trier ha modo di esprimersi in una totale, anarchica, libertà – e le irresistibili fossette che illuminano il viso di Kirsten Dunst quando sorride.
Purtroppo per il regista danese, entrambe fanno la loro comparsa già nei primissimi minuti della pellicola: da lì in poi l'intero film si sviluppa con pigrizia, indirizzato verso l'inevitabile finale.
Von Trier, dogmatista redento dal 2005, ha infatti deciso di rinnegare gli anni della fedeltà al provocatorio manifesto che dipingeva come demoniaci budget elevati ed effetti speciali (ma anche colonne sonore, scenografia ed ogni altro elemento in grado di rendere piacevole un'opera) catapultandosi in un baccanale di meravigliosi contrasti luminosi, slow motion e digital efx di ogni genere. Anche l'osteggiato (nel lontano 1995) contrappunto musicale diviene parte integrante, se non vero e proprio fulcro, della narrazione, col ciclico risuonare delle commoventi note wagneriane del Preludio da Tristan und Isolde quale perfetta cornice per il malinconico trascinarsi della storia. C'è un perenne senso di angoscia che pende sulle vicende dei protagonisti, anche quando questi sembrano intenti a divertirsi in un ambiente iper-protetto. Si tratta di quella “melancholia” che affligge il personaggio della Dunst ed è uno stato mentale: la depressione. Come dichiarato a Cannes dallo stesso regista, è proprio questo il soggetto del suo film, più che l'apocalisse; uno dei mali del nostro secolo del quale si fatica a comprendere la gravità. Tutti i familiari di Justine-Dunst continuano a raccomandarle di sorridere, incapaci di immaginare il motivo per cui non ci riesca nonostante il costosissimo matrimonio “da favola” che le hanno preparato. Persino la sorella ammette di “odiarla, a volte” per i suoi comportamenti inspiegabili. È pronta però la soluzione definitiva, l'enorme ed ammaliante pianeta blu nel quale la melancholia prende minacciosa forma. Adesso anche Claire-Gainsbourg può finalmente provare empatia per la condizione di Justine, di fronte alla prospettiva di vedere il suo mondo perfetto sparire da un istante all'altro; è proprio in questa situazione che invece la sorella più piccola trova una nuova dimensione, in perfetta comunione con l'imminente destino, garantendo ad entrambe una serena uscita di scena – e garantendo a von Trier una notevole conclusione.
Resi al cineasta scandinavo i giusti meriti in quanto a stile e allegorie, resta però forte l'impressione che molto del materiale presente nella parte centrale del film sia quasi “di riciclo”, con l'utilizzo di qualche idea stantia proposta con ritmo troppo spesso noioso. Le interpretazioni di tutto il cast – nel quale figurano con, purtroppo, poco più che camei anche Charlotte Rampling, John Hurt e Udo Kier, nel ruolo di disperato wedding planner – sono estremamente convincenti; in particolare le due protagoniste restituiscono i loro personaggi con intensità tale da coinvolgere in pieno uno spettatore piuttosto narcotizzato dalla cadenza della narrazione, e riescono nell'impresa di “salvare” una buona parte del film. La sequenza finale porta a termine l'opera, ripagando (nella sua prevedibilità) ogni aspettativa.
Provocazione (troppo) prolissa.
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