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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.

A Serious Man (A Serious Man) Ethan e Joel Coen, 2009 (USA, Gran Bretagna, Francia), 105’
Il metaforico ed iper-pessimistico intreccio di A Serious Man ha una duplice chiave di lettura.
La prima, più evidente, è quella della black comedy, messa in scena ad arte con personaggi ben caratterizzati e situazioni sopra le righe; la seconda, meno palese, è riassumibile nella massima che il professore (un ottimo Michael Stuhlbarg) enuncia al suo pedante alunno asiatico che tenta di corromperlo con una bustarella: “ogni azione ha sempre una conseguenza”. Teorema che alla fine troverà spietata conferma.
Costruita con la consueta abilità, l’ultima opera dei fratelli Ethan e Joel Coen convince, regalando al pubblico risate ed interessanti spunti di riflessione. Da segnalare la sequenza iniziale, in yiddish, che è significativo prologo di questa moderna “parabola”.

Julie & Julia (Julie & Julia) Nora Ephron, 2009 (USA), 123’
Con Julie & Julia, Nora Ephron conferma le sue apprezzate doti di sceneggiatrice (Harry ti presento Sally) dando vita ad una commedia abbastanza lontana dal mainstream americano quanto a ritmo e sviluppo. La storia si regge tutta sulle sapienti spalle di una straordinaria Maryl Streep – in grado di rendere persino simpatico un personaggio detestabile–, che si contende la scena con l’altra protagonista (Amy Adams) in un continuo intreccio tra presente e passato con un comun denominatore: l’amore per la cucina. Le interpretazioni ispirate mascherano qualche lacuna della ridondante architettura narrativa.
E' giunta al termine la quarta edizione del Festival internazionale del Film di Roma (fu festa del cinema) con la consegna dei premi della critica e del pubblico. Premio Marc'Aurelio d'Oro della Giuria al miglior film: Brotherskab (Brotherhood) di Nicolò Donato
Premio Marc'Aurelio d'Argento della Giuria alla miglior attrice: Helen Mirren per The Last StationPremio Marc'Aurelio d'Argento della Giuria al miglior attore: Sergio Castellitto per Alza la TestaGran Premio della Giuria Marc'Aurelio d'Argento: L'uomo che verrà di Giorgio DirittiPremio Marc'Aurelio d'oro del pubblico al miglior film: L'uomo che verrà di Giorgio DirittiMouse d'Oro, premio della web-critica cinematografica: Up in the air di Jason Reitman

L'uomo che verrà (L'uomo che verrà) Giorgio Diritti, 2009 (Italia), 117' voto Mouse d'Oro: 7
L'uomo che verrà racconta l'occupazione nazifascista in Italia rifuggendo la solita retorica delle parti in lotta. La regia restituisce il punto di vista di una bambina e della sua famiglia, proiettando lo spettatore al centro della cruda realtà della guerra così come la subiscono i civili, a volte vittime tanto degli antagonisti quanto degli eroi. L'unico rimpianto di un film importante e mai retorico è invece proprio la retorica di un finto pubblico che ha assistito alla prima con un entusiasmo innaturale e artato, tradendo il senso di un concorso.

Oggi Sposi (Oggi Sposi) Luca Lucini, 2009 (Italia), 118' voto Mouse d'Argento: 6
Le ultime collaborazioni fra Universal e Cattleya hanno dimostrato come emanciparsi dal cinepanettone e derivati. Basta una settimana di lavoro in più sulla sceneggiatura per trovare un minimo comun denominatore tra esigenze commerciali e "dignità cinematografica". Oggi sposi è un prodotto genuino e divertente, senza pretese, che speriamo possa mettere in crisi gli schemi obsoleti e degradanti della comicità nazional popolare italiana.

Parnassus - L'uomo che voleva ingannare il diavolo(The Imaginarium of Doctor Parnassus)
Terry Gilliam, 2009 (Francia, Canada), 122' voto Mouse d'Argento: 8 Il talento immaginifico dell'ex Monty Python (abbondanti i riferimenti grafici al Flying Circus) condisce la storia un po' retrò, quasi vintage, di un patto col diavolo. Le interpretazioni degli amici di Heath Ledger ( Johnny Depp, Jude Law e Colin Farrell) non solo rendono omaggio all'attore scomparso che non ha potuto completare le riprese, ma arricchiscono il film nella sua dimensione onirica. Peccato per il finale che avrebbe preferito una soluzione più simbolica e meno "furba".

Plan B(Plan B)
Marco Berger, 2009 (Argentina), 103' voto Mouse d'Oro: 7 Regia asciutta ed essenziale per una storia efficace, ben sceneggiata e discretamente interpretata. Il valore del film è inversamente proporzionale alle sue pretese.

