a cura di Emanuele P. (del 30/04/2010 @ 12:48:36, in Al Cinema, linkato 1732 volte)
Gli amori folli (Les Herbes Folles) Alain Resnais, 2009 (Francia, Italia), 104' uscita italiana: 30 aprile 2010 voto su C.C.
Un innocuo portafoglio, rubato alla sgargiante Marguerite (Sabine Azéma) appena uscita da un negozio di scarpe, diviene il detonatore per un'amore improbabile e folle, che nasce e cresce laddove non avrebbe motivo di esistere – come le “herbes folles”, le erbacce, del titolo originale. A ritrovarlo infatti è l'annoiato Georges (André Dussollier), disperatamente alla ricerca d'un imprevisto nella sua vita così perfetta e monotona; prima ancora di conoscere la proprietaria di quel misterioso oggetto inizia a fantasticare, ad immaginarla, finisce persino col divenirne ossessionato. Dalle foto sui documenti la donna sembra solare e spontanea, è una dentista che adora pilotare aerei d'epoca, insomma appare come l'esatto opposto della più giovane e graziosa compagna che ormai tratta con formale distacco. L'incontro tra i due è inevitabile e tumultuoso, un perenne tira-e-molla con inaspettata (e duplice) conclusione.
Alain Resnais, ormai alla soglia dei novant'anni, non ha perso nulla di quella cifra stilistica che lo ha reso uno dei più apprezzati registi della Nouvelle Vague (Hiroshima, mon amour, L'anno scorso a Marienbad, Providence, Mon oncle d'Amérique) e con Les Herbes Folles lo dimostra ancora una volta, lasciando però che un raggio di luminosa speranza trapeli dalla consueta coltre di pragmatismo un po' pessimista nei confronti di vita e relazioni tra gli uomini. Sembra lontana anni luce infatti la malinconica neve che in Cuori (2007) avvolgeva, e congelava, tutti gli infelici personaggi; nel suo ultimo film c'è invece tutta la voglia di guardare con un sorriso (forse quello della definitiva e venerabile maturità?) alle insospettabili coincidenze offerte dal caso, che sconvolge e rianima le vite di due cinquantenni incredibilmente diversi ma che tutto sommato si completano a vicenda. Lo stile impeccabile col quale viene portata avanti la narrazione (sceneggiatura tratta dal romanzo L'incident di Christian Gailly) rende piacevolissimo immergersi nella fotografia un po' sfocata di Eric Gautier, mentre vediamo scorrere parallelamente le vite dei due protagonisti, sino ai loro molteplici e imprevedibili incontri-scontri – s'innamorano l'un dell'altro ma, come insegna Henri-Pierre Roché, mai nello stesso momento.
Nel finale Resnais si concede poi il gusto di fare divertita satira nei confronti del cinema americano, scimmiottando le mastodontiche produzioni hollywoodiane (con tanto di jingle della 20th Century Fox) nelle quali ogni commedia romantica deve essere destinata ad un inevitabile happy ending; non c'è bisogno di aggiungere che la “seconda” conclusione, la sua, sarà più originale e spiazzante.
Grazie anche al cast (il duo di protagonisti è da tempo caro a Resnais) Les Herbes Folles si trasforma in una lezione sul cinema: su come ottenere da un improbabile incrocio gli ingredienti per una combinazione magica.
a cura di Emanuele P. (del 19/04/2010 @ 11:40:48, in Anteprime, linkato 1893 volte)
L'Enfer d'Henri-Georges Clouzot
(L'Enfer d'Henri-Georges Clouzot)
Serge Bromberg, 2009 (Francia), 102'
La storia del cinema è piena di aneddoti su straordinari film che non hanno mai visto la luce, per i motivi più diversi. Nella maggior parte di queste occasioni i chilometri di pellicola girata sono finiti nel dimenticatoio di una qualche grande casa di produzione o stipati nei cassetti dei gelosi eredi dell'autore; nel caso del “leggendario” Enfer, il capolavoro annunciato e mai portato a termine dal Maestro del cinema francese Henri Georges Clouzot galeotto fu un ascensore difettoso, nel quale ebbero modo di fare conoscenza il regista Serge Bromberg ed Inès Clouzot, la vedova del cineasta transalpino. Il claustrofobico Bromberg ebbe modo di distrarsi dall'incubo della forzata e repentina reclusione venendo a conoscenza di un magazzino dove, dimenticate dal mondo, riposavano centottantacinque bobine: tutto il girato che Clouzot e i suoi collaboratori avevano avuto modo di raccogliere in mesi di preparazione. Nacque così l'idea di girare un documentario – o meglio un film-omaggio – dedicato a L'Enfer, quell'opera d'avanguardia che avrebbe dovuto avvalersi dei mezzi finanziari di un kolossal non per mettere in scena migliaia di comparse o allestire scenografie apocalittiche, bensì per lasciare totale libertà ai migliori tecnici dell'epoca nello sperimentare quanto di più estremo ed improbabile potesse venir loro in mente. Una sorta di enorme “giocattolo” messo nelle mani del dittatoriale Clouzot (reso celebre da film memorabili come L'assassino abita al 21, Il corvo, Legittima difesa, Il salario della paura, I diabolici, tanto per citarne qualcuno) e nel quale avrebbero dovuto recitare, quasi come vittime sacrificali sull'altare della Settima Arte, gli