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 Troisi... di Emanuele P.
 
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La televisione crea l'oblio, il cinema ha sempre creato dei ricordi.

Jean-Luc Godard
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a cura di Mario T. (del 17/06/2010 @ 14:21:55, in Cattiva Maestra Televisione, linkato 3033 volte)



Duello al sole

M - C’era una volta un’isola misteriosa, pulsante e vitale. Che fine ha fatto quell'isola? miserabondo è il fallimento artistico della serie Lost, precipitata proprio come il volo “Oceanic” dei suoi protagonisti: spezzandosi all’apice della sua altezza, nel bel mezzo del volo.

E - Magari il veivolo dei nostri eroi ha subito qualche turbolenza di troppo, l'altimetro è divenuto inutilizzabile a causa dell'enorme pressione, il pilota s'è fatto condizionare da imperdonabili vertigini, ma non possiamo (nè vogliamo) dimenticare quanto è stato bello esserci, su quel misterioso aereo in caduta libera.



Lost chance di Mario T.

Le risposte non pagano mai, è la regola. Il fascino del mistero non ha eguali perché attiva la forza inesauribile dell’immaginazione, facendo leva sull’ignoto, un campo infinito di fronte a cui qualunque spiegazione finita, per quanto complessa e affascinante possa apparirci, è destinata a soccombere. Non ne faremo una colpa degli autori di Lost; sapevamo che l’incantesimo non poteva durare in eterno e che prima o poi sarebbe stata solo discesa. C’è modo e modo, però, di finire una storia e, nel caso di Lost, pesano le loro responsabilità artistiche. Un bravo autore sa trovare una via d’uscita elegante e intelligente anche in situazioni prevedibili, mentre un autentico genio può addirittura cambiare le regole del gioco in corsa se riesce a convincerti che la sua immaginazione sia più vera della realtà; ma se il tentativo fallisce, si rivela semplicemente un tapino.

Il finale di Lost incornicia perfettamente una serie giunta al vero e proprio tracollo, a tratti patetico e a tratti odiosamente succube di quelle logiche commercialotte che hanno mantenuto, finora, le produzioni del piccolo schermo in posizione subalterna al cinema. Dispiace, perché proprio Lost alimentava premesse e promesse affinché la serialità televisiva si affrancasse dalla necessità di intervallare le pubblicità dei detersivi, evolvendo da soap opera in vera e propria arte con canoni autonomi da quelli prettamente cinematografici – come non si vedeva fare dai tempi di Twin Peaks. E invece no, il lavoro di anni (talvolta meritorio e innovativo come pochi altri) è stato gettato alle ortiche, confermando per l’ennesima volta i nostri sani pregiudizi contro il medium televisivo e, perché no, contro “l’american way of filmmaking”, dal momento che valorose produzioni nostrane – leggi alla voce Romanzo Criminale – sembrano invece mature per raccogliere il testimone della fiction e saltare il fosso in cui J. J. Abrams e compagni si sono tuffati di testa.

Che il controllo del soggetto fosse sfuggito di mano agli autori di Lost, lo s’intuiva già da metà serie; durante la terza stagione arrivavano le prime risposte e, con loro, le prime incongruenze, ancorché trascurabili. Successivamente, però, la situazione è letteralmente degenerata, sfasciando l’intero universo narrativo dell’isola (ammesso che ne sia mai esistito uno nella testa degli sceneggiatori). Per funzionare, una storia ha bisogno di un contesto, di essere calata nello scenario di un mondo possibile, non necessariamente verosimile ma coerente con le leggi fantastiche che lo governano; queste possono essere ignorate per realizzare una parodia o per pressapochismo, e Lost non aveva certo una natura comica. Abbiamo atteso che la serie terminasse perché, di diritto, andava concesso agli autori il beneficio del dubbio; purtroppo il gran finale ha addirittura peggiorato le cose, spacciando un misticismo da due soldi come la quadra universale di tutti i misteri irrisolti della serie e perfino della vita. Il punto è che, foss’anche stata inverosimilmente questa la mediocre intenzione degli autori fin dalla prima puntata, demolisce per tre quarti le fondamenta su cui Lost ha costruito il proprio successo.

