Easy Rider (Easy Rider) Dennis Hopper, Usa (1969), 94'
Born to be wild. Basta dire questo per riassumere la carriera del grande Dennis Hopper, che ci ha lasciato ieri dopo una lunga malattia. Questo è l'unico modo che conosciamo per salutarlo.
Si è conclusa ieri la 63esima edizione del Festival di Cannes e sono stati annunciati i premi assegnati dalla giuria presieduta da Tim Burton.
Ecco l'elenco completo dei vincitori:
Film in concorso:
Palma d'Oro LUNG BOONMEE RALUEK CHAT (Uncle Boonmee who can recall his past lives) di Apichatpong WEERASETHAKUL
Gran Premio DES HOMMES ET DES DIEUX (Of Gods And Men) di Xavier BEAUVOIS
Miglior regista Mathieu AMALRIC per TOURNÉE(On Tour)
Premio della Giuria UN HOMME QUI CRIE (A Screaming Man) di Mahamat-Saleh HAROUN
Miglior attore - ex aequo Javier BARDEM in BIUTIFUL di Alejandro GONZÁLEZ IÑÁRRITU Elio GERMANO in LA NOSTRA VITA (Our Life) di Daniele LUCHETTI
Miglior attrice Juliette BINOCHE in COPIE CONFORME (Certified Copy) di Abbas KIAROSTAMI
Miglior sceneggiatura LEE Chang-dong per POETRY
Corti in concorso:
Palme d'Or CHIENNE D’HISTOIRE (Barking Island) by Serge AVÉDIKIAN
Jury Prize MICKY BADER (Bathing Micky) by Frida KEMPFF
CAMERA D'OR AÑO BISIESTO réalisé par Michael ROWE présenté dans le cadre de la Quinzaine des Réalisateurs
Un Certain Regard:
Un Certain Regard Prize – Fondation Groupama GAN pour le cinéma HAHAHA by HONG Sangsoo
Jury Prize OCTUBRE (Octobre) by Daniel VEGA & Diego VEGA
The Prize for Best Performance Un Certain Regard Adela SANCHEZ, Eva BIANCO, Victoria RAPOSO in LOS LABIOS (The lips) by Ivan FUND & Santiago LOZA
Cinefondation:
First Cinéfondation Prize TAULUKAUPPIAAT (The Painting Sellers) by Juho KUOSMANEN
Second Cinéfondation Prize COUCOU-LES-NUAGES (Anywhere out of the world) by Vincent CARDONA
Third Cinéfondation Prize HINKERORT ZORASUNE (The Fith Column) by Vatche BOULGHOURJIAN A VEC JESAM SVE ONO ŠTO ŽELIM DA IMAM (I Already am Everything I Want to Have) by Dane KOMLJEN
PRIX VULCAIN DE L’ARTISTE-TECHNICIEN: Leslie SHATZ, for the sound of the film BIUTIFUL by Alejandro GONZÁLEZ IÑÁRRITU.
a cura di Angelo R. (del 20/05/2010 @ 12:02:45, in Al Cinema, linkato 247 volte)
Alice in Wonderland (Alice in Wonderland) Tim Burton, 2010 (USA), 108' uscita italiana: 3 marzo 2010 voto su C.C.
Tim Burton è tornato, o forse no. Già nelle sale ormai da un po’ di tempo, Alice in Wonderland si aggiunge purtroppo alla schiera di quei film che, accompagnati da grandi promesse e attese, non sono riusciti poi a mantenerle, puniti da un deludente successo al botteghino e dagli scarsi favori della critica. Purtroppo, perché chi come me si aspettava un ritorno in grande stile alla fiaba e alle atmosfere di un Lewis Carroll mai superato nella letteratura allegorica inglese, si è ritrovato per le mani invece un semi-prodotto Disneyano che ha assai poco di meraviglioso e molto di e-commercial e cliché. Premettendo che chi scrive è un amante del genere e dei lavori del visionario regista di Burbank, e che il film ha ovviamente il suo fascino, devo però associarmi ai detrattori perché sostanzialmente Alice non è Alice e, nonostante lo sforzo, il prezzo del biglietto non riesce proprio ad essere ripagato. Carroll aveva creato una favola priva di linee temporali e di una suddivisione cronologica degli eventi: la storia infatti racconta di una bambina che in un sogno (?) attraversa questo meraviglioso mondo immaginario e naif finendo quasi col “perderci” letteralmente la testa, tra conigli in ritardo, gatti parlanti e carte animate. Burton ne estrapola sì i contenuti, ma quasi crea uno stereotipo di quella bambina, con una bionda (Mia Wasikowska) spaesata e che non appare troppo nella parte. Alice è cresciuta e non ricorda niente della sua precedente visita, mentre tra flashback forzati e peripezie varie dovrà riportare la pace nel Paese delle Meraviglie, affrontando animali dai nomi a dir poco impronunciabili e personaggi bizzarri, accompagnata come sempre dal fedele Cappellaio Matto (Johnny Depp) e dalla Regina Bianca (un’evanescente Anne