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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.

Disastro a Hollywood(What Just Happened)Barry Levinson, 2008 (Usa), 107’ uscita italiana 17 aprile 2009 voto su C.C. 
Il mondo dei produttori hollywoodiani è tutto basato sul potere – come viene metaforicamente mostrato nella sequenza che apre e chiude il film: che si tratti di acquisirne o semplicemente di barcamenarsi pur di mantenere il proprio status quo. Questo è ciò che tenta di fare Ben (il miglior Robert De Niro degli ultimi anni), produttore di discreto successo alle prese con due problemi grotteschi e diverse incertezze sentimentali. Infatti è costretto, pur di non perdere credibilità e guadagni, a convincere un estroso regista britannico (Michael Wincott) a evitare la truculenta morte di un cane nel prossimo film d’azione di Sean Penn (pellicola della quale nella realtà manco avrebbe letto la sceneggiatura, aggiungiamo), e a costringere in qualche modo Bruce Willis (il solito mattacchione) a perdere qualche chilo e soprattutto una improbabile barba che fa ormai crescere da sei mesi, nonostante le preghiere del suo psicolabile agente (John Turturro, con tanto di mutande con bandiera italiana sopra…).
Barry Levinson (Rain Man, Bugsy, Sleepers), con lo sceneggiatore Art Linson (autore del libro da cui è tratto il film), riesce ad allestire una commedia senza tante pretese ma abbastanza originale e ben interpretata da essere a tratti anche discretamente divertente. Con una bella dose di autoironia dedica infatti l’attenzione al mondo dietro la celluloide, fatto tutto di interessi, pressioni e condizionato dalle stramberie delle star. De Niro, produttore di mezza età in perenne ritardo, riesce a brillare sufficientemente da valorizzare l’intera pellicola, che sarebbe per larghi tratti troppo sopra le righe; contribuiscono alla riuscita anche le altre star (quelle vere) pronte a non prendersi troppo sul serio – segnaliamo l’orazione funebre del barbuto Willis al funerale di un agente.
Levinson cerca di mantenere alto il ritmo della narrazione (azzerando i tempi morti con interessanti “avanzamenti veloci”, come durante gli spostamenti di De Niro che è sempre di fretta e sempre con l’auricolare wireless in funzione), lasciando ai singoli interpreti spazio per i siparietti che sono probabilmente la miglior cosa del film – come la seduta di psicoterapia anti-coppia cui partecipano Ben e la sua ex moglie, interpretata da Robin Wright Penn.
What Just Happened (meglio evitare commenti sul titolo italiano…) è una pellicola di sicuro appeal, considerato il cast e l’interessante ambientazione, che però ha come unico, vero, motivo d’interesse la ricomparsa sullo schermo di un De Niro finalmente di nuovo presentabile.
Patinato.

Bianco e nero (Bianco e nero) Cristina Comencini, 2007 (Italia), 100’
Da sempre sono convinto (e orgoglioso) portabandiera di una causa nobilissima: il vilipendio verso una certa parte del cinema italiano – che con un po’ di qualunquismo si potrebbe riassumere nella famiglia Muccino –, allo stesso tempo mezzo e causa della scarsa qualità media dei film che proponiamo ogni anno. Questo paradossalmente finisce con l’instaurare nella impressionabile mente dell’uomo/donna della strada la convinzione che una pellicola made in Italy quasi non valga la pena di essere vista al cinema (pagando, persino) quando in tivvù ne è disponibile un surrogato quasi-gratuito e di simile qualità (la fiction).
Mettendo però da parte pamphlet polemici che ci porterebbero troppo lontano, torniamo a questa presunta commedia molto politically correct.
Fabio Volo (meglio quando interpreta il giovane nei programmi per finti giovani) e Aïssa Maïga sono una coppia multietnica di amanti alle prese con un ridicolo e stereotipato “scontro tra culture” oltre che con i sentimenti mai dimenticati verso i vecchi compagni (Ambra Angiolini, Eriq Ebouaney).
Cristina Comencini è l’arma di distruzione del cinema italiano più sottovalutata dell’intera storia. C’è chi pretendeva di scortarla addirittura agli Oscar (per il deprimente La bestia nel cuore), chi la considera una delle nostre registe più affermate.
Con questo film ha dimostrato, una volta ancora, la subdola pericolosità delle sue opere: mentre infatti i vari Muccino, Veronesi, Brizzi e compagnia sono degni e consapevoli autori di un certo genere di pellicole (che, seppur disprezzabili, sono permeate da una sana “onestà intellettuale”), la Comencini tenta di camuffare i suoi film con una patina di simil rispettabilità, scomodando tematiche importanti e/o situazioni pseudo-realistiche.
Bianco e Nero è una pellicola che sarebbe stata (forse) originale se girata durante gli anni sessanta, in prossimità di quell’ Indovina chi viene a cena che per certi versi tenta di scimmiottare. Ambientata però ai giorni nostri, la storia diviene un’accozzaglia di anacronistici e (francamente) preoccupanti luoghi comuni che dicono molto di più circa gli sceneggiatori – ben tre, Giulia Calenda, Maddalena Ravagli, Cristina Comencini – piuttosto che riguardo il tempo in cui viviamo.
Alcune sequenze sono raccapriccianti, e riescono nell’arduo compito di offendere contemporaneamente entrambe le “civiltà” coinvolte (questa si che è uguaglianza); quando queste geniali trovate vengono a mancare, allora il film naviga in un noioso mare di finto perbenismo – c’è da segnalare il personaggio del genero di Volo, Franco Branciaroli, che interpreta una sorta di avventuriero con la fissazione per le donne africane, mania ampiamente appagata negli anni di colonialismo sessuale trascorsi nel “continente nero”. Si, meglio stendere un velo pietoso.
In questo contesto, possono ben poco gli attori (tra i quali spicca Billo Thiernothian, che qualcuno ricorderà come il Billo! del quale Teo Mammucari si prendeva gioco quando faceva ancora dei programmi divertenti), intrappolati nei più classici cliché e senza spazio per situazioni realmente interessanti o lontanamente originali.
Insomma, per noi è molto più pericolosa Cristina Comencini del tanto vituperato (ed ormai spedito all'estero) Gabriele Muccino. Meglio accorgersene prima che sia troppo tardi.
Imbarazzante.