C’era una volta un’isola misteriosa, pulsante e vitale, che accolse un gruppo di naufraghi spariti da tutti i radar durante un incidente aereo nel bel mezzo del Pacifico. Non gli ci volle molto per rendersi conto di essere stati coinvolti in qualcosa di più di una semplice, esotica (e pur sempre affascinante) avventura. Giorno dopo giorno, i naufraghi s’accorsero che dietro il loro incidente si celavano collegamenti oscuri e insidiosi; l’isola era un sito militare segreto, un posto soprannaturale o un luogo dell’anima? E i mostri che vi abitavano, erano forse i demoni che risiedevano in ognuno di loro? Si trovavano lì per caso o era stato qualcuno – o qualcosa – a portarceli? Tutte queste domande (e molte altre ancora) sono state magistralmente portate all’attenzione di un pubblico sempre più coinvolto man mano che i giorni sull’isola passavano; i flashback s’incasellavano perfettamente nell’intreccio della storia, svelando con ritmo superbo segreti, personalità, peccati e connessioni dei personaggi. Nessun eccesso stilistico, niente svolazzi pindarici, dialoghi essenziali poco introspettivi e utili soprattutto a dipanare una trama immaginifica: tutti ingredienti grazie ai quali Lost ha riscoperto il fascino di raccontare (e di ascoltare) una storia in sé stessa, come ai tempi dei grandi romanzi popolari.

Che fine abbia fatto quell’isola misteriosa, è appunto un mistero. Forse gli sceneggiatori non si aspettavano un successo così enorme, convinti di non superare nemmeno l’episodio pilota, o magari i produttori, dati di share alla mano, hanno immancabilmente perso la testa imponendo di stiracchiare un personaggio di qua e allungare il brodo di là. Per quel che ci compete di valutare, miserabondo è il fallimento artistico della serie, precipitata proprio come il volo “Oceanic” dei suoi protagonisti: spezzandosi all’apice della sua altezza, nel bel mezzo del volo. Un vero e proprio trauma semiotico, fatto di viaggi nel tempo, universi paralleli, segreti militari, lobby economiche, templi aztechi, super poteri e dei ex machina come se piovessero; un coacervo di contraddizioni che alternano la filosofia dell’eterno ritorno, in cui i protagonisti sono marionette nelle mani di un Destino intento a perpetrare un equilibrio circolare, ad una concezione lineare della storia in cui le singole azioni di un uomo possono condizionare il corso degli eventi. Quel che è peggio è che, venuta meno la coerenza narrativa, anche l’estetica è andata a farsi benedire; improvvisamente i dialoghi diventano talmente vacui da risultare irritanti, la recitazione (quando c’è) ripetitiva e sforzata, la fotografia s’impoverisce e i personaggi rinnegano qualunque caratterizzazione, affermando tutto e il contrario di tutto e trascinandosi dietro quel che resta di una trama dilaniata dall’espediente del doppio, triplo, quadruplo, quintuplo, sestuplo gioco. Il tutto, suggellato da un ridondante finale riconciliatorio che pretende di portare al pettine tutti i nodi di un tizio ormai calvo.

Ci siete o ci fate? è l’unica domanda, da rivolgersi agli autori, a restare in piedi dopo sei stagioni di Lost. Tanto più che, considerando il divario abissale tra l’inizio della serie e il suo lungo, strascicato epilogo, sale la rabbia un po’ per sentirsi presi in giro, un po’ per l’occasione persa, sacrificata (come al solito) sull’altare dello showbiz americano e delle sue leggi infami – quelle sì sempre coerenti a sé stesse.



Fumo (nero) negli occhi di Emanuele P.
 
