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 Totò e Pier Paolo Pasolini... di Emanuele P.
 
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Film come sogni, film come musica. Nessun'arte passa la nostra coscienza come il cinema, che va diretto alle nostre sensazioni, fino nel profondo, nelle stanze scure della nostra anima.

Ingmar Bergman
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
a cura di Emanuele P. (del 28/02/2011 @ 16:00:53, in Re per una notte, linkato 1580 volte)

Sono stati premiati nella notte italiana i vincitori della 83esima edizione degli Academy Awards.
The King's Speech ed Inception si aggiudicano il maggior numero di statuine pelate (4), ma di ben diverso peso specifico. Al godibile film di Nolan infatti arrivano solo gli Oscar prettamente tecnici (perlomeno quelli...) mentre la iper-conservativa pellicola inglese conquista tutte le preferenze che rubano l'occhio, come sagacemente suggerito al momento della recensione (miglior film, regia, sceneggiatura originale e interprete maschile). Il nostro personalissimo favorito, Black Swan, si accontenta della irragiungibile Natalie Portman, premiata come miglior attrice protagonista.
Spielberg, chiamato a consegnare l'ambita statuetta per il miglior film, tradisce involontariamente i reazionari americani, ricordando quanti capolavori nella storia siano stati dimenticati al momento della scelta del premio.
Noi, insieme a Kubrick, Hitchcock e Leone (una ridotta delegazione degli obliati), annuiamo.

Ecco la lista completa dei vincitori:

Best Picture
“The King's Speech”

Directing
Tom Hooper “The King's Speech”

Writing (Adapted Screenplay)
The Social Network” Screenplay by Aaron Sorkin

Writing (Original Screenplay)
“The King's Speech” Screenplay by David Seidler

Actor in a Leading Role
Colin Firth in “The King's Speech”
   
Actor in a Supporting Role
Christian Bale in “The Fighter
 
Actress in a Leading Role
Natalie Portman in “Black Swan”
   
Actress in a Supporting Role
Melissa Leo in “The Fighter”
   
Animated Feature Film
“Toy Story 3” Lee Unkrich

Art Direction
“Alice in Wonderland”
Production Design: Robert Stromberg; Set Decoration: Karen O'Hara
   
Cinematography
“Inception” Wally Pfister
   
Costume Design
“Alice in Wonderland” Colleen Atwood
 
Documentary (Feature)
“Inside Job” Charles Ferguson and Audrey Marrs
 
Documentary (Short Subject)
“Strangers No More” Karen Goodman and Kirk Simon

Film Editing
“The Social Network” Angus Wall and Kirk Baxter

Foreign Language Film
“In a Better World” Denmark
 
Makeup
“The Wolfman” Rick Baker and Dave Elsey

Music (Original Score)
“The Social Network” Trent Reznor and Atticus Ross

Music (Original Song)
“We Belong Together” from “Toy Story 3" Music and Lyric by Randy Newman

Short Film (Animated)
“The Lost Thing” Shaun Tan and Andrew Ruhemann

Short Film (Live Action)
“God of Love” Luke Matheny

Sound Editing
“Inception” Richard King
  
Sound Mixing
“Inception” Lora Hirschberg, Gary A. Rizzo and Ed Novick

Visual Effects
“Inception” Paul Franklin, Chris Corbould, Andrew Lockley and Peter Bebb
 

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a cura di Emanuele P. (del 26/02/2011 @ 11:26:30, in Al Cinema, linkato 2082 volte)

Il grinta
(True Grit)
Ethan Coen, Joel Coen, 2010 (U.S.A.), 110'
uscita italiana: 18 febbraio 2010
voto su C.C.

La quattordicenne Mattie (Hailee Steinfeld) arriva in città armata solo di una parlantina mortifera per vendicare la morte del padre, ucciso da un delinquente di lunga data (Josh Brolin). Chiusi con grande abilità tutti gli affari del genitore, un mercante, utilizza i suoi fondi per reclutare il più “grintoso” tra i cacciatori di taglie della zona, lo sceriffo federale Cogburn (Jeff Bridges) burbero alcolista con un occhio bendato, al fine di rintracciare l'assassino in fuga. Alla loro ricerca si unirà il ranger texano LaBoeuf (Matt Damon), che è già da anni sulle tracce del fuggitivo.

