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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
«Quanto odio i festeggiamenti di capodanno... tutti vogliono disperatamente divertirsi, cercando di festeggiare in qualche misera patetica maniera! Festeggiare che cosa?... Un altro passo verso la tomba? Ecco perchè non lo dirò mai abbastanza... qualunque amore riusciate a dare e ad avere... qualunque felicità riusciate a rubacchiare o a procurare; qualunque temporanea elargizione di grazia... Basta che Funzioni...!»dal film Whatever Works, Woody Allen (2009)A tutti i lettori, auguri di Buon Natale e Felice 2010! PS. Come da tradizione, abbiamo aperto un nuovo sondaggio sul film favorito tra le produzioni italiane dell'anno che sta per finire. Il Divo è stato il preferito della scorsa stagione cinematografica, seguito da Gomorra.
Maurice Ronet dal film Fuoco Fatuo(Le feu follet) Louis Malle, Francia (1963), 110'

Moon (Moon)
Duncan Jones, 2009 (Gran Bretagna), 97’ uscita italiana: 4 dicembre 2009 voto su C.C.  Sono davvero pochi gli attori in grado di interpretare con intelligenza e (soprattutto) talento il difficile ruolo costruito ad arte da Duncan Jones (e Nathan Parker): un perenne monologo impreziosito da diabolici sdoppiamenti della personalità. Per fortuna del giovane regista inglese (all’esordio) e di noi spettatori, Sam Rockwell è fra questi. Interpreta Sam Bell, operaio che in un lontano futuro viene relegato sulla “dark side of the moon” per supervisionare all’estrazione di un prezioso combustibile dal suolo lunare. Il suo mandato dura tre anni, tre anni nei quali avere come unico interlocutore simil-umano un sofisticato computer (al quale Kevin Spacey dà la voce nella versione originale). Un incidente metterà tutto in discussione.
Duncan Jones (finalmente libero dalla ingombrante ombra paterna) sceglie di interpretare in modo personale un genere troppo spesso condizionato da enormi produzioni e sofisticati effetti speciali, nel quale sempre meno attenzione viene dedicata allo sviluppo di soggetti interessanti o alla cura formale con la quale queste storie sono proposte al pubblico. Il suo Moon fa sì riferimento a 2001: Odissea nello Spazio, ma non nel modo banale che una prima impressione potrebbe suggerire (il computer umanizzato, il bianco accecante, l’alienazione dell’astronauta): Jones sposa l’ispirazione di Kubrick, la sua filosofia, il suo approccio sovversivo ai consueti meccanismi narrativi. Le disavventure del povero (o dei poveri?) Sam divengono un mezzo per proporre riflessioni più profonde sull’umanità dell’individuo e sulle sue disposizioni “naturali”, ma anche sui dilemmi moraleggianti che sopraggiungono inevitabilmente di fronte all’evoluzione selvaggia della scienza.
In questo contesto spicca l’interpretazione di Rockwell, uno dei più talentuosi attori della sua generazione, che viene valorizzato esponenzialmente dalla storia (in senso letterale) e può mostrare in pieno tutte le sue capacità. L’ostacolo tecnico rappresentato dalla “moltiplicazione” dei Rockwell in scena viene superato agilmente da Jones e compari, così come è scongiurata col giusto pragmatismo la pericolosa tendenza alla ridondanza di tutta la narrazione, resa scorrevole da intelligenti dissolvenze e colpi di scena ben architettati – molto efficace anche l’inesorabile count-down che punteggia tutto il film e garantisce coordinate temporali oltre che un ulteriore motivo di tensione narrativa.
Nonostante tutti i numerosi pregi di questa apprezzabile opera prima, manca quel tocco di incisività nella storia che avrebbe potuto rendere Moon qualcosa di molto simile ad un film spartiacque per il suo genere – come fu 2001 decenni prima. Ma siamo sicuramente sulla buona strada.
Sorprendente.

(500) Giorni Insieme((500) Days of Summer)
Marc Webb, 2009 (USA), 96’ uscita italiana: 27 novembre 2009 voto su C.C. 
Un giovane architetto (Joseph Gordon-Levitt), costretto per sopravvivere ad ideare biglietti d’auguri, trascorre cinquecento giorni diviso tra felicità, tristezza, bramosia e depressione a causa delle riluttanze che l’affascinante Summer (Zooey Deschanel) mostra nel considerarlo effettivamente l’amore della sua vita. La relazione tra i due diviene frustrante: come affermato a mo’ di “disclaimer” nei minuti iniziali del film, non si tratta di una storia d’amore, ma semplicemente di un ragazzo che incontra una ragazza.
Marc Webb esporta in toto il suo bagaglio “artistico” da regista di videoclip per girare questa commedia romantica, piena di spunti interessanti ma svilita da un’eccessiva quantità di cliché sfacciatamente rubati al presunto cinema indipendente americano. Volendo dimenticare gli insulsi personaggi secondari – la bambina iper-matura e giudiziosa, onnisciente in quanto a relazioni sociali, i due “simpatici” amici piombati dritti dritti da una serie tv degli anni novanta – possiamo identificare nelle interpretazioni dell’ottimo Gordon-Levitt ( Sguardo nel vuoto) e della enigmatica/a tratti intollerabile Deschanel il principale punto di forza della pellicola di Webb, sempre pronto ad ammiccare verso lo spettatore con citazioni più o meno raffinate o con divertite licenze stilistiche – il momento musical, quello cartoon, la geniale sequenza in split-screen nella quale si confrontano realtà ed aspettative del protagonista. Lo scontro tra le speranze del povero peluche Levitt e gli impenetrabili occhi azzurri della Deschanel, che accompagnano sempre un sorriso a metà tra dolce e beffardo, occupa disordinatamente la narrazione, un continuum di situazioni dalle quali appare evidente che il martirio emotivo del nostro protagonista è per la maggior parte del tempo coscientemente auto inflitto. Alla storia manca uno sguardo più approfondito su quello che senza dubbio è il personaggio più interessante della coppia (la fuggevole Deschanel), liquidata con la superficiale etichetta di donna incapace d’amare, forse a causa di traumatiche esperienze familiari – non basta davvero il Coup de Theatre finale.
Montaggio serrato, ottimo gusto per la soundtrack (un po’ troppo ripetitiva ma orecchiabile) e la discreta distanza dalle consuete commedie romantiche fanno comunque di (500) Days of Summer un’opera più che sopportabile.
Stagionale.
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