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 Risi... di Emanuele P.
 
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La televisione crea l'oblio, il cinema ha sempre creato dei ricordi.

Jean-Luc Godard
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
a cura di Emanuele P. (del 29/11/2009 @ 19:08:56, in Al Cinema, linkato 2176 volte)

Segreti di famiglia
(Tetro)
Francis Ford Coppola, 2009 (USA, Argentina, Spagna, Italia), 127’
uscita italiana: 20 novembre 2009
voto su C.C.  
 
Dopo aver girato la terza (inutile) parte de Il Padrino, Francis Ford Coppola deve aver fatto un qualche solenne giuramento a se stesso che lo obbligava, appena raggiunta l’età della saggezza, a dedicare ciò che restava della sua carriera al cinema indipendente, introspettivo, persino troppo d’essay. Da questo punto di vista, Tetro è considerabile il film-manifesto del “nuovo” modo di intendere il suo lavoro.
Coppola infatti, inciampando spesso in autobiografia ed esperienze personali, ci racconta la storia di Angelo Tetrocini (Vincent Gallo), divenuto per tutti “Tetro” dopo il suo volontario e misterioso esilio in Argentina, col quale aveva lasciato il padre (Klaus Maria Brandauer) compositore di straordinario successo, e il fratello minore Bennie (Alden Ehrenreich), che da sempre lo aveva visto come modello da seguire. Proprio la visita a Buenos Aires del giovane fratello prodigo porterà alla luce le spiacevoli verità della vita passata di Tetro.
 
Coppola sembra cercare ogni espediente per rendere quanto più distante dal mainstream hollywoodiano la sua ultima opera: sceglie il bianco e nero (col prezioso aiuto di Mihai Malaimare Jr., autore della fotografia), affronta tematiche particolarmente complesse, dilata tempi e situazioni sino all’eccesso. L’innegabile maestria con la quale mette in scena la sua tormentata versione di un dramma familiare, riesce a far dimenticare momenti morti e (soprattutto) le numerose lacune della trama, troppo spesso incoerente ed enigmatica. Il palese coinvolgimento emotivo di Coppola nel raccontare questa storia, fa sì che il regista italo-americano perda la proverbiale “giusta distanza” indispensabile per mantenere equilibrio ed efficacia: nelle (dis)avventure di Gallo non è difficile notare gli spettri della vita passata del grande regista. Paradossalmente l’investimento in termini di emozione e intensità non viene ripagato dal suo film, che in alcuni momenti diventa impersonale, freddo, quasi puro esercizio di stile – di grande valore artistico gli intermezzi “a colori”, inconsueti flashback accompagnati da citazioni e ricercati balletti che fanno rivivere il passato di Tetro. Ogni manchevolezza è però resa dimenticabile dalla magistrale qualità con la quale sono concepite e girate tutte le scene, anche quelle meno apprezzabili dal punto di vista puramente narrativo – non fa eccezione la sequenza finale.
Merita di essere menzionata l’interpretazione di Maribel Verdú, compagna di Vincent Gallo nella finzione, vero fiore all’occhiello di un cast composto da attori poco noti (lo stesso Gallo è per definizione una star del cinema indipendente) ma sicuramente capaci.
Espiazione.
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a cura di Emanuele P. (del 14/11/2009 @ 11:24:36, in Al Cinema, linkato 2555 volte)


Un alibi perfetto
(Beyond a Reasonable Doubt)
Peter Hyams, 2009 (USA), 105’
uscita italiana: 13 novembre 2009
voto su C.C.

C’è una cosa che possiamo affermare, “al di là di ogni ragionevole dubbio”: meglio non far mai incontrare remake, figli d’arte e sceneggiatori incompetenti. Perché il risultato potrebbe essere qualcosa di molto simile a Beyond a Reasonable Doubt.
La buon’anima di Douglas Morrow purtroppo non ha potuto ribellarsi allo scempio che è stato ordito ai danni della sua sceneggiatura originale del 1956 (regia di Fritz Lang) da Peter Hyams, registucolo da trent’anni in bilico tra TV e cinema di cassetta; affidandosi al “nome” di Michael Douglas e a qualche inutile e lunghissima sequenza in automobile, l’ultimo film americano del grande autore tedesco è stato trasformato in mediocre fiction – non dubitiamo che un buon episodio di CSI possa avere miglior resa.
La storia è quella di giovane reporter “d’assalto” (Jesse Metcalfe) convinto di poter ottenere lo scoop della carriera smascherando un procuratore distrettuale (Douglas) che vince ogni suo caso di omicidio falsificando le prove del DNA ai danni dell’imputato. Il piano del giornalista consiste nel farsi accusare di un delitto del quale può dimostrare con certezza la sua innocenza, in modo da evidenziare la diabolica alterazione delle prove operata dall'accusa. È ovvio che tutto non sarà così semplice, così come è ovvia la presenza di una storia sentimentale, tra un’assistente del procuratore (Amber Tamblyn) e il suddetto giornalista. Colpo di scena nel finale.

