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a cura di Emanuele P. (del 27/10/2010 @ 13:13:48, in Al Cinema, linkato 1879 volte)

Wall Street: Il denaro non dorme mai
(Wall Street: Money Never Sleeps)
Oliver Stone, 2010 (USA), 133'
uscita italiana: 22 ottobre 2010
voto su C.C.

L'assunto che il colpevole torna sempre sulla scena del crimine trova nuovi significati grazie ad Oliver Stone ed al suo Wall Street: Il denaro non dorme mai. Il cineasta americano infatti affronta per l'ennesima volta le consuete tematiche (strumentali) con banalità, stereotipi e una verve sempre meno apprezzabile. Il regista e la sua ultima opera sono un po' come quell'enorme telefono cellulare che, all'inizio del film, viene restituito al redivivo Gordon Gekko (Michael Douglas) da un impiegato della prigione nella quale era rinchiuso: un ventennio fa potevano anche avere un senso ma ora sono ridotti a simulacri vuoti e dal carisma sbiadito. Tra una metafora ad effetto e l'altra, ci viene raccontata la storia del giovane broker Jacob Moore (Shia LaBeouf) che nonostante sembri un bambino può già permettersi un attico a Manhattan, incassare bonus da milioni di dollari e progettare un futuro sereno con la fidanzata Winnie (Carey Mulligan). Peccato che il mercato sia perfido e i banchieri lo siano quasi di più: il turning point arriva presto quando la banca d'affari nella quale il giovane lavora rischia il fallimento ed il suo mentore (Frank Langella, immancabile personaggio da dedicare alla memoria del padre di Stone) si suicida teatralmente; è allora che fa il suo ingombrante ingresso in scena l'ottimo Gekko (incidentalmente, futuro suocero di Jacob) pronto a dimostrarsi ancora uno squalo di livello, seppur travestito da tonno – chiedo venia per la metafora ittica nella quale siamo rimasti intrappolati.
In un tripudio di energia rinnovabile, finale a tarallucci e vino.

Quello che salta agli occhi durante la proiezione de Il denaro non dorme mai è proprio che il felice ricordo del suo predecessore (del quale avevamo già avuto modo di parlare) viene ridotto a brandelli in poche e sciatte sequenze; molti degli interrogativi lasciati giustamente in sospeso alla fine di Wall Street vengono liquidati rapidamente, con tanto di ritorno (molto, molto ridicolo) del personaggio interpretato dall'ormai imbolsito Charlie Sheen, che rinnega l'intero senso “morale” del primo film pronunciando due inutili battute. Ciò che resta sono gli occhi famelici di Gekko, ancora pronto a sacrificare ogni cosa in nome dell'avidità, oltre ad alcuni divertissement stilistici, con i quali Stone evidenzia il suo fondamentale disincanto nei confronti delle presunte tematiche “di denuncia”, che probabilmente neanche lui prende più sul serio – fanno parte del cast anche l'inappuntabile Josh Brolin ed Eli Wallach, icona dei western italiani.
La quantità spropositata di cliché messi in scena rende conto della lunghezza del film (eterno in proporzione al contenuto) e contribuisce ad affossare definitivamente ogni interesse, perché priva la pellicola anche di quell'innegabile fascino ed originalità che avevano contraddistinto il capostipite – si arriva quasi a rimpiangere gli anni '80. Ogni proposito d'accusa, sommerso in tanto cattivo cinema, diventa sbiadito e poco incisivo, in un'atmosfera da soap opera. La "denuncia" è un elemento scenico, come il telefonino grande quanto una cabina.
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a cura di Emanuele P. (del 18/10/2010 @ 12:55:42, in Amarcord, linkato 1760 volte)

Wall Street
(Wall Street)
Oliver Stone, 1987 (USA), 126'

In tutto il mondo, dai grattacieli di Manhattan fino alla baracca di legno nella quale vive il prestanome di una società offshore, ci sono migliaia di persone che possono giurare di essere state convinte ad entrare (in qualche modo) nel “patinato” mondo della finanza dalla visione di un film: Wall Street. Era il 1987 e l'ultima opera di Oliver Stone metteva in scena l'esotico ed affascinante ecosistema della borsa newyorkese, un Eden nel quale, con la giusta dose di ambizione e mancanza di scrupoli, saresti stato accolto da individui come Gordon Gekko (Michael Douglas), magnate di dubbia moralità ma evidente successo. Questa nuova versione del “sogno americano” irretisce il giovane Buddy (Charlie Sheen) che nella sua ascesa verso l'Olimpo dell'alta finanza si scontra con l'etica e il buon senso del padre sindacalista (Martin Sheen).

