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 Fellini ....... di Emanuele P.
 
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
a cura di Emanuele P. (del 23/04/2011 @ 18:42:55, in Al Cinema, linkato 1656 volte)

Lo stravagante mondo di Greenberg
(Greenberg)
Noah Baumbach, 2010 (USA), 107'
uscita italiana: 8 aprile 2011
voto su C.C.

Appena dimesso da un istituto psichiatrico, Roger Greenberg (Ben Stiller) accetta l'invito del fratello Phillip (Chris Messina) a custodire per qualche settimana la sua villa losangelina. Ad attenderlo nella città degli angeli ci sono la affascinante tuttofare Florence (Greta Gerwig) e Mahler, cagionevole pastore tedesco di famiglia, ma soprattutto ci sono tutti i fantasmi della sua "vita passata" pronti a fare di nuovo capolino.

Noah Baumbach è un validissimo sceneggiatore. Già con le sue opere precedenti (in particolare con la collaborazione al piccolo capolavoro Le avventure acquatiche di Steve Zissou) ha dimostrato una grande sensibilità nel tratteggiare il profilo di personaggi insoliti, prigionieri di idiosincrasie, che faticano a condividere il mondo con il resto della intollerabile umanità. Così vede la luce Roger Greenberg, individuo odioso e scostante che sembra affascinare solo Florence, attratta dalla sua vulnerabilità e vittima della consueta sindrome già resa paradigma dal solito Hitchcock (Io ti salverò - 1945): in quell'abisso di autodistruzione la ragazza, reduce dalla fine di una storia importante, trova una nuova raison d'être. Salvare Greenberg è però un'impresa ardua, persino per uno dei personaggi più amabili dell'ultima stagione cinematografica, perché a Los Angeles il burbero newyorkese deve confrontarsi con tutti quelli che ha deluso quando, da giovane, ha mandato all'aria un importante contratto per la sua band. Sono motivo di infelicità gli (ex) amici che sono diventati uomini di successo senza di lui, ma anche Ivan (Rhys Ifans), salvato dal baratro di alcol e droga solo da una donna che Greenberg odia. È così più comprensibile la vita all'insegna dell'atarassia che Roger si è scelto, nella quale nulla sembra turbarlo né importargli particolarmente, ma si tratta di una vita in cui non può esistere la felicità. Solo Florence tenterà di salvare anche lui.
In questo faticoso percorso di redenzione brilla la coppia di protagonisti Gerwig-Stiller, perennemente intenta in discussioni surreali e schermaglie simil-amorose; Baumbach si limita a seguirne le peripezie con una regia mai invadente, “da sceneggiatore”. Dà valore a ciò che ha scritto, lasciando la ribalta ai suoi personaggi. Il risultato è un film molto piacevole, che si perde però alla distanza.
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a cura di Emanuele P. (del 16/04/2011 @ 12:03:28, in Contenuti Speciali, linkato 1316 volte)

Sequenza tratta dal film:

Quinto Potere
(Network)
Sidney Lumet, USA(1976), 121'

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a cura di Emanuele P. (del 11/04/2011 @ 00:23:35, in Al Cinema, linkato 1857 volte)

 The Next Three Days
(The Next Three Days)
Paul Haggis, 2010 (USA, Francia), 122'
uscita italiana: 8 aprile 2011
voto su C.C.

La vita di John Brennan (Russell Crowe) viene distrutta quando l'amata moglie Lara (Elizabeth Banks) è condannata per omicidio. Perse anche le ultime speranze nei meccanismi della giustizia "convenzionale", questo perfetto uomo qualunque saprà trasformarsi in una versione ingentilita del vostro eroe da action movie preferito, pronto a far evadere la consorte e progettare una nuova vita col loro figlioletto (Ty Simpkins).