Sarebbe quasi irriguardoso citare ulteriormente l'opera di Lang, ma basti solo aggiungere che l’idea alla base di entrambi i film (un D.A. che non rende onore alla “Giustizia”) aveva ben altre implicazioni nella pellicola del ’56, in quanto si poneva anche come una non tanto velata critica nei confronti della pena di morte. Nel caso dell’opera di Hyams invece il soggetto diviene solo un pretesto per poter mettere in scena quasi due ore di banalità, sequenze mal concepite e tanta cattiva recitazione. Quando il film dovrebbe iniziare ad ingranare si spegne, arrivando alla completa morte celebrale durante una inconcepibile ed infinita scena che vede Amber Tamblyn (del lotto, decisamente la più vicina a sembrare un’attrice) ostaggio di una rombante automobile in un parcheggio sotterraneo: per interminabili minuti si nasconde dietro un pilone e il suo demente antagonista (Lawrence P. Beron) si rifiuta di scendere dalla macchina per aggredirla, e preferisce continuare a girare in tondo compromettendo seriamente (sospettiamo) le sospensioni del bolide.
Questa sequenza è il manifesto di una pellicola ai limiti della decenza, nella quale anche la più brillante e sottile delle idee originarie si perde, inevitabilmente. Douglas, salvato in precedenti remake dalla altrui recitazione (vedi Delitto Perfetto), sembra un pupazzo pronto al tanto agognato pensionamento; lo sbarbato Metcalfe invece ha l’aria perfetta per gironzolare sul bordo piscina in un video per teenager, ma sicuramente nulla di più – già meglio, ma ci accontentiamo di poco, il suo partner Joel Moore, chiamato a fare il simpaticone della situazione.
Film da evitare.
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a cura di Emanuele P. (del 13/11/2009 @ 10:53:20, in Al Cinema, linkato 3131 volte)

Gli abbracci spezzati
(Los Abrazos Rotos)
Pedro Almodóvar, 2009 (Spagna), 129’
uscita italiana: 13 novembre 2009
voto su C.C.
 
L’ultimo film di Pedro Almodóvar dimostra ancora una volta come il regista spagnolo sia uno dei pochissimi cineasti europei in grado di rivaleggiare con le patinate produzioni hollywoodiane (per interpretazioni, qualità tecnica, appeal mediatico), pur senza rinunciare ad un inconfondibile e personalissimo modo d’intendere il cinema.
La narrazione salta agilmente dal 2008 al 1994, raccontandoci delle vicende di un regista di successo (Lluís Homar), divenuto cieco in seguito ad un incidente stradale, e della sua primadonna ed amante (Penelope Cruz), contesa ad un ricco e spietato imprenditore (José Luis Gómez).
 
Ovviamente, ridotta ad una breve sinossi, la storia sembrerebbe “semplice”, quasi lineare o scontata, mentre invece grazie alla cifra stilistica di Almodóvar (anche autore della sceneggiatura), raggiunge una ammirabile complessità, divenendo prima strutturato melodramma, quindi svagata commedia, infine avvincente giallo d'ispirazione hitchcockiana.
In un mondo dai colori vivacissimi, frutto del sapiente lavoro di un maestro della fotografia come Rodrigo Prieto (La 25ma Ora, Brokeback Mountain, 21 grammi, giusto per citare qualcuno dei film nobilitati dalla sua opera), vengono lentamente alla luce verità celate per anni, misteriosi personaggi difficilmente definibili; sfruttando il navigato escamotage del metacinema, Almodóvar reinterpreta con grande abilità i cliché del genere e regala allo spettatore un godibilissimo divertissement, ricco di citazioni (la più evidente Viaggio in Italia, di Rossellini), di brio, d’equilibrio, di sconfinato amore per il cinema – emblematica la sequenza finale, nella quale possiamo chiaramente identificare il protagonista con lo stesso regista iberico quando afferma che i film vanno terminati, qualsiasi sia la condizione dell'autore.
Grazie alla brillante coppia d’interpreti Homar-Cruz ogni scena diviene intensa e credibile, in particolare la Cruz (che a tratti, come spesso le accade durante gli ultimi anni, ricorda incredibilmente Anna Magnani) illumina la scena, artefice di continue e sorprendenti metamorfosi che la vedono diventare ingenua Audrey Hepburn o terribile femme fatale col solo cambiare di una parrucca. Il grande pregio di Los Abrazos Rotos diventa anche il suo unico limite: quella leggerezza e quella radiosa forza che ne caratterizzano ogni scena possono far dubitare sull’effettiva “sostanza” della storia raccontata. Ma nel momento in cui iniziano a scorrere i titoli di coda, questo sembra importare davvero poco.
Prezioso.
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a cura di Emanuele P. (del 10/11/2009 @ 13:52:26, in Al Cinema, linkato 2498 volte)

