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 Altman... di Emanuele P.
 
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Tre film al giorno, tre libri alla settimana, dei dischi di grande musica faranno la mia felicità fino alla mia morte.

François Truffaut
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
a cura di Emanuele P. (del 28/08/2010 @ 19:48:59, in Al Cinema, linkato 1900 volte)

Giustizia privata
(Law Abiding Citizen)
F. Gary Gray, 2009 (USA), 108' (118')
uscita italiana: 25 agosto 2010
voto su C.C.

Nelle pagine del prezioso libro firmato da François Truffaut Il cinema secondo Hitchcock, il cineasta inglese ha modo di far notare all'autore in una delle loro lunghissime interviste-confessione che «un critico che parla di verosimiglianza è una persona senza immaginazione». Si tratta di una massima probabilmente condivisibile, ma in alcuni casi viene da dire, continuando con le citazioni, che «ogni limite ha una pazienza». Perché nel caso di film come Law Abiding Citizen, ad un certo punto della storia viene da chiedersi cos'altro le brillanti menti degli sceneggiatori siano state in grado di inventarsi, in un preoccupante climax di follia machiavellica ed iper-tecnologica.
Due individui discutibili uccidono brutalmente moglie e figlia di un apparentemente pacioso average-man americano (mr. This is Sparta! Gerald Butler). La cinica giustizia (incarnata dal procuratore Jamie Foxx), più attenta alle statistiche che al giudizio morale, concede ad uno dei delinquenti una pena ridotta in cambio di una condanna certa (a morte) per l’altro. Il pacioso uomo medio ovviamente non la prende bene, e trascorre i successivi dieci anni ideando un piano diabolico e complessissimo da mettere in scena teatralmente, in modo da poter rendere nota al mondo intero la sua posizione riguardo il sistema penale americano.

Il filone dei film sulla vendetta privata fa indubbiamente parte della storia del cinema d’azione moderno ed è per questo assolutamente rispettabile e degno di considerazione, così come lo sono le pellicole thriller, gli splatter e tutte le altre che tentano di rinverdire i fasti del Grand Guignol; il problema nasce però quando un discreto regista di videoclip (F. Gary Gray, segnalatosi in precedenza per il remake di The Italian Job) decide insieme ai suoi incoscienti sceneggiatori di mettere in scena un potpourri che comprenda tutti i generi elencati in precedenza, assortiti in ordine sparso e senza alcun criterio logico. Così, pur volendo lasciar stare la succitata “verosimiglianza”, ciò che resta della storia diventa confuso, con gli attori a fare da marionette (o meglio da pupazzi, considerata la fissità preoccupante che caratterizza le espressioni del protagonista) in un improbabile teatrino dell’assurdo. La storia inizia infatti come una promettente ed originale nuova edizione del “giustiziere della notte”, ma si trasforma ben presto (ed incomprensibilmente) in un violento thriller psico-tecnologico nel quale la vittima diventa carnefice. Si viene così a conoscenza che il personaggio interpretato da Butler oltre ad essere un patito del fai-da-te è anche una sorta di contractor del ministero della difesa americano (!), in grado di uccidere oscuri personaggi nei modi più originali; sembra esserci insomma una traumatica collisione tra due film che non hanno nulla in comune se non il nome dei protagonisti. Paradossalmente, proprio in virtù del fatto che la narrazione è rappresentata semplicemente da uno sconclusionato continuum di sequenze d’azione, il film riesce lo stesso a catturare con efficacia l’attenzione dello spettatore: ognuno dei difetti quindi si trasforma quasi in un pregio e molte delle scelte grossolane degli sceneggiatori (clamorose soprattutto nella parte finale) finiscono col passare inosservate.
Chiassoso.
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a cura di Emanuele P. (del 27/08/2010 @ 12:10:57, in Contenuti Speciali, linkato 1208 volte)

Dopo il successo in occasione del Festival di Roma, il Mouse d'Oro arriva alla Mostra del Cinema di Venezia come premio ufficiale collaterale. L'iniziativa, che ha come obbiettivo quello di dare la voce ai giovani critici cinematografici del web anche in occasione delle principali rassegne italiane (e non solo), è pronta a raggiungere un nuovo livello di credibilità e consenso.
E noi di Pianosequenza.net siamo fieri di esserne una (piccolissima) parte.

Per ulteriori informazioni vi rimandiamo al sito ufficiale del Mouse d'Oro: www.mousedoro.it

 

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a cura di Emanuele P. (del 02/08/2010 @ 19:11:12, in Al Cinema, linkato 2046 volte)

Fish Tank
(Fish Tank)
Andrea Arnold, 2009 (Gran Bretagna, Paesi Bassi), 123'
uscita italiana: 23 luglio 2010
voto su C.C.

Prendete l’apprezzato An Education, romanzo di formazione sulle avventure di una adolescente britannica degli anni Sessanta, e lasciatelo macerare alle intemperie per quarant’anni. Quello che ne verrà fuori è Fish Tank, la convincente “opera seconda” della regista Andrea Arnold, questa volta alle prese con l’educazione sentimentale di una quindicenne della periferia inglese. Katie Jarvis interpreta magnificamente la giovane Mia, il cui carattere anti-sociale è frutto di una situazione familiare “difficile” (madre ancora adolescente, sorellina piccola e sconcertante a carico), una ragazza disabituata a ricevere attenzioni o addirittura affetto dal prossimo che inevitabilmente s’innamora di uno dei partner occasionali portati a casa da mamma’, l'unico che sembra mostrare per lei interesse ed empatia. Scoprirà a sue spese che anche questo improbabile principe azzurro nasconde un bel po’ di scheletri sotto il mantello splendente.

La indovinatissima ambientazione industrial-bucolica di Fish Tank restituisce con grande efficacia la tensione che caratterizza il soggetto (firmato dalla stessa Arnold, fotografia di Robbie Ryan), in bilico tra intenzioni da dramma e melò, tra favola a lieto svolgimento e crudo ritorno alla realtà. L’interpretazione di Katie Jarvis è perfetta, tanto da far impallidire il ricordo della fin troppo esaltata protagonista del già citato An Education, Carey Mulligan. Ruvida, ingenua, intensa, imprevedibile, all’esordio sul grande schermo la Jarvis porta con sé una travolgente ventata di verità.
La messa in scena di Andrea Arnold (già premiata per due volte a Cannes e con l’Oscar per il miglior corto), nella quale è possibile trovare al tempo stesso sensibilità e coraggio, propone allo spettatore uno spaccato di realtà prezioso che riporta alla mente le opere dell’acclamato conterraneo Ken Loach: nei suburbs dell’Essex s’intrecciano complesse dinamiche familiari e sociali, distanti anni luce dal mondo dai colori confetto che siamo abituati a ritrovare nelle commediole londinesi – si tratta di un’operazione già intrapresa con successo per la tv dai giovani sceneggiatori inglesi del serial Skins. Da ricordare anche l’interpretazione di Michael Fassbender che appare mirabilmente immune dal morbo di matthewmcconaughey nonostante sia prestante e di bell’aspetto, e rappresenta il partner ideale per la recitazione rabbiosa della giovane Jarvis (confronti spesso accompagnati dalle note di quel Bobby Womack che già Tarantino aveva omaggiato in Jackie Brown).
Il film della Arnold riesce persino a rendere inoffensivo un topos cinematografico in genere mortifero: quello della ragazza che ama la danza e sogna di diventare famosa ballando. Cosa volete di più?
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