Dopo il memorabile A Serious Man, i fratelli Ethan e Joel Coen tornano alla loro personalissima visione del West, mondo nel quale ogni questione si risolve con uno sparo ma sempre tenendo ben presente un improbabile codice etico e morale – persino il temibile bandito sdentato interpretato da Barry Pepper si dimostra molto attento nel rispettarlo. Remake dell'omonimo film del 1969, True Grit manca di quella intensità che aveva contraddistinto le precedenti escursioni nel genere dei registi americani e nonostante si riveli piacevole ed a tratti anche divertente, delude le attese.
Jeff Bridges è un totem attorno al quale è possibile costruire un film (questo i Coen lo sanno bene): porta nel vecchio West una versione agguerrita del Dude Lebowsky, un uomo sempre perso nei fumi dell'alcol ma comunque vigile, a dispetto delle apparenze pronto a garantire alla sua giovane compagna di viaggio grande sicurezza; interpreta a suo modo il personaggio che fu dell'icona John Wayne, barattando la rispettabilità con un ingombrante realismo. Con lui anche il resto del cast rende al meglio (Damon ormai si diverte in ruoli da anti-sex symbol) anche se la storia stenta a decollare: la svolta attesa da un momento all'altro arriva in sordina, quando scopriamo che l'imprendibile assassino altro non è che una versione “da cattivo” del nostro amato Cogburn; un personaggio per il quale siamo portati a provare pietà più che odio o timore, l'ennesimo fallito di un West in cui ci sono solo sconfitti. Il tocco dei Coen insomma illumina poco una storia non irresistibile (i cultori del genere potranno dissentire animatamente) lasciando dubbi sulla decisione di rimettere in scena un film che aveva già ottenuto una degnissima rappresentazione quarant'anni fa.
La moda del remake non fa prigionieri, neanche tra i più capaci.
Dimenticabile.
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a cura di Emanuele P. (del 23/02/2011 @ 18:14:34, in Al Cinema, linkato 2361 volte)

Il cigno nero
(Black Swan)
Darren Aronofsky, 2010 (U.S.A.), 110'
uscita italiana: 18 febbraio 2011
voto su C.C.

Nina (Natalie Portman) è una giovane ballerina di danza classica intrappolata tra enormi insicurezze che anche la soffocante madre-matrona (Barbara Hershey) sembra contribuire a rendere insostenibili. La sua vita è ossessionata dalla ricerca della perfezione: nessun’altra cosa ha importanza. Finalmente, per l’ennesima messa in scena de Il Lago dei Cigni, il coreografo della sua compagnia (Vincent Cassel) sceglie di affidarle il complesso ruolo da protagonista, che la costringerà a confrontarsi con la sua insospettabile parte “oscura”.

Un buon metro di giudizio per valutare le capacità di un auteur è vederlo alle prese con una location banalissima: l’interno di un club-discoteca. Questo genere di ambientazione miete ogni anno numerose vittime tra registi e direttori della fotografia, ma ha anche esaltato i migliori cineasti degli ultimi decenni. Da oggi, insieme a Carlito’s Way, The 25th Hour e Abre los ojos (solo per citare i primi film che tornano alla mente) può figurare in questa bizzarra elite cinematografica anche Black Swan, grazie al breve estratto psichedelico ambientato in un locale newyorkese che fa da intermezzo tra realtà e paranoia, nella serata in cui Nina cede coscientemente, per la prima volta, alle lusinghe del suo personalissimo Cigno Nero – nelle sembianze della disinibita Lily (Mila Kunis).
Di fronte al Cinema di Darren Aronovsky è difficile restare indifferenti. Come accade con ogni autore caratterizzato da stile deciso ed allergia ai compromessi, le sue opere sono spesso da amare oppure odiare, senza mezzi termini. Dopo aver riportato in auge ciò che restava di Mickey Rourke nel godibile The Wrestler, il regista americano mette in scena un’altra esistenza sacrificata sull’altare dell’arte: nella fragilissima Nina troviamo infatti la stessa dedizione al limite del masochismo sfoggiata dal combattente biondo, con ferite e cicatrici (fisiche, mentali) pronte a dimostrare come tra un palcoscenico prestigioso e una palestra di infimo ordine non ci sia differenza quando si è disposti a tutto pur di soddisfare il proprio ideale di perfezione.
Aronovsky sin dalla primissima scena sceglie di mutuare il suo punto di vista da quello della protagonista, Nina, e sfrutta la parziale ambiguità di alcuni personaggi (la madre, Lily) per costruirne delle proiezioni che agiscono e si comportano assecondando le idiosincrasie della giovane ballerina; questa narrazione in "prima persona" è parzialmente dissimulata durante tutto il film, divenendo complice di ognuno degli inganni nel quale inciampa l'ignaro spettatore, fino al coupe de theatre finale.
La eccezionale interpretazione di Natalie Portman riesce a sostenere perfettamente questa pesante architettura, che richiede inattese capacità da etoile oltre a una grande espressività, e ci accompagna in un delirante climax che culmina con l’esplosione della psicosi sino a quel momento solo suggerita. Con ritmo ipnotico, Aronofsky sfrutta ogni occasione per destabilizzare, per incrinare quell’equilibrio considerato sacro da molti suoi colleghi; il confine tra “realtà” ed “immaginazione” è sempre sfumato, quasi invisibile: dipende da un grado di sensibilità e coinvolgimento prettamente soggettivi. Le melodie di Čajkovskij, supportate dalle musiche originali del fedelissimo Clint Mansell, punteggiano egregiamente la narrazione, contribuendo in modo decisivo alla riuscita della messa in scena – merita di essere menzionato anche il direttore della fotografia, Matthew Libatique, straordinario nella succitata sequenza del locale.
Con stile naïf, lontano dai canoni del filone mainstream, Aronofsky fa irruzione nel mondo ingessato del balletto classico, rivoluzionandone ideali ed apparenze, ma solo per giungere alla consueta “lectio”: per amore dell’arte si deve essere disposti a tutto, persino a morire. Probabilmente si tratta dello stesso imperativo che anima anche il suo prezioso modo di fare Cinema.
Da vedere. E rivedere.
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a cura di Emanuele P. (del 10/02/2011 @ 19:43:59, in Al Cinema, linkato 1659 volte)

