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 Burton... di Emanuele P.
 
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Il miglior modo per imparare a fare un film è farne uno.

Stanley Kubrick
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
a cura di Emanuele P. (del 22/06/2009 @ 13:16:21, in Amarcord, linkato 2732 volte)

New York Stories
(New York Stories)
Woody Allen, Francis Ford Coppola, Martin Scorsese, 1989 (Usa), 123’
 
L’idea che il resto del mondo ha di New York è dovuta, perlomeno in parte, alla rappresentazione che è stata data della Grande Mela da decenni di pittoresche pellicole e capolavori senza tempo. Non c’è quindi miglior modo per omaggiarla che lasciare la libertà a tre grandi cineasti americani di allestire altrettanti episodi, aventi come fil rouge l’ambientazione (newyorkese ovviamente), che declinano in modi differenti le consuete tematiche sentimental-amorose.
 
L’episodio d’apertura (nonché il migliore tout court) è diretto da Martin Scorsese, che racconta delle vicissitudini di un acclamato pittore (Nick Nolte), alle prese con la tormentosa relazione che lo lega alla sua allieva Rosanna Arquette. Il secondo segmento, affidato a Francis Ford Coppola, può contare su una fiera compagine nostrana (Giancarlo Giannini, il maestro Vittorio Storaro), ed è un fiabesco divertissment sui privilegiati eredi in tenera età della elite di Manhattan, che risente fortemente delle atmosfere care alla figlia del regista, Sofia Coppola, all’epoca diciottenne, co-autrice dello script. In chiusura, e non poteva certamente mancare, c'è Woody Allen con una ispirata ma un po’ ridondante commedia sui problemi che un avvocato ebreo (Allen stesso) deve fronteggiare per “sopravvivere” alle attenzioni di una esasperante madre (Mae Questel) per nulla convinta circa la promessa sposa del figlio (Mia Farrow).
 
Life Lessons (curato da Scorsese) è un piccolo capolavoro. C’era sufficiente materiale tra le pagine della sceneggiatura di Richard Price da poter ottenere un lungometraggio di sicura riuscita: la storia è convincente, le interpretazioni ispirate e poi Scorsese dà il meglio di sé firmando l’episodio con la sua cifra stilistica ed una selezione dei brani quanto mai ispirata – Reality, di Richard Sanderson apre e chiude la storia, e più in generale ogni brano scelto ha ruolo fondamentale in tutta la narrazione.
Il segmento dei Coppola’s, padre, figlia e nonno (Carmine, autore della colonna sonora e di un breve cameo), Life without Zoe, è una raffinata favola, dall’accuratissima realizzazione ma dal futile script. La brillante, giovanissima protagonista, Heather McComb, all’esordio assoluto in questa pellicola, avrà davanti a se un futuro non proprio all’altezza delle aspettative (azzardiamo) nel mondo delle serie tv americane con numerosissime comparsate – anche per questo può essere interessante guardare un film a vent’anni dalla sua realizzazione e uscita…
Woody Allen propone infine una versione (forse non abbastanza) ridotta della “specialità della casa”, con tanto di consueti titoli di testa che scorrono su fondo nero accompagnati da un blues spensierato. Mancano trovate particolarmente brillanti, ma dopo la controversa e complessa storia di Scorsese e l’insolito Coppola in versione baby-sitter, non c’è niente di meglio delle risate che solo Allen può assicurare – la sua madre-matrona, che finisce magicamente col far parte della volta celeste di Manhattan, diabolicamente onnisciente e chiacchierona, ricorderà a molti spiacevoli esperienze con familiari invadenti. L’unica pecca di Oedipus Wrecks è quindi una durata forse eccessiva, non giustificata dalla quantità di “materiale” a disposizione. Poco più che un corto, ma pur sempre commedia alleniana allo stato puro.
Insomma, grazie ad un invidiabile equilibrio e all’indubbio talento dei cineasti interpellati, New York Stories rappresenta sicuramente un film da non perdere per i cinemaniaci più attenti.
Melting pot.
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a cura di Emanuele P. (del 15/06/2009 @ 13:29:32, in Amarcord, linkato 2491 volte)

