Ho deciso di diventare regista quando in televisione ho visto «C'era una volta il west». Guardare quel film è stato come aprire un libro sull'arte della regia.
“Pulp, molto pulp… pure troppo” era la catch phrase di uno dei personaggi del memorabile carrozzone targato Gialappa’s Band, e la stessa descrizione sembra perfetta per introdurre l’ultimo film di Michael Winterbottom, The Killer Inside Me. La storia infatti, ambientata nel Texas degli anni Cinquanta, tratta della escalation psicotica di un giovane sceriffo (Casey Affleck) dal passato problematico ma fino a quel momento abilmente dissimulato, che d’un tratto è spinto a commettere una serie di efferati omicidi. Il vaso di Pandora si apre a causa dell’incontro-scontro con la bella “cortigiana” Jessica Alba: i due iniziano una relazione in cui eros e thanatos vanno a braccetto e che si conclude con l’uccisione della giovane ragazza e di un suo cliente, il rampollo della più ricca ed influente famiglia del posto (Jay R. Ferguson). Lo sceriffo, anche per coprire le sue tracce, sarà costretto ad uccidere ancora… ed ancora… ed ancora…
Da Bebo Storti (il protagonista degli sketch citati in apertura) passiamo ad Esopo: “Spesso gli uomini applaudono la finzione, e fischiano la verità”; anche per questo la proiezione del film di Winterbottom è stata accolta con mugugni e polemiche in numerosi festival e senza dubbio provocherà indignazione in molti spettatori. In pochi riusciranno a non distogliere lo sguardo durante alcune durissime sequenze, perché mostrano una violenza primordiale, priva della consueta “coreografia” cinematografica: così il volto tumefatto di Jessica Alba si scolpisce all’interno della nostra coscienza, rendendo ancor più agghiacciante il pacatissimo atteggiamento del suo carnefice, che mentre la brutalizza sussurra parole d’amore – persino sincere. Il punto è che tutte le azioni del protagonista non sono mai giustificate all’interno della narrazione (non bastano gli accenni all’infanzia incestuosa e alla traumatica morte del fratellastro) e questo conferisce alla storia una dimensione di inquietante realtà; infatti molta della violenza a cui si assiste ogni giorno non ha spiegazione né ragioni e vedere qualcosa di simile in un mondo idealizzato come quello del Cinema colpisce a fondo. Winterbottom si limita a riportare fedelmente su celluloide ogni pagina del controverso romanzo di Jim Thompson, senza adoperare orpelli stilistici o coraggiose scelte di regia: anche grazie alla fotografia polverosa e naive di Marcel Zyskind, il cineasta britannico restituisce con grande efficacia l’atmosfera del West americano nei Fifties, avvalendosi di uno stile asciutto e minimalista – è significativo l’uso ridottissimo del flashback, nonostante la storia invitasse fisiologicamente ad abusarne.
In conclusione, si può dire che ognuna delle critiche rivolte a Winterbottom sia effettivamente fondata, proprio perché si tratta esattamente di ciò che il regista aveva deciso di proporre: una versione fedele al romanzo, una esplosione di violenza senza spiegazioni. Ci è riuscito completamente.
Tutti quelli che hanno adorato Hot Fuzz ritroveranno nella versione cinematografica delle avventure di Scott Pilgrim (graphic novel di Bryan Lee O'Malley) la stessa verve creativa che Edgar Wright è solito proporre con il sodale Simon Pegg. Stavolta il regista e sceneggiatore inglese è affiancato da Michael Cera, prezzemolino delle commedie americane per teenager, ma mette in scena con la consueta, convincente, frenesia una inedita versione della classica storia d’amore da celluloide.
Scott (Cera) s’innamora perdutamente della enigmatica Ramona (Mary Elizabeth Winstead), fuggita in Canada per allontanarsi da un passato burrascoso. Ne sono una prova i suoi sette Ex (fidanzati), dotati di coreografici poteri e pronti a combattere col povero Pilgrim per riconquistare la ragazza.