Into Paradiso
(Into Paradiso)
Paola Randi, 2010 (Italia), 104'
uscita italiana: 11 febbraio 2011
voto su C.C.

Napoli, giorni nostri. Alfonso (Gianfelice Imparato) è un ricercatore universitario che vede recapitarsi la lettera-spauracchio temuta da tutti quelli nella sua situazione: il tempo determinato del contratto accademico s'è bruscamente esaurito. L'unico modo per salvarsi, gli suggerisce il compare cinematografaro di quart'ordine (Gianni Ferreri), è chiedere la grazia al vecchio amico Vincenzo (Peppe Servillo) ben inserito nei maneggi della politica. Nulla però viene via gratis nella patria degli intrallazzi, e Alfonso si troverà coinvolto in una faida tra camorristi dalla quale potrà salvarsi solo grazie all'aiuto di Gayan (Saman Anthony) e della coloratissima comunità srilankese che vive in un palazzo semi-abbandonato.

La esordiente Paola Randi si lancia in un'impresa dai presupposti non esattamente originali (durante la narrazione fanno capolino una discreta quantità di cliché) ma riesce comunque a portare a casa un buon risultato, grazie alla convincente resa degli interpreti ed a uno stile molto vivace, che si fa coinvolgere dalla moda dell'etnico senza restarne intrappolato. Il parallelo tra le due dimensioni di “precariato”, ahinoi sempre molto attuale, è particolarmente interessante: sia lo sfortunato ricercatore, sia l'ex campione di cricket vedono svanire da un momento all'altro ogni prospettiva di rispettabile sopravvivenza, con anni di meriti (accademici, sportivi) che vengono spazzati via dalla cinica realtà. Alle loro disavventure è legata quella, non meno miserabile, di un politicante pronto a giungere ai consueti compromessi pur di accaparrarsi la tanto ambita poltrona, ed ecco che l'impacciato Alfonso fa la sua comparsa, da perfetto agnello sacrificale. Senza saperlo, l'uomo si ritrova coinvolto nella consegna di un “piezzo” (una pistola) che diventa agguato tra delinquenti, e nella sua disperata fuga trova rifugio nel cuore della comunità srilankese, dove s'imbatte nei patemi di Gayan, giunto in Italia da star ma ridotto a far da badante ad una bisbetica signora, pur di racimolare i soldi per fuggire di nuovo in patria. Con meravigliosa vista sul Vesuvio, il paradiso dove questi due eroi sono costretti a convivere (tetto della fatiscente abitazione in cui gli asiatici sono ghettizzati) rende presto evidente che il presunto “scontro” tra culture è solo nella mente di chi si ostina a combatterlo: i due mondi, seppur molto distanti, trovano grande coesione nel nome della solidarietà tra disgraziati. La regista è però poco interessata alle facili morali da ricercare nella storia o alle soffocanti conclusioni a tarallucci e vino; si limita a proporre una gradevole commedia, colorata e senza cadute di ritmo, nella quale i camorristi vengono stigmatizzati in macchietta ed a vincere sono i perdenti per eccellenza. Il protagonista, Gianfelice Imparato, si dimostra assolutamente all'altezza, grazie ad una grande capacità di comunicazione e all'empatia che risveglia istantaneamente nello spettatore; con la sua interpretazione ricorda molto alcuni personaggi memorabili dei primi lavori di Sorrentino, nei quali spicca un ammirevole rovesciamento dello stereotipo partenopeo: furbizia e savoir-faire sono soppiantati da timidezza e ingenuità. Maschere che anche l'altro Servillo (Toni) ha saputo rendere immortali.
Esordio coraggioso.
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