Viola di mare(Viola di mare)
Donatella Maiorca, 2009 (Italia), 105' voto Mouse d'Oro: 4 Le nobili intenzioni che animano l'autrice non bastano a tenere in piedi una storia pur coraggiosa. Dall'ambientazione alla sceneggiatura, dai dialoghi alla recitazione, tutti gli elementi del film appaiono stonati, fuori luogo e male amalgamati da una regia inadeguata e poco armoniosa. Le riflessioni proposte e stimolate sono interessanti ma esteticamente Viola di mare semplicemente non funziona.

Tra le nuvole(Up in The Air)
Jason Reitman, 2009 (Usa), 109' voto Mouse d'Oro: 7,5 La sceneggiatura brillante e il buon ritmo della storia mettono in secondo piano la patina hollywoodiana che avvolge il film, salvandolo dall'anonimato delle consuete commedie americane. Lo sguardo del regista su un tema decisamente inflazionato (lavoro e affetti personali) manca però di originalità.

Dopo il successo ottenuto nel corso dell’ultima edizione della Mostra del Cinema di Venezia, il premio Mouse d’Oro torna in occasione del IV Festival Internazionale del Film di Roma.
Il premio, istituito lo scorso agosto, riunisce numerose webzine di cinema italiane che grazie ai loro collaboratori accreditati presso i Festival di Cinema formano una speciale giuria, votando i film delle rassegne al fine di premiare con il Mouse d’Oro l’opera ritenuta migliore.
Le webzine di cinema in Italia sono tantissime e quotidianamente forniscono informazioni, analisi critiche e promuovono la settima arte riuscendo a formare intorno a loro un numeroso pubblico di affezionati lettori. Spesso si tratta di prodotti editoriali interessanti e all’avanguardia che vivono soprattutto dell’entusiasmo e della volontà di giovani autori capaci e dallo sguardo nuovo.
Al fine di promuovere l’autorevolezza di queste testate, ma anche mossa da spirito collaborativo, la webzine Hideout ha promosso l’istituzione del premio Mouse d’oro alla quale molte altre testate on-line continuano ad aderire con entusiasmo.
Siti diversi con linee editoriali diverse, unite dall’amore per il cinema, che in questo caso collaborano per far conoscere e quindi promuovere film e autori rivolti al gusto di un pubblico interessato e consapevole, rispecchiando così le funzioni e le possibilità che la rete mette a disposizione.
I giurati esprimeranno voti numerici (da 1 a 10 compresi i mezzi punti) e un giudizio di merito così da assegnare il Mouse d’Oro al film in concorso del IV Festival Internazionale del Film di Roma che raggiungerà la media voto più alta. In base allo stesso criterio verrà anche attribuito un Mouse d’Argento all’opera presentata al di fuori del concorso ufficiale.
Il lavoro e i voti dei giurati saranno pubblicati quotidianamente sullo speciale blog www.hideout.it/mousedoro che raggrupperà notizie, giudizi e commenti sul IV Festival Internazionale del Film di Roma pubblicate sulle webzine partecipanti all’iniziativa. La classifica parziale riguardante i film già proiettati è sempre on-line e consultabile all’indirizzo http://www.hideout.it/mousedoro/?page_id=402
Per aderire con la propria webzine al Mouse d’Oro, inviare una richiesta all’indirizzo mousedoro@hideout.it.

Basta che funzioni (Whatever Works) Woody Allen, 2009 (Usa, Francia), 92’
uscita italiana: 18 settembre 2009
Condizionato dai momenti di pessimismo cosmico che il protagonista ci regala sin dalle primissime battute, un terribile pensiero m’è passato per la mente: cosa sarà della commedia quando Woody Allen ci avrà lasciato? Augurandoci che questo momento arriverà tra decenni e decenni, non si può fare a meno di ammettere che il cineasta newyorkese è sempre riuscito, anche nei suoi lavori a dir poco meno ispirati (La dea dell’amore, Criminali da strapazzo, Anything Else, Scoop), a regalarci momenti di puro intrattenimento, con la sua logorroica capacità di snocciolare gag intellettualmente entusiasmanti, con la sua inimitabile cifra stilistica. Whatever Works appartiene alla “pila” di pellicole che, sebbene non siano all’altezza di alcuni inarrivabili capolavori alleniani, rappresentano l’ennesimo emblema di come costruire una eccellente commedia.
Boris Yellnikov (l’ottimo Larry David, scuola SNL, ritornato in auge oltreoceano per la sua serie Curb Your Enthusiasm) è un misantropo genio della fisica che ha imboccato un po’ troppo presto la fase discendente della sua vita. Divorzia da una donna troppo perfetta per lui, tenta di suicidarsi vanamente più volte, cerca di insegnare il gioco degli scacchi a bambini pretendendo prestazioni all’altezza di Bobby Fisher. La sua vita da risentito eremita viene sconvolta dall’incontro con una giovane e ingenua ragazza scappata dal sud (Evan Rachel Wood), che finisce col plasmare e infine sposare. Persino i bigotti genitori della giovane (Patricia Clarkson, Ed Begley Jr.), arrivati in città per salvare la figlia, verranno travolti dalla peccaminosa Manhattan. In agguato c’è un happy ending davvero per tutti.
Ogni film di Allen nel quale il regista non figura come protagonista è condannato ad essere osservato dagli spettatori cercando in ogni personaggio il suo ipocondriaco alter ego; questo sterile proposito con Whatever Works sembra facilmente assolvibile individuando in Larry David l’ennesima perfetta trasposizione del solito carattere, delle solite manie insopportabili – esilarante l’abitudine di cantare due volte Happy Birthday to you durante il lavaggio delle mani, tempo parrebbe sufficiente a sbarazzarsi di tutti i pericolosi germi in agguato. Ma l’asociale protagonista si rivela presto un personaggio a suo modo originale, persino nell’eterogeneo campionario di umanità alleniane, ed è ovviamente irresistibile. Evan Rachel Wood, nuova musa che dimostra ancora una volta l’innegabile talento di Allen anche in fase di casting, è deliziosa e con la sua ingenua semplicità ci regala godibili scontri dialettici col presuntuoso Boris – memorabile la gag sugli Yankees, reiterata durante tutto il film.
Allen abbatte sin dai primi momenti il sacro muro della finzione scenica, facendo interagire il suo protagonista (ma solo lui) direttamente con gli spettatori al di qua dello schermo, creando una interessante legame con il pubblico che diventa presto complice delle spietate battute di Larry David e del suo presunto senso di superiorità rispetto al resto del mondo. In questo modo ogni improbabile situazione a cui assistiamo durante tutto il film viene resa giustificabile, anche se motivata dal puro intrattenimento. Ed alla fine, a dispetto della melensa sequenza conclusiva, possiamo tutti lasciare la sala credendoci almeno un po’ più intelligenti di prima.
Unico.