Nemico Pubblico – Public Enemies
(Public Enemies)
Michael Mann, 2009 (USA), 143’
uscita italiana: 6 novembre 2009
voto su C.C.
 
L’epopea di John Dillinger, celeberrimo gangster dell’America post-Depressione, sembra costruita su misura per essere raccontata con lo stile ostentatamente machista di Michael Mann (primissimi piani, rigide carrellate, maestria nell'orchestrare sparatorie e confusione). Ladro di banche “gentiluomo” – ruba solo i soldi in cassa non quelli dei cittadini coinvolti, tratta quasi con gentilezza gli ostaggi, evita violenza non necessaria –, esperto in fughe impossibili, odiato da FBI e mafia, Dillinger (interpretato dall’affidabile Johnny Depp, un po’ sottotono) gira l’America e sfruttando la scarsa collaborazione tra le forze dell’ordine dei vari Stati, riesce a prendersi gioco di chiunque provi a catturarlo. E’ sfacciato, tanto da mostrare il suo volto al pubblico di un cinema mentre un avviso che lo riguarda viene proposto sul grande schermo o così controllato e sicuro di sé da recarsi nella stazione di polizia di Chicago per curiosare tra gli appunti della task force che lo bracca da anni. Le uniche persone a cui sembra realmente legato sono la fidanzata Billie (Marion Cotillard) e il fedele Red (Jason Clarke) compagno di mille avventure; la sua fine è segnata sin dall’inizio.
 
In una scena emblematica, Depp ( appena evaso insieme alla sua banda da una prigione di massima sicurezza) scaccia una ragazza che lo supplica di portarla via con sé, verso inevitabili e pericolose avventure. Perché in questo film, come nel bolide di Dillinger, sembra non siano ammessi gli estrogeni: è una storia di uomini duri, spietati, decisi. Da qualsiasi parte si schierino, non importa se il loro aspetto sembri innocuo (Baby Face, Pretty Boy), tutti questi personaggi sono pronti a far fuoco in ogni momento, ad ogni occasione, con il compiaciuto beneplacito di Mann e compagni – da segnalare l’efficacissima fotografia del nostro Dante Spinotti (vedi L.A. Confidential) e la colonna sonora di Elliot Goldenthal. Inaspettatamente è Christian Bale, nel ruolo del segugio incaricato di catturare Dillinger, a sfoderare la più convincente delle interpretazioni, con il suo viso perennemente contratto, le labbra sottili, l’ostentazione di solidi principi ed educazione inappuntabile. Gli fa da contraltare il burocrate Hoover (un ottimo Billy Crudup), con nessuna esperienza sul campo ma idee molto chiare, pronto a tutto pur di sfruttare, anche mediaticamente, l’affaire Dillinger. La recitazione di Depp, dal quale si aspetta sempre una magistrale prestazione, manca invece di intensità sebbene il fuoriclasse americano riesca ugualmente a conferire al carismatico gangster una dimensione convincente, grazie al suo indubbio fascino e, soprattutto, ad un innato talento. L’unica occasione di confronto diretto tra i due maschi alfa Bale-Depp, con quest’ultimo temporaneamente dietro le sbarre, evidenzia proprio come sia il solerte agente FBI a godere di una più funzionale caratterizzazione.
Col passare dei minuti il film diventa una sorta di meditabonda agiografia, continuum di sequenze d’azione ben ideate e girate, ma non mantiene un’unità narrativa apprezzabile.
Ben girato, privo di momenti “morti”, intenso: Public Enemies mantiene in pieno le aspettative. Nulla di più.
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a cura di Emanuele P. (del 02/11/2009 @ 10:07:41, in Re per una notte, linkato 1865 volte)


[disclaimer: pezzo di mero interesse social-culturale, a-cinematografico, lontanamente diffamatorio, spudoratamente ispirato e dedicato a fosterwallaciana memoria].

