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 Spike Lee... di Emanuele P.
 
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Il miglior modo per imparare a fare un film è farne uno.

Stanley Kubrick
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
a cura di Emanuele P. (del 24/12/2010 @ 12:07:30, in Contenuti Speciali, linkato 4345 volte)
Rispettando la tradizione, auguriamo Buon Natale e un ottimo 2011 ai nostri lettori con la raccolta delle recensioni proposte quest'anno riguardanti i film distribuiti nelle nostre sale.
Come sempre, i voti sono quelli segnalati anche sulla Cineblogger Connection.

 L'uomo nell'ombra di Roman Polanski

 Inception di Christopher Nolan

 An Education di Lone Scherfig

 Shutter Island di Martin Scorsese

 Revanche - Ti ucciderò di Götz Spielmann

 Gli amori folli di Alain Resnais

 Il segreto dei suoi occhi di Juan José Campanella

 Fish Tank di Andrea Arnold

 Scott Pilgrim vs. the World di Edgar Wright

 Alice in Wonderland di Tim Burton

 My Son, My Son, What Have Ye Done di Werner Herzog

 The Killer Inside Me di Michael Winterbottom

 The Social Network di David Fincher

 Animal Kingdom di David Michôd

 Incontrerai l'uomo dei tuoi sogni di Woody Allen

 Amabili resti di Peter Jackson

 City Island di Raymond De Felitta

 Fratelli in erba di Tim Blake Nelson

 Buried - Sepolto di Rodrigo Cortés

 Mine Vaganti di Ferzan Ozpetek

 Sunshine Cleaning di Christine Jeffs

 Giustizia privata di F. Gary Gray

 Wall Street: Il denaro non dorme mai di Oliver Stone

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a cura di Emanuele P. (del 21/12/2010 @ 12:34:37, in Al Cinema, linkato 1835 volte)

Buried - Sepolto
(Buried)
Rodrigo Cortés, 2010 (Spagna), 95'
uscita italiana: 15 ottobre 2010
voto su C.C.

Quando, nel 1948, Alfred Hitchcock si mise in testa di girare un film che fosse concettualmente composto da un unico piano sequenza (motivi pratici costrinsero il regista a montare frammenti da venti minuti ciascuno, per ovviare al problema del cambio della bobina) in molti lo considerarono un folle, convinti che sarebbe stato impossibile ottenere una resa efficace, tenendo anche presente il genere di storia che veniva trattata. Eppure Rope (Nodo alla gola) fu un discreto successo di pubblico e critica, ed è considerato ancora oggi un punto altissimo della cinematografia del Maestro della suspense, proprio perché appare l'ennesima dimostrazione che alla base del pathos non ci debbano essere per forza ariosi movimenti di macchina e coreografiche esplosioni, ma bensì creatività e conoscenza del mezzo. Lo spagnolo Rodrigo Cortés, mezzo secolo dopo, tenta di mettere in scena qualcosa di similmente rivoluzionario, riducendo lo spazio scenico ai pochi centimetri quadrati di una vecchia bara di legno e lasciando il proscenio ad un uomo terrorizzato in balìa di un blackberry con menù in iracheno. Paragoni blasfemi a parte, il risultato è piuttosto convincente.

Ryan Reynolds interpreta un contractor americano, incaricato di trasportare un qualche genere di merci nel deserto dell'Iraq, che in seguito ad un'imboscata si ritrova intrappolato in una bara e sepolto sotto qualche metro di terra. Le esose richieste dei suoi sequestratori (che gli vengono comunicate con un cellulare, unico contatto tra l'uomo e il mondo esterno) e la necessità da parte delle autorità americane di mantenere un basso profilo circa la sua disavventura, complicheranno ulteriormente la faccenda.

