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 Bergman... di Emanuele P.
 
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Fare un film significa migliorare la vita, sistemarla a modo proprio, significa prolungare i giochi dell'infanzia.

François Truffaut
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
a cura di Emanuele P. (del 21/07/2010 @ 15:52:23, in Al Cinema, linkato 2012 volte)

L'uomo nell'ombra
(The Ghost Writer)
Roman Polanski, 2010 (Gran Bretagna, Germania, Francia), 131'
uscita italiana: 9 aprile 2010
voto su C.C.

L'attesissimo memoir dell'ex primo ministro britannico Pierce Brosnan è stato acquistato a peso d'oro da un editore londinese. Quando lo scrittore incaricato di redigerlo (in qualità di ghost writer) muore misteriosamente in un incidente che fa pensare al suicidio, si rende necessario sostituirlo con l'ineffabile Ewan McGregor, non esattamente entusiasta dell'offerta ma stimolato a sufficienza da un cachet invitante e dall'assillante amico ed agente Jon Bernthal. Tra intrighi internazionali e beghe familiari (la moglie del politicante, Olivia Williams, ha forte ascendente sul marito) il nuovo scrittore fantasma avrà l'ennesima conferma di quanto sia veritiero l'apoftegma nato dalla penna di un suo compatriota: curiosity killed the cat.

È quasi diventato un luogo comune affermare che ad Hollywood “non sanno fare più i film di una volta”, quelle pellicole memorabili che a dispetto del tempo e (spesso) del colore riescono a mantenere ancora intatta un'aura d'immortalità. Sono inutili i milioni di dollari accantonati, gli sforzi per portare una superflua terza dimensione nella narrazione cinematografica quando poi mancano storie, interpreti e soprattutto autori in grado di coinvolgere davvero lo spettatore, di trasportarlo lontano nel tempo e nello spazio. Ovviamente seguendo i luoghi comuni è facile fare di tutta l'erba un fascio e dimenticarsi di come, anche tenendo conto solo degli ultimi mesi, sia comunque sbarcato nei cinema qualcosa di notevole (i bastardi senza gloria di mr Tarantino), ma c'è da ammettere che oltreoceano sembrano mancare, ormai da decenni, i mezzi artistici per rinverdire il lontano passato. Doveva pensarci un ometto venuto dalla Polonia, la cui travagliata esistenza è stata benedetta dal genio ma segnata dallo sconforto, a condurre di nuovo tutti noi verso la terra promessa della Settima Arte, che non è più tra le colline di Los Angeles ma in qualche posto indeterminato dell'Europa continentale. Abbandonate le velleità da auteur che la lunga esperienza francese aveva incoraggiato e costretto forzatamente ad un esilio permanente dagli States, Roman Polanski ha scelto di riannodare i fili con la quintessenza del cinema “commerciale” (laddove con questa definizione si vuole solo sottolineare l'attenzione massima rivolta allo spettatore e all'efficacia della storia) mettendo in scena una curatissima spy story che, come poche negli ultimi decenni, riesce a convincere nella sua complessa ma didascalica esecuzione.
Ad una immancabile trama “ad orologeria” infatti si aggiunge l'esperienza di Polanski che “rubando” dai maestri del genere atmosfera ed intensità (colonna sonora nella quale come da copione dominano gli archi, firmata da Alexandre Desplat) sostiene per oltre due ore l'intricata storia tratta dal romanzo The Ghost di Robert Harris; in questa architettura efficacissima il cast riesce a rendere al meglio: su tutti spicca la convincente prova di Olivia Williams – c'è persino spazio per un inedito James Belushi calvo ed in versione seriosa.
Dovendo fare di necessità virtù, Polanski adopera la magia del cinema per trasformare una zona deserta della Germania nel piovoso Massachusetts e sfrutta con successo tutti i nuovi espedienti che la tecnologia moderna può suggerire al genere, in un tripudio di cellulari, navigatori satellitari e sistemi di registrazione. Eppure è l'enigma rappresentato da alcune fotografie e dal nome di uno stimato professore che, ancora una volta, farà la differenza.
Evergreen.
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a cura di Emanuele P. (del 02/07/2010 @ 15:22:36, in Al Cinema, linkato 1845 volte)

City Island
(City Island)
Raymond De Felitta, 2009 (USA), 100'
uscita italiana: 25 giugno 2010
voto su C.C.

Andy Garcia è un secondino (ma per carità non chiamatelo mai così) che sogna di diventare attore sin dalla prima volta nella quale aveva visto Marlon Brando prendersi una interminabile pausa prima di pronunciare una battuta. La sua intera vita familiare si regge su una complicata struttura composta da mezze verità e “bugie bianche” che caratterizza il rapporto con la moglie Julianna Margulies ed i figli Ezra Miller e Dominik García-Lorido, che fa la stripper (di nascosto) per mantenersi dopo aver perso una borsa di studio. In questo dedalo di incomprensioni s'inserisce Steven Strait, del quale Garcia è padre biologico, galeotto barbuto ma pronto da novello messia a dimostrare l'importanza della sincerità nei rapporti.

Raymond De Felitta scrive e mette in scena un film esattamente a metà tra esercizio di recitazione e mediocre commedia anni novanta di Woody Allen: aggrappandosi con qualche retorica di troppo alla idilliaca City Island tenta di spiegarci che spesso futili bugie nascondono insicurezza e scarsa fiducia, facendo leva sulla interpretazione molto credibile di Andy Garcia (anche il cast di supporto, con Alan Arkin ed Emily Mortimer, è di tutto rispetto) e su alcune trovate particolarmente divertenti, come le avventure del giovane Ezra Miller, che sogna di (iper)nutrire ragazze sovrappeso come estrema forma d'amore.
Ad un certo punto nella storia, poco dopo la metà, l'intreccio inizia a riempirsi di equivoci in modo pericoloso, quasi facendoci venire in mente la spazzatura che annualmente ci depositano in sala a Natale, ma scacciato questo terribile pensiero si riesce comunque a sopportare tutti questi misunderstanding, perché sono in qualche modo giustificati dalla trama e soprattutto risultano indispensabili ad ottenere il finale catartico del quale il film aveva bisogno – la sequenza conclusiva, degna di una pièce, è sicuramente riuscita.
City Island è insomma un film simil-indipendente che fa del soggetto e delle interpretazioni il suo principale motivo d'interesse senza deludere le pur basse aspettative; anzi, nella pessima stagione estiva italiana, si trasforma addirittura in una piacevole brezza rinfrescante.
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