Una meravigliosa Sachertorte domina dall’alto della sua mensoletta illuminata l’affollatissimo bancone del café (per l’occasione cinephile) posto all’entrata dell’Auditorium di Roma, facendo venire in mente ai vostri corrispondenti sempre in cerca di consone captatio benevolentiae lo sgomento del cineasta capitolino per definizione, Nanni Moretti (dimentichiamo volentieri le lontane origini trentine), di fronte a uno sciagurato benpensante che mai aveva avuto modo di assaggiare una fetta della delizia austriaca; perché l’ideale tafazzista del “farsi del male” sembra essere sposato in pieno, quest’anno più del solito, dagli organizzatori della quarta edizione del Festival internazionale del Film di Roma.

 I vos.corr. hanno appena saputo che, miracolosamente, il direttore artistico Gian Luigi Rondi è sopravvissuto alle ennesime calure estive, quando giungono per la prima volta all’entrata dell’Auditorium – alla quale si arriva percorrendo uno stradone inspiegabilmente mal illuminato e reso addirittura disdicevole dal pestilenziale olezzo che lo caratterizza, gentile dono del limitrofo galoppatoio – venendo subito accolti da una coppia di gentili e solerti vigilanti pronti a ricordare con un urlo che “quella è ancora una strada”, qualsiasi cosa ciò possa significare. Il clima che si respira tra gli stand ha virato dal consueto mix tra SMAU e sagra paesana ad una più complessa atmosfera che si potrebbe definire come una Festa dell’Unità senza vino, né intrattenimento, né convivialità (e senza cabarettisti pronti a far pseudo-satira politica, ma questo è un bene). Per qualche arcano motivo il logo dell’Ikea è presente ovunque, arrivando oltraggiosamente a caratterizzare persino cibarie esotiche vendute in un apposito stand; le altre proto-bancarelle, stavolta accuratamente protette da architetture in plexiglas, sono sovrastate da enigmatiche pubblicità – più di una volta i vos.corr. sono stati tratti in inganno da tali cartelloni convinti che rappresentassero qualcosa di simile a una “insegna” dello stand; questo, più di ogni altra cosa, può dare una chiara idea della lucidità dei suddetti vos.corr. – mentre gli immancabili sgabuzzini del catering presentano una diabolica disposizione che accompagna l’imbarazzante escalation di prezzi e (presunta) qualità del cibo.
Il disprezzabile fulcro della movida festivaliera (il tappeto rosso, per i non addetti ai lavori) è contornato dalla consueta eterogenea umanità fornita di sempre più sofisticati supporti video con i quali testimoniare la loro presenza in loco, ma pare subito evidente ai vos.corr. come l’entusiasmo degli anni passati sia ormai solo un lontano ricordo – fatta eccezione per alcuni momenti prettamente nazional-popolari come la passerella dello sciupato Clooney o il passaggio degli intollerabili ispiratori a cui è da imputare la saga Twilight. Il red carpet è reso particolarmente patetico da un infinito dj set (col tapino ben lontano da occhi indiscreti e meritati insulti) allestito tutto su una compilation mandata in loop dei peggiori successi rock degli anni 60-70-80, idealmente concepita dal responsabile musicale del Festival pochi giorni prima, durante una notte insonne passata a guardare Media Shopping.
La vera attrazione del tappeto magenta sono perciò i capacissimi operatori stipendiati da Coming Soon Television che armeggiano con dolly simili a degli argani lasciando trapelare qualche emozione dai loro volti contratti unicamente in occasione di una partita della loro amata Roma – match sciaguratamente giocato in contemporanea con una noiosa parata di sconosciuti da riprendere.
La goliardia si impadronisce della scena solo quando immancabili donnine-hostess iniziano a distribuire un misterioso pacchetto contenente due cd – un dvd e un cd come scopriranno qualche ora dopo i vostri intrepidi corrispondenti – griffato Dago-Strunz, opera musicale grettamente diffamatoria ma esilarante firmata da tale Mario Del Viale che infama con tanto di irresistibile balletto Roberto D’Agostino – sulla faccenda i vos.corr., sempre sul pezzo, hanno avuto modo di scoprire discutibili retroscena che lasciamo volentieri cadere nell’oblio; i più masochisti potranno approfondire grazie a YouTube.
 