La scommessa di Cortés è per la maggior parte vincente: l'ora e mezza di narrazione risulta molto avvincente, senza cali di tensione o situazioni ridondanti. Il regista spagnolo (autore anche del montaggio), con la collaborazione della efficace fotografia di Eduard Grau, riesce coraggiosamente ad attaccare molti dei cliché del genere, ottenendo la massima resa da ognuno dei pochi elementi scenici messi a disposizione dalla trama – un coltellino, una fiaschetta “alcolica”, l'accendino, qualche pillola, oltre al famigerato telefonino. Ovviamente è richiesta da parte dello spettatore una discreta sospensione del raziocinio, che faccia passare in secondo piano alcune forzature della storia, ma la ricompensa per questo momentaneo allontanamento dalle logiche della realtà viene ripagato abbondantemente dalla pellicola, che tiene incollati alla poltrona grazie al suo ritmo serrato e allo stile “ringhiante” e un po' naif che Cortés predilige.
Buried è insomma l'esempio emblematico di come sia più redditizio investire in fantasia ed estro piuttosto che in pretenziosi (e costosissimi) kolossal. La terza, ma anche la quarta, la quinta e la sesta dimensione possono essere facilmente trovate nella mente di chi guarda. Senza bisogno di occhialetti speciali.
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a cura di Emanuele P. (del 06/12/2010 @ 15:14:37, in Al Cinema, linkato 1837 volte)

Incontrerai l'uomo dei tuoi sogni
(You Will Meet a Tall Dark Stranger)
Woody Allen, 2010 (Usa, Spagna), 98'
uscita italiana: 3 dicembre 2010
voto su C.C.

Helena (Gemma Jones), in preda alla disperazione, si convince ad accettare i consigli di amici e parenti affidandosi alle cure di una improbabile cialtrona che sostiene di avere capacità divinatorie (Pauline Collins). In effetti, i problemi da risolvere sono tanti e variegati: l'ormai ex marito (Anthony Hopkins), colto da crisi di terza età, s'è risposato con una vistosa escort (Lucy Punch) mentre la figlia (Naomi Watts) è infelice a causa del fallimentare matrimonio con Roy (Josh Brolin), un laureato in medicina (rigorosamente non praticante) convinto di avere innegabile talento da scrittore. Come non bastasse, figlia e genero sono entrambi a loro volta infatuati di altri due infelicemente accasati (Antonio Banderas, Freida Pinto). Insomma, gli ingredienti per un intreccio alleniano ci sono tutti.

Da qualche anno il gracile Woody Allen è diventato artisticamente omologo a quello Zelig che fu protagonista di un suo memorabile masterpiece: è in grado di mutar forma stilistica, assecondando le velleità e le convinzioni del momento. Dopo aver vestito i panni appesantiti dall'introspezione d'ispirazione svedese (Bergman) alla fine degli anni ottanta, l'Allen europeo d'inizio millennio (Match Point) aveva addirittura riportato alla mente, per cifra e complessità nell'interpretazione del genere, un maestro come Hitchcock; adesso, nella sua ultima fatica, il cineasta newyorkese ritorna invece all'atmosfera di Mariti e mogli (sicuramente con minor successo), dove a rivelarsi è la vocazione che ha radici nel Cinema di Altman – notevoli le sequenze nelle quali la camera insegue i personaggi, intenti in accesissime discussioni tra una stanza e l'altra di piccoli appartamenti. Nei due decenni compresi tra queste varie “mutazioni” c'è anche stata una quantità notevole di opere non all'altezza, e ciò ha portato molti seguaci del prolifico Allen a vivere con sempre maggior pregiudizio ciascuna delle pellicole di recente produzione; rimpiangere con nostalgia i tempi di Manhattan e Annie Hall è comprensibile, ma lo è meno bollare con intransigenza ognuna delle ultime idee nate dalla mente di quel minuto genio, ormai sulla strada verso gli ottanta anni. In You Will Meet a Tall Dark Stranger possiamo trovare l'ennesima proposizione delle tematiche che sono parte integrante del “decalogo” alleniano, declinate però con rinata verve, impreziosite da esperienza e, persino, da un po' di saggezza – oltre che da un cast di prim'ordine. Ognuno dei personaggi tenta di cambiare la propria vita, in meglio, idealizzando l'incontro con l'ignoto (un misterioso sconosciuto, un nuovo lavoro, un'avventura rigenerante) ma finisce col trovarsi, alla fine, con meno di quanto aveva in partenza. L'unica a salvarsi dall'ecatombe è proprio Helena, che vive in una realtà tutta sua, nella quale può “respirare” illusioni: questo è il messaggio che Allen prova a proporre, scimmiottando Shakespeare. È lo stesso di sempre? forse si; ci ha annoiato? certamente no.
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