Hathaway). Proprio Johnny Depp, forse per la prima volta dopo anni ai massimi livelli di espressione, sembra un po’ “annacquato” e tenta di trarsi d'impiccio solo grazie alla sua verve da fuoriclasse, ma cade molto spesso nel trash più colossale. Ne è un esempio il “delirio” finale: una sorta di danza inguardabile che ricorda a momenti il miglior Pierino di Alvaro Vitali. La storia di Burton non riesce mai a restituire l’atmosfera da immaginifico incubo dell'autore inglese, perdendo di magia e di interesse con personaggi che a stento si riconoscono in un mondo che a qualcuno ricorderà l'omonimo cartone animato degli anni Cinquanta. Degna di merito come sempre la gentil consorte di Burton, Helena Bonham Carter, che dopo la svestita e scostumata locandiera di Sweeney Todd dà volto e voce a un’efficace Regina di Cuori. Insomma, grazie alla sapiente regia e alle animazioni come sempre di grande effetto (ma per le quali sinceramente il 3D ci sembra superfluo) assistiamo comunque ad un buon lavoro, vedibile e concreto. Ma ci permettiamo di opinare che da Burton e Co. ci si aspetta sempre il capolavoro, che stavolta sicuramente non è arrivato.
a cura di Emanuele P. (del 12/05/2010 @ 12:09:39, in Amarcord, linkato 260 volte)
Fuori orario (After Hours) Martin Scorsese, 1985 (USA), 97'
Paul Hackett (Griffin Dunne), computer geek ante litteram, impiegato senza stimoli né interessi, arriva al termine della ennesima giornata di lavoro in ufficio. Ad aspettarlo seduta nella sua tavola calda di fiducia c'è però un'attraente biondina (Rosanna Arquette) che legge Il Tropico del Cancro e inaspettatamente lo abborda, parlandogli delle bizzarre sculture che la sua coinquilina crea e vende. Tornato a casa, annoiato e depresso, Paul si decide a tentare la fortuna in quella serata, andando a far visita proprio alla strana ragazza che aveva incontrato qualche minuto prima. Da quel momento in poi inizia la sua discesa negli inferi di Soho, dove sarà preso di mira da ognuno degli stereotipi newyorkesi disponibili: partendo dal taxista scorbutico sino ad arrivare ad una improbabile ronda di quartiere, passando per artisti bizzarri, suicidi, fughe, furti e aggressioni di ogni genere – rischia persino di essere rapato a zero da un gruppo di punk. La mattina seguente, nonostante tutto, riuscirà ad arrivare puntuale in ufficio. La tanto odiata routine adesso sembra incredibilmente affascinante.
Martin Scorsese torna a raccontarci la sua New York, che a momenti sembra presa da qualcuno dei celeberrimi gironi danteschi. Manca però la violenza brutale di Mean Streets e Taxi Driver, o l'escalation psichedelica di Al di là della vita, perché in Fuori orario a prevalere è la vena ironica, l'esagerazione, il curatissimo crescendo. Nessuno potrebbe aspettarsi che l'innocua banconota persa dal protagonista durante il rocambolesco viaggio in taxi, intrapreso per raggiungere la ragazza appena conosciuta, possa rappresentare il prologo di un vero e proprio incubo; Paul è solo, in un quartiere sconosciuto, senza punti di riferimento né un modo per tornare indietro prima dell'alba. Così è costretto a trovare di volta in volta rifugio (prima in un pub, poi nell'appartamento di una cameriera ninfomane, quindi in un improbabile locale) per sfuggire alla folla sempre più numerosa di persone che per qualche motivo ce l'hanno con lui, credendolo un pericoloso delinquente. Scorsese riesce a parodiare con maestria l'atmosfera dei suoi film precedenti, grazie all'aiuto della valida sceneggiatura di Joseph Minion e della credibile fotografia firmata Michael Ballaus, che contribuisce a condurre lo spettatore attraverso le deliranti avventure del povero Paul, vittima della sua impacciata voglia di sconfiggere la noia. Attingendo qualcosa da Buñuel e qualche altra persino da Hitchcock, Fuori orario (film poco conosciuto e a budget ridotto ma non per questo “minore”) si dimostra una godibile black comedy che grazie al suo ritmo serratissimo e alla mano capace di Scorsese riesce ancora a conquistare, vent'anni dopo l'uscita nelle sale.