Per due principali motivi non è possibile ridurre il giudizio su Lost ad una critica pseudo-razionalista sullo sviluppo della trama e sulla sua conclusione: uno di natura prettamente pratica, l'altro riguardante forma e cifra stilistica. In assoluto, è sempre sbagliato considerare un'opera dissociandola dal suo contesto, e nel caso di Lost la forzatura diviene ancora più evidente: nonostante la pertinenza e la sensatezza di molte delle obbiezioni sollevate sulle discutibili “svolte” concepite durante le varie stagioni dagli autori, è impossibile non tener conto del fatto che il serial, nato come prodotto per la TV generalista americana, ha dovuto adeguarsi ai meccanismi e alle logiche proprie di quel mercato. Tanto per citare gli ultimi casi, è di qualche mese fa la notizia della cancellazione di numerose serie da network concorrenti alla ABC (produttrice di Lost); questi show, come Heroes e il più recente FlashForward, erano nati per sfruttare l'onda lunga degli sciagurati naufraghi ma hanno finito, per restare in metafora, con l'arenarsi nella secca dei TV ratings – in entrambi i casi il filone narrativo è stato troncato di netto, senza che fosse data agli autori neanche la chance di riannodare dignitosamente qualcuno dei fili portati all'attenzione dell'incuriosito spettatore.

Solo in questa ottica si riescono a comprendere (o quantomeno giustificare) alcune scelte degli sceneggiatori di Lost, esposti dal subitaneo successo ad una pressione e ad una responsabilità nei confronti dei sempre crescenti fan della serie che probabilmente non erano in grado di sostenere. Eppure il loro desiderio di mantenere una certa coerenza con l'intuizione iniziale alla base del serial, custodita in quel nucleo narrativo che è rimasto intatto dal pilota sino al gran finale, si è paradossalmente rivelato il loro più grande nemico: tutte le elucubrazioni simil teologiche, la mitologia sull'origine del bene e del male e sull'eterna lotta tra queste forze (di cui possiamo già trovare riscontri nella prima stagione e che d'un tratto torna prepotentemente in quella finale) è divenuta d'impaccio quando gli autori hanno dovuto assecondare le richieste sempre più pressanti generate dall'hype nato intorno a Lost, richieste tradotte in un maggior numero di stagioni da ideare e da “riempire” in qualche modo. È nato così, inevitabilmente, un secondo filone affiancato a quello metafisico, che col suo dipanarsi ha prima sorpreso e ammaliato spettatori di mezzo mondo, per poi rivelarsi in tutta la sua contraddittorietà e inconcludenza – emblematico il caso del personaggio di Benjamin Linus, originariamente accreditato solo di qualche posa (addirittura con un nome diverso, Henry Gale), ma che ha finito col diventare in itinere un protagonista decisivo della serie, ispirando gli autori nello sviluppo della già citata traccia secondaria.

Queste considerazioni potrebbero dar luogo a seri dubbi sulla professionalità o quantomeno sulla coerenza degli sceneggiatori, rivelatisi “intellettualmente disonesti” nei confronti di quegli spettatori convinti che ad ogni mistero avrebbe corrisposto una spiegazione accettabile, o speranzosi che comunque ognuna delle improbabili disavventure mostrate fosse in qualche modo stata già preventivata con ragionevole anticipo. La risposta a questi interrogativi ci porta al secondo motivo per il quale Lost è da considerarsi, in ogni caso, uno dei prodotti televisivi che più ha influenzato (e più influenzerà) la visione moderna dello storytelling, e cioè il suo utilizzo a tratti incredibilmente ispirato di un mezzo (la TV) divenuto ormai obsoleto e di solito riservato ad opere minori non degne del palcoscenico principale – pur considerando che dietro il vetusto tubo catodico si nascondono ostacoli insormontabili dei quali sarebbe scorretto non tener conto.