«Il guaio principale del denaro è che ti fa fare delle cose che non vorresti fare» ha modo di affermare Lou Mannheim (omaggio al padre di Stone, Louis, ex broker di Wall Street) rivolto al giovane Buddy, che sta iniziando a dimostrarsi troppo avvezzo all'arrampicata senza remore; il personaggio interpretato da Hal Holbrook è quello scelto dal regista americano quale portavoce per il suo punto di vista, un monito atto a condannare l'insostenibile cinismo ormai imperante nel mondo della finanza. Il film di Stone però sarebbe presto finito nel dimenticatoio se fosse stato realmente efficace nel raggiungimento di un tale proposito, perché una volta privato del suo indubbio appeal – in grado di condizionare anche più di qualche autore, come Bret Easton Ellis (American Psycho) – si sarebbe rivelato un mediocre drama, con personaggi stilizzati e spesso sopra le righe, situazioni improbabili e svolte incomprensibili. Alcune scelte della sceneggiatura sono infatti giustificabili solo premessa la consueta tendenza di Stone ad ammantare strumentalmente di demagogia e politically correct tematiche importanti, come la guerra e la politica; così il suo protagonista, Buddy, arrivato faticosamente in cima al mondo (con tanto di simbolico attico che domina Manhattan) sceglie di commettere un vero e proprio suicidio economico-sociale in virtù di una epifanica riscoperta di etica e morale. Va dato comunque atto al cineasta americano di aver evidenziato, prima di molti altri, i semi di quel malcostume che è poi fiorito rigogliosamente nella crisi con la quale ancora oggi dobbiamo confrontarci, in parte cavalcandolo con l'utilizzo dei suoi rassicuranti stereotipi (ognuno dei personaggi è l'archetipo di una determinata “classe”). Nell'epoca dei mutui subprime, delle banche che rischiano il fallimento, diviene inevitabile il ritorno sulla scena dello squalo Gekko, con tanto di inatteso ravvedimento, canuto protagonista di Wall Street 2: Money never sleeps. Considerato che a Douglas non resta neanche più un aspetto convincente (la recitazione non c'è mai stata), ne vedremo delle belle.
Nonostante tutto, cult.
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a cura di Emanuele P. (del 04/10/2010 @ 14:17:08, in Al Cinema, linkato 2766 volte)

Inception
(Inception)
Christopher Nolan, 2010 (Gran Bretagna, USA), 142'
uscita italiana: 24 settembre 2010
voto su C.C.  
 
Parlare di sogni è come parlare di cinema, perché il cinema usa il linguaggio dei sogni; anni possono trascorrere in un istante e si può saltare da un posto all'altro. È un linguaggio fatto di immagini. E, nel vero cinema, ogni oggetto ed ogni taglio di luce significano qualcosa, come in un sogno.
Federico Fellini

Cosa è l'Inception? La scintilla alla base di una idea. In un futuro non troppo remoto, è stato concepito un macchinario in grado di far “navigare” una o più persone nei sogni di un malcapitato obbiettivo. Dom (Leonardo DiCaprio) è uno specialista del settore. Durante uno di questi sogni “condivisi” è infatti capace di carpire segreti anche dal più riservato degli interlocutori, e ci riesce perché è stato proprio lui, insieme al suo partner (il sempre valido Joseph Gordon-Levitt), a costruire l'architettura di quell'esperienza onirica. Un magnate asiatico (Ken Watanabe) facendo leva sul nebuloso passato di Dom – al quale è interdetto l'accesso agli States e dunque il sorriso dei due giovani figli – lo convince a superare il limite: impiantare un'idea, o meglio una inception, nella mente di qualcuno.