Brivido di sangue
(The Wisdom of Crocodiles)
Po-Chih Leong, 1998 (Gran Bretagna), 98’
 
Fondamentalmente abbiamo due tipi di thriller da celluloide, quelli che sono scritti in modo da porre al centro della narrazione il concetto del whodunit (chi è stato?), nei quali viene dato ampio risalto alle indagini svolte dai protagonisti (poliziotti, agenti FBI, giornalisti, eroi per caso), e poi quelli in cui non esiste l’incognita circa l’identità del cattivo di turno, ma bensì è proprio la caratterizzazione di questo personaggio, la sua capacità di suscitare emozioni nello spettatore a far sì che il film sia in qualche modo interessante. Considerata la cinematografia degli ultimi anni si possono considerare Seven e Il Silenzio degli Innocenti come paradigmi più o meno puntuali di questi due “sotto-generi” – nel caso del film di Demme l’esempio non è esattamente preciso in quanto il personaggio interpretato da Hopkins non risulta realmente l’antagonista principale dei “buoni”, pur finendo col catturare radicalmente l’attenzione dello spettatore con la storia di cui è protagonista, che scorre parallelamente al plot principale (o forse secondario, a voler ben vedere).
Questa verbosa introduzione serve in parte a giustificare il motivo per cui un (solo discreto) film anglosassone di dieci anni fa possa meritare menzione nelle nostre pagine; Brivido di sangue è un perfetto esempio di thriller nel quale manca il minimo dubbio circa l’aspetto dell’antagonista designato (Jude Law), così come ben poca importanza hanno nello script le indagini della polizia, liquidate con poche scene e in parte ridicolizzate da una stereotipata coppia di investigatori adatti forse più ad una farsa (Timothy Spall e Jack Davenport). Tutto l'interesse è focalizzato sulla caratterizzazione del serial killer, sulle sue fobie e le sue motivazioni.
 
La storia è piuttosto grottesca: un avvenente ricercatore, sofferente per qualche sorta di vampirismo-emofilia non meglio definiti, ha la necessità di uccidere ogni donna con la quale inizia una storia, sperando di trovare nel loro sangue (cioè nel sangue delle tapine), pieno di amore, una cura per le sue indicibili sofferenze. La polizia indaga, inutilmente, mentre l’ultima delle vittime in pectore (Elina Löwensohn), vive la sua storia d’amore col maniaco ignara delle possibili conseguenze.
 
Il misterioso regista anglo-asiatico Po-Chih Leong mette in scena lo script del parimenti sconosciuto Paul Hoffman con discreta capacità ed attenzione; dopo lo choc iniziale (assolutamente necessario) col quale fa scoprire allo spettatore nel modo più macabro possibile le abitudini dell’agghiacciante Jude Law (mediocre interpretazione, ma sicuro physique du role), l’autore, nato in Inghilterra ma formatosi ad Hong Kong, mette in scena un raffinato anticlimax che ha unico picco nella auspicabile sequenza finale. Più che sulle indagini (come detto assenti) o sulle cruente abitudini del serial killer, la narrazione è incentrata sul dramma, umanissimo, del personaggio di Law, che deve fronteggiare solitudine, paure, incertezze e la sua incapacità di rapportarsi in modo “normale” con qualsiasi persona. Il risultato è un film che si avvicina per tematiche e sviluppo quasi più ad un dramma, sebbene mantenga intatti pathos e intensità nella maggior parte delle scene – comprensibili i sussulti dello spettatore durante ogni incontro tra Law e la presunta futura vittima.
A tempo perso, esercizio di stile abbastanza interessante.
 
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