È il caso di premettere che acclamare gli autori di questo serial come geni visionari è sbagliato e fuorviante: i vari Abrams, Lindelof, Cuse e compagni hanno dimostrato nel corso delle stagioni una sempre crescente incapacità di confrontarsi con ciò di meraviglioso che avevano creato, un po' come quelle band che riescono a comporre una sola hit memorabile nella loro carriera per poi tornare nell'oblio consapevoli che non riusciranno mai a creare qualcosa di lontanamente paragonabile. Le prime tre stagioni di Lost resteranno infatti una vetta difficilmente raggiungibile in futuro dai creativi di tutto il mondo, e di questo è giusto dar credito anche a tutto lo staff tecnico, in grado di proporre una qualità di realizzazione almeno pari a quella dell'industria cinematografica. Per quanto riguarda l'architettura narrativa tout-court era da sottolineare l'utilizzo (innovativo) del flashback come parte integrante della trama, e non sembra un caso che proprio quando le proporzioni del girato erano divenute difficilmente gestibili (sessantanove episodi) si sia deciso di optare per un nuovo espediente formale, il flashforward, che appariva in grado di aprire una nuova dimensione tutta da esplorare.

Il risultato è stato solo in parte soddisfacente, almeno sino a quando non si è iniziato ad intuire che quelle logiche di produzione restate in sordina nella prima parte del serial stavano iniziando a condizionare significativamente lo sviluppo – alcuni personaggi scompaiono a causa di contratti non rinnovati, altri vengono messi in secondo piano per motivi banalissimi (come il bambino Walt, sui cui bizzarri poteri non ci sarà mai dato modo di sapere di più a causa di un suo precoce superamento della pubertà, che avrebbe reso poco credibile l'intera linea temporale...); quindi in vista dell'attesa conclusione, già annunciata al termine della terza stagione e condizionata dallo sciopero degli sceneggiatori protrattosi a lungo tra 2007 e 2008, gli autori hanno optato per la “soluzione finale” dei flashsideways, il perfettibile intermezzo che proponeva una sorta di realtà alternativa a quella della narrazione principale e che purtroppo si è concretizzato solo in un deus ex machina funzionale ad una conclusione d'effetto.

Per quanto, come detto, perfettibili, ognuno di questi nuovi strumenti ha rappresentato una piccola rivoluzione nell'approccio alla narrazione tramite il medium televisivo, del quale è sì giusto apprezzare le notevoli potenzialità (come appunto l'enorme minutaggio messo a disposizione per approfondire in modo unico personaggi, situazioni, rapporti e background) ma è anche doveroso tenere ben presenti i limiti, rappresentati dall'ossessione per gli indici d'ascolto, dalla gestione dei contratti in lassi di tempo particolarmente lunghi e dall'influenza che i feedback ricevuti inevitabilmente hanno sullo sviluppo di una trama, problematiche che non potranno mai essere paragonate a quelle di una singola produzione cinematografica, che per quanto mastodontica possa apparire ha comunque limiti e scadenze prefissate e si presenta al pubblico già come opera “finita”. Certo, un artista geniale sarebbe riuscito a trasformare ognuna di queste terribili forze contrarie nello spunto per qualche straordinaria trovata, ma come detto qui siamo di fronte ad autori “normali”, non a geni senza tempo; sarebbe però ingiusto volere con questo dimenticare quella scintilla che sono stati capaci di far brillare, per una volta nella loro vita, illuminando l'immaginazione e la fantasia di così tanti spettatori. Allo stesso tempo è ozioso rapportare lo sforzo necessario per mettere in scena un serial dalle pretese di Lost con quello, ad esempio, di produzioni nostrane come il succitato Romanzo Criminale: per quanto le opere possano essere messe in relazione in virtù di una cifra stilistica in entrambi i casi spiccatamente di stampo cinematografico, le aspettative generate e l'ambiziosità del modello narrativo risulteranno ineluttabilmente agli antipodi.