Sin dai primi giorni i vos.corr. notano ad ogni proiezione una inspiegabile partecipazione emotiva del pubblico, che diviene particolarmente insana al cospetto di pellicole talvolta indegne e, soprattutto, di interpreti mediocri cui vengono tributate standing-ovation e scroscianti applausi – mai come in quei momenti si condivide il celebre aforisma di Brecht: felice il popolo che non ha bisogno di eroi.
È però apprezzabile una vena di atteggiamento critico che sembra serpeggiare all’interno delle sale e che esplode in due episodi dei quali i vos.corr. sono stati compiaciuti testimoni: un sonoro e coraggiosissimo fischio che accompagna i titoli di coda del pessimo film Viola di Mare durante la proiezione nella infausta sala-tendone Lotto, ma soprattutto una serie di mugugni e civilissime intemperanze che hanno accompagnato, alla prima del nuovo film dei fratelli Coen, la presentazione di alcuni personaggi – Carlo Rossella, approdato a Medusa, si accaparra il premio di meno gradito alla platea. Questo apprezzabile rigurgito di scetticismo fa da contraltare alla becera dimostrazione di pecorismo – perdonate l’inaccettabile neologismo utilizzato – che i vos.corr., loro malgrado, hanno sopportato durante la prima del discreto L’uomo che verrà, nella quale una parte palesemente coartata del pubblico che affollava la galleria ha agito da imbarazzante clac, arrivando ad applaudire i titoli di testa della pellicola, con una vera e propria ovazione dedicata alla casa di produzione Arancia Film. Uno spettacolo indegno, che ha rovinato buone intenzioni e civile coinvolgimento – lo stesso Giorgio Diritti (autore del film) probabilmente non avrà apprezzato. Ritrovando ben presto buon umore e sdegno ben mascherato, i vos.corr. hanno potuto ammirare gli straordinari giochi di luce magistralmente diretti dallo psicopatico che controllava i faretti della sala Sinopoli ed esaltarsi per la incomprensibile verve con la quale una speaker dal terribile inglese annunciava la presenza in sala degli apprezzati interpreti di ogni film – apice creativo la prima del visionario The Imaginarium of Doctor Parnassus, dove persino un Terry Gilliam con codino e poncho ha mostrato attimi di malcelato imbarazzo.
Memorabile la comparsata, durante una serata d’essay all’amatriciana, che ci regala Aurelio De Laurentiis, capace di trovare il modo (introducendo l’interessante documentario Latta e Cafe) di parlare della sua straordinaria ed istruttiva esperienza nel mondo del calcio – i vos.corr. si sono convinti che per qualche perversa legge del contrappasso il non troppo lucido Aurelio sia costretto a citare sempre il cinema quando parla di calcio e, naturalmente, il calcio quando raramente lo lasciano trattare di cinema – per poi scappare via al termine della proiezione, lasciando solo pochi ignari a seguire la successiva (e non meno meritevole) pellicola in programma.
 
Nel cuore della notte, proprio al termine dello show messo in scena dal produttore napoletano, scorrazzando in un Auditorium ormai deserto e malinconico, ai vos.corr. torna in mente la famosa Sachertorte che li ha aspettati invano nella sua curata vetrinetta per un’intera settimana, a causa di infinite code e del poco tempo a disposizione – e soprattutto, ad esser sinceri, della loro sconcertante ignavia. Un’ammiccante promessa mai mantenuta, che sembra riassumere tutte le aspettative disattese da una rassegna che nata come una Festa con moderate pretese, concepita come un momento d’incontro tra il pubblico e il cinema, è stata trasformata in una Venezia2, in un Festival quasi pretenzioso, pur non potendo evidentemente rivaleggiare col celebrato “antagonista”. Questa duplice e conflittuale natura che sin dalla prima edizione caratterizza la manifestazione romana (vorrei, ma non posso) diventa più evidente quest’anno, con la proposta di diverse pellicole davvero interessanti ma non propriamente destinate al grande pubblico ed ovviamente poco apprezzate, dal famoso grande pubblico – dualismo evidente confrontando l’entusiasmo e il favore riscossi dalla risposta saggia al cinepanettone (Oggi Sposi) e dalla intellettualoide dark comedy dei Coen (A Serious Man); continuando così – i dati sugli spettatori paganti sono eloquenti, così com’è eloquente l’assurdo lievitare degli accrediti concessi– gli organizzatori si faranno solo del male.
Nanni docet.


si ringrazia l'approssimativa partecipazione di Mario T.

IV edizione del Festival internazionale del Film di Roma
# I premi

# Film recensiti:
The Imaginarium of Doctor Parnassus
Julie & Julia
Oggi Sposi
Plan B
A Serious Man
L'uomo che verrà
Up in the air
Viola di mare

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25/02/2017 @ 23:49:59
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