Videocracy – Basta apparire(Videocracy)Erik Gandini, 2009 (Svezia), 85’ uscita italiana: 4 settembre 2009 voto su C.C. 
Ennesimo simil documentario sull’Italia mediatica diretto da un (semi)italiano che vorrebbe mostrare al mondo qualche verità altrimenti incomprensibile, Videocracy prende le mosse dal trash televisivo dell’ultimo cinquantennio nostrano per legare, al termine di uno sconclusionato ragionamento, il berlusconismo che ci affligge e la vita del santo-subito Fabrizio Corona – passando inevitabilmente per aspiranti peripatetiche da discoteca, cicaleccio bordopiscina in quel di Sardegna nella mansion di Lele Mora e lo squallido appartamento abitato, insieme a mammà, da un ominide che aspira a coniugare nella sua esperienza “artistica” Ricky Martin e Jean-Claude Van Damme.
François Truffaut sosteneva che, in generale, i critici hanno la tendenza a valutare la qualità letteraria di un film piuttosto che la sua qualità cinematografica, forse volendo così giustificare l’apparente incapacità individuabile in molti suoi colleghi di apprezzare opere impeccabili per cifra stilistica ma totalmente prive di sceneggiatura. Anche cercando di fare nostro questo assioma e dimenticandoci della confusa, sciatta e pretenziosa sceneggiatura dell’italo-svedese Erik Gandini (che per dirla tutta avrebbe fatto meglio ad affidare il sempre delicato ruolo di “voce fuori campo” a qualcun altro più adatto), non si può fare a meno di notare che ben poco di questo Videocracy sembra oggettivamente degno di essere apprezzato. Alcuni momenti sono agghiaccianti, essendo completamente decontestualizzati, ed appaiono quasi più come un manifesto dell’opportunismo e della “scaltrezza” tutta italiana che hanno in robinhood-Corona la loro personificazione, piuttosto che acuti e catartici propositi di denuncia – sarebbe il caso di imparare da Massimo Coppola (Avere Ventanni), a riguardo. Il film di Gandini diventa emblema di tutto ciò che vorrebbe contestare: intere sequenze prive di un qualsiasi senso cinematografico sembrano infatti girate col solo intento di provocare l’interesse di qualcuno dei tanto vituperati media per pettegole incallite.
Non manca qualche elemento interessante, come la (metaforica?) storia dell’aspirante showmen di provincia ossessionato da balletti e Kung Fu o come l’originale posizionamento della camera utilizzato per girare alcune scene in studi televisivi, ma in assoluto – con il beneplacito della buon’anima di Truffaut – riesce difficile capire come questa pellicola sia potuta capitare a Venezia (bene o male, basta che se ne parli?). Tutte le questioni sulla censura dei trailer, le ammiccanti anticipazioni sparse qua e là, non hanno fatto altro che aumentare l’hype generato da un’opera insulsa, centrifugato di banali luoghi comuni e piccanti bestialità. Un po’ come i film di Tornatore (per carità, capolavori, poetici affreschi e compagnia cantando), Videocracy mostra al resto del mondo l’Italia che i saggi stranieri si aspettano di vedere, qualcosa di sinistro, anacronistico e allo stesso tempo rassicurante. Un popolo di nostalgici con la coppola e di mignotte mediatiche?
Inutile e dannoso.
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