Wright conduce lo spettatore per quasi due ore in un coinvolgente mondo a metà tra fumetto e videogioco vintage, nel quale tutto sembra possibile ed ogni antagonista, una volta eliminato, si dissolve in una nuvola di monetine argentate – c'è da sottolineare che la poca indulgenza con cui sono trattati questi modelli di maschi “alfa” è la stessa riservata anche al mondo dei geek del quale Pilgrim è fiero rappresentante. Questi momenti a dir poco surreali si alternano a scenette da classica commedia sentimentale, abbastanza brillanti da tenere sufficientemente alto l’interesse di chi assiste alle disavventure di Scott, che condivide appartamento e patemi con l’amico Wallace (Kieran Culkin), vero e proprio tombeur de hommes, mentre nel tempo libero suona il basso in un gruppo rock. È infatti la traccia “musicale” a rivestire un ruolo importante all’interno della narrazione, grazie ad una soundtrack grintosa che fa capolino continuamente tra un combattimento e l’altro – i testi delle canzoni non mancano di scimmiottare la forma mentis di molte band giovanili (“we’re not having no fun…we’re not having no fun”); al vertice della temibile Lega che riunisce tutti gli Ex spunta persino l’ottimo Jason Schwartzman, la cui sola presenza è sempre sinonimo di risata intellettualmente giustificabile (parere di chi scrive). Dimostrando grande intelligenza cinematografica e una certa maturità stilistica rispetto alle pur meritevoli opere precedenti, Wright riesce a mettere in scena un godibile film-ibrido, mutuando il linguaggio dalla graphic novel e l'atmosfera dal mondo dei videogame: in questo modo la sua opera si distingue sia dalle numerose (pessime) trasposizioni di fumetti e similari, sia dalle banali pellicole riguardanti il mondo degli adolescenti che infestano ogni anno i nostri schermi. Non sembra un caso che la ragazza per la quale tutti lottano, Ramona, ricordi per la sua imprevedibilità la protagonista di un altro memorabile film “romantico” (Kate Winslet in Eternal Sunshine of the Spotless Mind), con la quale condivide anche il simbolico e frequente cambiamento del colore dei capelli. Come nel film di Gondry, il protagonista maschile (impacciato ma tutto sommato eroico) è disposto a superare incredibili prove pur di conquistarne amore e rispetto, non importa che si tratti di combattere contro il proprio inconscio o semplicemente di sconfiggere insoliti supereroi. In entrambi i casi, oltre all’amore (per una volta) trionfa anche il Cinema.
Alla sua quinta edizione, il Festival Internazionale del Film di Roma 2010 ha visto trionfare:
Mouse d'Oro, il premio della critica online:
Mouse d’Oro 2010 a KILL ME PLEASE di Olias Barco: “commedia irresistibile in bianco e… “nerissimo”. Olias Barco, al suo secondo lungometraggio, riesce a donare un tocco caustico e grottesco, pur affrontando il delicato tema della eutanasia e della Morte. Chapeau”.
Mouse d’Argento 2010 a THE SOCIAL NETWORK di David Fincher: “Divertente, brioso, dialoghi brillanti, una sceneggiatura impeccabile e una regia al suo servizio. Grande intrattenimento, ma dietro alla storia di Mark Zuckerberg e la nascita di Facebook si nasconde tutta l’inquietudine e la impreparazione di una società (s)connessa”.
Premi ufficiali:
PREMI ASSEGNATI DALLA GIURIA INTERNAZIONALE:
Premio Marc’Aurelio della Giuria al miglior film KILL ME PLEASE di Olias Barco;
Gran Premio della Giuria Marc’Aurelio HÆVNEN / IN A BETTER WORLD di Susanne Bier;
Premio Speciale della Giuria Marc’Aurelio POLL di Chris Kraus;
Premio Marc’Aurelio della Giuria al miglior attore TONI SERVILLO per Una vita tranquilla di Claudio Cupellini;
Premio Marc’Aurelio della Giuria alla migliore attrice TUTTO IL CAST FEMMINILE di Las buenas hierbas di María Novaro;
Targa Speciale del Presidente della Repubblica Italiana al film che meglio mette in rilievo i valori umani e sociali: DOG SWEAT di Hossein Keshavarz;
PREMIO ASSEGNATO DAL PUBBLICO:
Premio Marc’Aurelio del Pubblico al miglior film – BNL: Hævnen – In a Better World di Susanne Bier.