Paul Haggis, apprezzato sceneggiatore (Million Dollar Baby, Flags of our fathers, Letters from Iwo Jima) passato da qualche anno alla regia con buon successo (Crash, Nella valle di Elah), mette in scena il remake di un oscuro film francese, Pour elle, provando a renderlo un affidabile blockbuster. Nella storia originale c'è però un insormontabile ostacolo, che neanche un rodato professionista del mestiere come Haggis è in grado di superare: l'intera narrazione si svolge in bilico tra drammone psicologico e chiassoso film d'azione, senza propendere mai in modo netto verso una delle due direzioni. Gli strazianti patemi del padre di famiglia che non riesce ad accettare la colpevolezza della moglie (data per scontata da tutti, persino dagli altri parenti) cozzano infatti con il successivo sviluppo che verte su piani machiavellici, inseguimenti in auto e rapine a trafficanti di droga; ad essere fuori luogo non è tanto la “commistione di generi” ma bensì quello che inevitabilmente ne consegue: la parte ispirata al dramma introspettivo soffre le incongruenze e le esagerazioni della trama mentre l'action film è stroncato da uno sviluppo macchinoso e condizionato dall'eccessivo spazio lasciato all'approfondimento della psicologia dei personaggi. Si tratta del proverbiale cane che si morde la coda, un circolo vizioso dal quale Haggis fatica ad emergere, nonostante possa avvalersi di un cast all'altezza e di una valida produzione (spicca la colonna sonora, firmata da Danny Elfman). Peccato, perché lo sceneggiatore americano ha dimostrato di avere talento, anche dietro la cinepresa, persino in questa occasione. Non mancano infatti alcune ottime scene e più in generale è comunque da apprezzare la struttura scelta per la narrazione, scandita da una originale concezione del tempo (che finisce col “giustificare” l'enigmatico titolo). La decisione di dedicarsi all'ennesima americanizzazione di un'opera europea non sembra però l'idea del secolo.
Rimandato.
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a cura di Emanuele P. (del 08/04/2011 @ 15:21:14, in Al Cinema, linkato 1759 volte)

 

Boris – Il Film
(Boris – Il Film)
Giacomo Ciarrapico, Mattia Torre, Luca Vendruscolo, 2011 (Italia), 108'
uscita italiana: 1 aprile 2011
voto su C.C.

«Massimo... ma te non facevi il teatro... quello serio...»
«Ho fatto Ronconi. Ho fatto Sorrentino. E mo ho fatto i sordi...»
Diagolo tra René Ferretti ed una star da cinepanettone.
 
“Geniale” è un aggettivo decisamente inflazionato nel nostro bizzarro paese, ma ci sono occasioni (rare) nelle quali è giusto scomodarlo. Sin dal 2007, anno del primo approdo televisivo, il serial tv Boris ha illuminato il suo fedelissimo pubblico, sempre più numeroso, grazie ad un approccio nuovo e tremendamente efficace, che coniugava meta-televisione e comicità intellettualoide. Il pretesto era raccontare la realtà che si nasconde dietro le quinte di una delle mille soap opera e fiction che infestano la tv generalista; è questo l'habitat del nostro eroe, René Ferretti (Francesco Pannofino, noto ai più come “la voce” di molte star hollywoodiane) regista ormai disilluso, la cui forma mentis è riassumibile nella massima che urla sempre ai suoi compagni d'avventura: “facciamo le cose a cazzo di cane!!”. La fiction è una fabbrica di idee, generate in serie, svuotate di ogni contenuto: gli attori sono “cani e cagne”, i tecnici cercano di lavorare il meno possibile – capofila il mitico Duccio (Ninni Bruschetta), direttore della fotografia cocainomane che “apre tutto” in ogni scena, garantendo la consueta immagine sfocatissima che trasuda finzione –, produttori e direttori di rete sono artisti dell'intrallazzo che dipendono dal politicante o corruttore di turno. René è diventato un mestierante, abilissimo nel trovare compromessi, nello smussare angoli, nel risolvere i problemi più assurdi pur di portare a casa l'indispensabile girato che, ovviamente, ha successo. Piace al grande pubblico proprio perché è spazzatura, la spazzatura alla quale si sono ormai assuefatti.
È questa la geniale intuizione di un trittico di menti brillanti (Giacomo Ciarrapico, Mattia Torre, Luca Vendruscolo) che mette in scena da ormai tre stagioni il teatrino della televisione sul canale satellitare FOX, raccontando delle giornaliere disavventure di René e compagni grazie ad un cast straordinario, arricchito da sporadiche comparsate di livello; ogni personaggio è una macchietta esilarante, strappa risate che spesso partono persino dal cervello (e non dalla pancia). La truppa sbarca al cinema senza incertezze nella realtà come nella finzione: c'è da proporre un film tratto dal best seller La Casta e all'ottimo Ferretti viene affidata la regia. Nonostante gli iniziali propositi “altissimi”, lentamente le riprese verranno fagocitate dal mondo televisivo – partecipa alla produzione il solito Lopez (Antonio Catania) “retrocesso” dalla Rete per il flop di alcune sue fiction nel lager della sezione cinema, pieno di comunisti che manco si lavano. Non c'è spazio per l'Arte, non c'è spazio per tematiche importanti: quando, ormai fallito, il “progetto Casta” si trasforma in un cinepanettone, tutti gli intellettuali della Rete ne sono entusiasti. Perché il monito che René declama ad inizio film è sempre valido: “La televisione è come la mafia. Se ne esce solo da morti”.
Geniale.
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