Christopher Nolan sin dall'inizio della sua carriera (Memento) ha mostrato una preziosa predisposizione al sovvertimento delle consuete logiche e canoni che caratterizzano l'approccio alla narrazione cinematografica. Alla base di questa ricercata cifra stilistica c'è però una logica molto meno “nobile” di quanto si potrebbe idealizzare, e cioè la comprensione di un assioma innegabile e troppo spesso sottovalutato: il successo di una pellicola può dipendere anche dalla capacità di risvegliare, nello spettatore, quella curiosità e quell'interesse ormai anestetizzati da decenni di film banali, costruiti utilizzando sempre i medesimi canovacci. È per questo fuorviante (e superfluo) voler attribuire alle opere di Nolan (ed in particolare all'ultima, Inception) un valore semantico, o tentare di giustificare alcune scelte stilistiche e concettuali con trattati ridondanti e paralleli azzardati – a riguardo s'è parlato fin troppo di Kubrick per i nostri gusti. Piuttosto va dato atto a Nolan di aver capito prima e meglio di molti altri coevi che il vero segreto del botteghino è l'originalità degli strumenti, il dimostrarsi in grado di generare il cosiddetto hype: l'interesse che si evolve in mania, in luogo comune; in un certo senso, si tratta di praticare una inception nella mente degli spettatori (o aspiranti tali).
Col suo ultimo film, il regista britannico riesce infatti a mettere in scena l'action movie perfetto, costruendo una raffinata “matrioska” nella quale sono contenuti svariati piani narrativi differenti: per portare a termine il loro incarico, DiCaprio e i suoi colleghi (Ellen Page, Tom Hardy) s'immergono in profondità nell'inconscio di un giovane ereditiere (Cillian Murphy) attraverso tre livelli e chissà quanti meta-sogni; in questo modo diventano disponibili tre (e più) differenti scenari da alternare, oltre ad una enorme libertà d'azione. Assistiamo stupefatti a viali parigini che vengono piegati come fossero di cartone, a combattimenti in assenza di gravità che ricordano da vicino, come molti frangenti del film, il capostipite Matrix, e in generale ci troviamo di fronte ad un modo nuovo (o quantomeno molto originale) di intendere il tempo e i luoghi. In questo efficacissimo continuum, l'unico momento di debolezza diventa il segmento ambientato sulla neve, durante l'attacco a quella che sembra una banalissima fortezza da cattivo delle avventure di 007, del quale convince poco lo sviluppo dell'azione e ancor meno il bianco slavato della neve stessa – potremmo giustificare lo scenario da cliché attribuendolo alla fantasia poco evoluta del personaggio che lo “inventa”, ma ci sembrerebbe davvero di esagerare. L'intera sofisticata “confezione”, impreziosita dalle musiche di Hans Zimmer e dalla fotografia di Wally Pfister, si rivela però vuota quando si tenta di comprendere meglio sentimenti ed affezioni dei protagonisti; l'unico a mostrare profondità emotiva è Dom, che vive combattuto tra il senso di colpa per la morte della giovane moglie (Marion Cotillard) ed un desiderio un po' bourgeois di redenzione.

Durante una delle sequenze più riuscite di tutto il film, la Page e DiCaprio siedono al tavolino di un Caffè parlando delle tecniche di manipolazione dei sogni, sino a quando DiCaprio non le chiede, a bruciapelo, se ricorda in che modo sono finiti in quel luogo. Dopo un istante di riflessione la giovane allieva comprende di star vivendo, proprio in quel momento, un'esperienza onirica ed il mondo intorno a lei inizia a collassare coreograficamente. Nolan stuzzica lo spettatore, che come la ragazza non si era domandato in che modo i due fossero passati dall'interno di un capannone abbandonato ad un Caffè del centro, facendo sottilmente notare come (Fellini docet) il cinema imiti spesso, per meccanismi e regole, il mondo dei sogni. Ed è per questo che voler trarre ulteriori indicazioni dall'immancabile coup de théâtre col quale l'egocentrico Nolan chiude il film, diventa uno sterile e pedante esercizio di logica: l'intensità e l'effetto di un'esperienza come quella appena vissuta dallo spettatore non dipendono certo dalla lotta contro la gravità di una trottola che continua a girare.
Mestierante di lusso.
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