PREMIO ASSEGNATO AL MIGLIORE DOCUMENTARIO PER LA SEZIONE L’ALTRO CINEMA | EXTRA:
Premio Marc’Aurelio al miglior documentario per la sezione L’Altro Cinema | Extra: De Regenmakers di Floris-Jan Van Luyn.
PREMIO ASSEGNATO DALLA GIURIA ESORDIENTI:
Premio Marc’Aurelio Esordienti: Kaspar Munk per Hold Om Mig.
PREMI ASSEGNATI DALLE GIURIE RAGAZZI:
Premio Marc’Aurelio Alice nella Città sotto i 12 anni: I Want To Be a Soldier di Christian Molina
Premio Marc’Aurelio Alice nella Città sopra i 12 anni: Adem di Hans Van Nuffel.
PREMIO MARC’AURELIO ALLA MEMORIA DI SUSO CECCHI D’AMICO
PREMIO MARC’AURELIO ALL’ATTORE: Assegnato a Julianne Moore.
a cura di Emanuele P. (del 09/11/2010 @ 13:53:35, in Al Cinema, linkato 1657 volte)
The Social Network (The Social Network) David Fincher, 2010 (USA), 120'
uscita italiana: 12 novembre 2010 (in anteprima al Festival di Roma) voto su C.C.
Dietro il marchio che ammorba le nostre vite ormai da qualche anno c'è un intreccio degno di una serie tv americana dedicata ai teenager: il prologo della storia di Facebook è infatti costellato di cause civili e liti infantili. È superfluo star qui a spiegare queste dinamiche (anche perché l'interesse per il film verrebbe sostanzialmente ridotto), basti sapere che l'ultima opera di David Fincher è tratta dal libro The Accidental Billionaires (di Ben Mezrich) e racconta le burrascose circostanze che hanno portato un paio di ragazzi con una (eccessiva) passione per il pc a diventare entrepreneur multi-milionari.
Fincher è sempre stato considerato (a ragione) uno dei più promettenti registi americani della sua generazione, e sin dai tempi di Seven si è contraddistinto per uno stile piuttosto originale oltre che per una apprezzabile cura nella scelta dei soggetti. Pur alla soglia dei cinquant'anni, con The Social Network conferma la sua capacità di essere “ggiovane” (nell'accezione cinematografica più positiva del termine) e nobilita con eclettismo una storia non del tutto convincente. Da una parte, infatti, l'intreccio è risolto in una favola moralistica, nella quale si pretende di trarre una lezione dall'esperienza di Mark Zuckerberg (interpretato da Jesse Eisenberg) il cui desiderio di revanche dovuto all'amore non ricambiato per una ragazza (Rooney Mara) e all'invidia nei confronti dei successi “sociali” del suo miglior amico Eduardo (Andrew Garfield) ha rappresentato il motore immobile per l'incipit dell'intera avventura Facebook – una compagnia arrivata a valere centinaia di milioni di dollari. D'altra parte, l'intento degli autori si rivela proprio essere evidenziare questa spiazzante dicotomia tra l'esistenza reale e quella virtuale di Zuckerberg che (sin dai primissimi e frenetici istanti della pellicola) sembra in grado di sopravvivere solo nel conoscibile ed asettico mondo di Internet. In questo contesto diviene illuminante la cifra stilistica di Fincher (tornato, dopo le incertezze di Benjamin Button, su buoni livelli) e soprattutto la sua fruttuosa collaborazione con lo sceneggiatore Aaron Sorkin, che si concretizzano in una narrazione efficace, priva di tempi morti, nella quale c'è un continuo assecondarsi di piani temporali differenti. Purtroppo nella “cornice” costruita dagli autori si muovono attori mediocri (persino Justin Timberlake, in un ruolo fin troppo marcato da villain della situazione) scelti forse in base alla relativa somiglianza con la persona che dovevano interpretare piuttosto che per meriti artistici; l'unico a salvarsi è proprio il protagonista, Eisenberg, che vede la sua recitazione inespressiva assolutamente giustificata dal personaggio, reso ambiguo e complesso senza che sia però mai presente un vero e proprio giudizio.