È sorprendente vedere come, nel mondo reale e in quello virtuale, le migliaia di fan della serie siano ancora in grado di interpretare in modo differente persino gli ultimissimi minuti proposti, dando la stura a improbabili teorie e portando ognuno una più originale chiave di lettura; per questo motivo, per tutti i minuti (ore?) passati a ragionare su un mondo impossibile, incoerente e a tratti involontariamente comico, il sottoscritto (svestendo gli scomodi panni da saccente accademico) proprio non riesce ad evitare di strizzare l'occhio a Lindelof e colleghi, al loro modo nuovo di raccontare la storia più vecchia del mondo.
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a cura di Emanuele P. (del 04/06/2010 @ 10:17:32, in Al Cinema, linkato 3017 volte)

Il segreto dei suoi occhi
(El Secreto de Sus Ojos)
Juan José Campanella, 2009 (Argentina, Spagna), 129'
uscita italiana: 4 giugno 2010
voto su C.C.

La vita di Benjamin Esposito (Ricardo Darín), assistente del Pubblico Ministero ormai in pensione, è stata condizionata da un caso all'apparenza banale affrontato a metà degli anni Settanta. Nell'Argentina della dittatura, era stato costretto a scappare dalla sua città e dalla donna che amava (Soledad Villamil) a causa della minaccia rappresentata da un giovane delinquente che aveva stuprato ed ucciso una ragazza restando poi impunito grazie alla sua collaborazione con il governo. Di ritorno in città dopo trent'anni, Benjamin ripercorrerà quegli eventi (spera che raccogliere le sue memorie in un romanzo possa avere una qualche funzione catartica) tentando di lenire i rimpianti che lo hanno torturato per tutta la vita.

L'argentino Juan José Campanella ha trascorso gli ultimi dieci anni lavorando soprattutto per i network televisivi statunitensi, curando la regia di alcuni episodi dei principali serial tv “commerciali” (Six Degrees, 30 Rock, The Guardian, House, vari spin-off di Law & Order) e questa esperienza lo ha probabilmente reso in grado di affrontare la narrazione cinematografica con maggiore spigliatezza ed incisività. Infatti il suo El secreto de sus ojos è prima di tutto un film “di sceneggiatura”, che trae tutta la forza vitale proprio dalla indubbia qualità del soggetto dal quale è stato tratto – il romanzo La pregunta de sus ojos di Eduardo Sacheri, co-autore dell'adattamento; Campanella si limita a dirigere con mestiere gli attori (molto validi) e solo in poche occasioni tenta di forzare lo stile o di aggiungere effettivamente qualcosa alla narrazione – interessanti e ben girate la sequenza iniziale e quella ambientata nello stadio del Racing. Confrontarsi con il problema dei “salti temporali” può divenire pericoloso per un regista, ma l'autore argentino (che firma anche il montaggio oltre a regia e sceneggiatura) riesce a condurre armoniosamente i personaggi attraverso passato e presente, mettendo in evidenza come questi finiscano con l'essere indissolubilmente legati – in questo ambito è da sottolineare la fotografia di Félix Monti, che accompagna l'assecondarsi dei piani narrativi con grande gusto. Come spesso accade riferendosi a film di qualità, è difficile costringere El secreto de sus ojos negli schemi di un solo “genere”: il legal-thriller che sembra essere al centro della narrazione ne è infatti solo una parte, forse addirittura marginale , mentre si rivela in tutta la sua forza la componente melodrammatica della storia, quella che coinvolge Benjamin e Irene, un racconto d'amore che arriva a scomodare persino dei luoghi comuni ben radicati come la differenza di classe o l'allontanamento forzato degli innamorati, senza però divenire mai stucchevole o d'intralcio allo sviluppo della trama. Merita di essere menzionato anche Pablo Rago, che interpreta in modo convincente il marito della ragazza uccisa, e che col comportamento del suo personaggio rappresenta la ideale continuazione (estremizzazione?) della traccia melodrammatica: l'infinito amore provato nei confronti della moglie condizionerà inevitabilmente la sua vita e renderà forse più giustificabili le sue azioni.
Insomma sembra che, per una volta, l'Oscar sia capitato nelle mani della persona giusta.
Da invidiare.
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