affermati Romy Schneider e Serge Reggiani. La prima fu entusiasta di lavorare con Clouzot, al quale lasciò sperimentare le più incredibili ed inusuali scene; il secondo, passata l'iniziale euforia, finì con l'abbandonare il progetto contribuendo (probabilmente) al suo fallimento, a causa dei continui ed asprissimi diverbi avuti col regista. Ma il “flop” del progetto infernale ha radici più profonde, che originano proprio dall'idea stessa alla base del film: pur partendo da un soggetto abbastanza banale (un uomo che perde la sua lucidità a causa della infondata ed ossessiva gelosia provata per la giovane moglie) Clouzot aveva intenzione di svilupparlo in un modo originale, dando alla dimensione artistica dell'opera una importanza capitale, con pochi eguali in tutta la cinematografia moderna. Purtroppo a questi propositi “sulla carta” si contrappose il pragmatismo delle logiche di produzione e realizzazione, perché durante i numerosi mesi di prove ed esperimenti (alcuni visivamente straordinari, che rappresentano il principale motivo per cui l'omaggio di Bromberg diventa imperdibile) la lavorazione del film restava pressoché ferma. Quando iniziarono le riprese vere e proprie la dedizione al progetto di troupe e cast era già divenuta meno convinta, e finì con lo sgretolarsi durante le lunghe settimane nelle quali Clouzot sembrava ossessionato solo da alcune scene girate decine e decine di volte, quasi incapace di gestire l'enorme grado di libertà concessagli – proprio lui che era invece divenuto celebre per il rigore e l'efficacia del suo operato. Fu un infarto, non fatale, a porre fine alla lavorazione, probabilmente “salvando” il Maestro francese da un fallimento che non avrebbe meritato. Nel suo ultimo film, La Prigioniera (1968), apparirà solo qualcuna delle rivoluzionarie idee sperimentate.
È proprio la dimensione epica che L'Enfer ha guadagnato durante gli anni ad averlo reso un cult, a dispetto del suo essere di fatto “inedito” – la prematura scomparsa di regista e star principale hanno sicuramente contribuito a creare quest'aura di mistero; Bromberg, insieme a Ruxandra Medrea, ha il merito di avercelo reso curando ogni sequenza con grandissima attenzione e umiltà, riducendo all'essenziale il suo apporto (soprattutto il sonoro e parte del recitato, che mancava dalle registrazioni dell'epoca, affidato alla coppia di attori Bérénice Bejo e Jacques Gamblin). Le sequenze originali sono intervallate da interviste ai protagonisti dell'epoca, tutti i tecnici che furono gli sbalorditi testimoni di un evento unico, in quei mesi del 1964: avere l'occasione di rendere realtà le loro più impensabili fantasie.
a cura di Emanuele P. (del 09/04/2010 @ 11:25:17, in Al Cinema, linkato 1368 volte)
Sunshine Cleaning (Sunshine Cleaning) Christine Jeffs, 2008 (USA), 91' uscita italiana: 9 aprile 2010 voto su C.C.
Tutte le aspettative della ex cheerleader Amy Adams sono andate svanendo anno dopo anno finito il college: da reginetta fidanzata col più prestante della cittadina (Steve Zahn) ne è diventata la squallida amante, oltre che ragazza madre con sorella scapestrata a carico (Emily Blunt) e un padre hippy cui badare (Alan Arkin). Per tirare avanti è costretta a sopportare un lavoro umiliante, sognando di poter divenire, un giorno, agente immobiliare. Proprio dopo un tête à tête col fidanzato clandestino (un poliziotto) le viene proposta l'idea di gestire una impresa di pulizie incaricata dello smaltimento dei rifiuti organici dalle scene del delitto, lavoro parrebbe redditizio ma piuttosto spiacevole nel quale coinvolgere anche la inaffidabile sorella. Svariati inconvenienti dopo saranno tutti, in qualche modo, più sereni e realizzati.
Dopo il successo del godibile Little Miss Sunshine, gli stessi produttori hanno tentato di proporre un “format” equivalente sperando di accaparrarsi un simile coro di consensi. Il problema è che per ottenerlo hanno mantenuto una fin troppo evidente continuità con la precedente pellicola, sin dalla scelta di quel titolo che, inevitabilmente, avrebbe dovuto contenere il termine “Sunshine”. Persino un personaggio (quello interpretato da Arkinnel film del 2006 e resuscitato per l'occasione) sembra ripreso integralmente ed adattato a fatica alla nuova sceneggiatura, così come la figura del bambino con tendenze sociopatiche che però è tanto maturo e perspicace (in questo caso, il piccolo Jason Spevack). Nonostante la totale mancanza di buona volontà dimostrata dalla produzione, che non a caso affida regia e sceneggiatura a due lodevoli ma malleabili esordienti, Sunshine Cleaning riesce comunque a reggere l'impatto col grande schermo, soprattutto in virtù dell'ottimo casting e dell'indubbio appeal del duo Adams-Blunt – anche in questo caso quei volponi dei produttori hanno saputo muoversi egregiamente. Si tratta insomma di un “prodotto” più che d'un film, ma la confezione è abbastanza patinata da attrarci, ed una volta aperta non delude troppo.