Pur con tutti i pregi che una realizzazione “d'autore” comporta di diritto, The Social Network non convince fino in fondo, e potrà appassionare davvero soprattutto i fondamentalisti del credo Facebook o tutti quelli (magari non più giovanissimi) che trovano rassicurante aggrapparsi agli stereotipi per ciò che riguarda il rapporto odierno tra società e Rete; ai (pochi?) altri resterà un film ben allestito, ma su pilastri che traballano.
Stando al nome, Animal Kingdom potrebbe suggerire l'ennesimo documentario con velleità artistiche della National Geographic; si tratta invece di un sorprendente film australiano, a basso costo e notevole resa. Il parallelo etologico è giustificato dal fatto che il mondo nel quale si muovono i personaggi è una savana, dove solo i più forti sopravvivono. Lo scopriamo ben presto insieme al giovane protagonista Joshua (l'esordiente James Frecheville), che dopo la morte per overdose della madre è costretto a riallacciare i rapporti col resto della sua famiglia, dalla quale era sempre stato tenuto a distanza di sicurezza. Infatti la nonna (Jacki Weaver) e gli zii (Ben Mendelsohn, Joel Edgerton, Sullivan Stapleton, Luke Ford) rappresentano una compagnia poco raccomandabile: rapinano banche e si sono imbarcati in una lotta senza regole con la violenta polizia locale. Il povero J, anello più debole della catena alimentare, diviene quindi l'obbiettivo di continue vessazioni da parte dei maschi alfa (i leoni) della situazione: il patriarca Pope (Mendelsohn) teme che possa in qualche modo rappresentare un pericolo per il futuro della “banda”, mentre il detective Leckie (Guy Pearce) è convinto di poterlo usare come teste contro i suoi familiari. Come dice il famoso adagio: non importa che tu sia leone o gazzella; appena sveglio, comincia a correre...
Al suo primo lungometraggio, l'australiano David Michôd scrive e dirige un film convincente, di atmosfera e di sostanza. L'interessante lavoro di caratterizzazione col quale sono costruiti i personaggi rende le dinamiche familiari ricche di pathos ed intensità: è sempre presente una tensione strisciante, che avvolge anche le situazioni più banali. A rafforzare questa perenne sensazione di insicurezza sono soprattutto due protagonisti, il cui agire è reso imprevedibile da motivazioni pseudo-affettive (la nonna-matrona Janine) o da una sottintesa psicosi non più curata (il capobranco Pope). In questo inferno, Joshua – giovane, inesperto e quindi debole per definizione – fatica a trovare la sua strada, tentando di “ripararsi” all'ombra di quelli che sembra considerare gli elementi più carismatici, ma comprende presto che l'unico modo per sopravvivere è appunto quello di diventare, con la forza, a sua volta un leone. Lo scenario proposto non è di certo tra i più rassicuranti ma riesce a mostrare (pur con qualche esasperazione) un abbagliante spicchio di realtà, proprio grazie alla prospettiva “vergine” dalla quale viene filtrato, cioè gli occhi dello spaesato J, un ragazzone non troppo sveglio che vorrebbe solo vivere normalmente come i suoi coetanei (la scuola, una fidanzata, videogame, televisione). Con stile asciutto e buon senso scenico, Michôd riesce a mettere in scena con naturalezza questa storia borderline, esaltandosi nelle sequenze “di suspance” delle quali cura con attenzione ogni dettaglio – aiutato dall'efficace contrappunto musicale, firmato da Antony Partos.
Film autoctono, “ruspante”, Animal Kingdom rivela un'Australia diversa da quella dell'immaginario collettivo, e che ha le sue radici proprio nelle origini da colonia penale che la storia ha voluto attribuirle; diventa un palcoscenico selvaggio sul quale va in scena la rappresentazione più vecchia del mondo: la sopravvivenza. Rivelazione.