Con piacere vi segnialiamo lo spettacolo Rosa di ghiaccio, Ricordi di Romy Schneider, che sarà in scena il 23 aprile 2009, alle ore 21, presso il Teatro Ridotto di Bologna. La compagnia il Teatro della Rabbia si confronta con la memoria personale e collettiva di una grande diva del passato. Frammenti di video, canzoni dal vivo in tedesco e francese, scene recitate tratte dai film concorrono a restituire un’immagine a tutto tondo della bellissima attrice che l’anno scorso avrebbe compiuto settant’anni se non fosse andata incontro ad una tragica e prematura morte.
Con Fabiola Ricci e Nicola Fabbri
Voci recitanti: Nicola Fabbri, Fabio Farnè, Anita Giovannini, Antonio Koch, Edoardo Migliore, Valentina Palmieri, Fabiola Ricci
Contributi audio nei filmati, arrangiamento basi: Riccardo Nanni
Regia video e musiche originali: Roberto Passuti
Marketing e promozione: Nicola Fabbri
Ufficio stampa: Eleonora Buratti
Grafica locandine: Mauro De Ciuceis
Drammaturgia e regia: Francesca Migliore
Per ulteriori informazioni e per le prenotazioni ecco alcuni recapiti utili: contacts@teatrodellarabbia.com (fino al 22 aprile) www.teatrodellarabbia.com
Aiutiamo il teatro indipendente!
La partita lenta (La partita lenta)di Paolo Sorrentino, Italia (2009), 10' Anche il nostro regista italiano di riferimento, l'ottimo Paolo Sorrentino, contribuisce con il suo corto al progetto perFiducia, insieme ai colleghi Olmi e Salvatores. Ne approfittiamo per affermare: w il rugby!

Two Lovers(Two Lovers)James Gray, 2008 (Usa), 100’ uscita italiana: 27 marzo 2009 voto su C.C. 
Senza dubbio James Gray ha una forte allergia al modo prettamente hollywoodiano di intendere il cinema. Lo aveva dimostrato già con il suo primo film, Little Odessa, e quindi confermato con diverse altre opere (ultima delle quali il discreto I padroni della notte); l’unica obbiezione sollevabile riguardo queste pellicole era una certa tendenza al rimanere intrappolato in una nicchia di situazioni e protagonisti (immigrati ebrei con innato senso della famiglia) spesso troppo simili. Con Two Lovers, Gray vira su un genere totalmente diverso – la simil commedia romantica – ma utilizza il medesimo approccio, quasi “poliziesco”, nella composizione della storia e nella caratterizzazione dei personaggi; il risultato è un film convincente, che pecca forse in una compiaciuta ed un po’ eccessiva vena di improbabile finzione scenica.
Joaquin Phoenix (validissimo attore-feticcio di Gray) è un aspirante suicida afflitto da imprecisate turbe emotive, causate da una dolorosa separazione, che si trova a vivere per qualche tempo con suoi apprensivi genitori (la nostra Isabella Rossellini e Moni Moshonov) nell’appartamento dell’infanzia. Nonostante questa situazione non lo renda esattamente lo scapolo più interessante di New York, Phoenix si ritrova combattuto tra le affettuose avances di Vinessa Shaw (la bella figlia di un negoziante, sposa promessa) e l’infatuazione per la stralunata Gwyneth Paltrow, nuova vicina di casa con problemi di droga e tumultuosa vita da amante di un influente avvocato (Elias Koteas).
L’improbabile intreccio avrà interessanti sviluppi.
Mettendo da parte le remore sulla verosimiglianza di tutta la storia (sceneggiata dallo stesso Gray e da Richard Menello), che potrebbe sembrare l’incerta trasposizione di una piece teatrale, è giusto evidenziare l’innegabile talento col quale il regista americano riesce a costruire ogni sequenza ed ogni inquadratura. Valorizzando al massimo un brillante (ed inedito) trio di attori, Gray ottiene scene coinvolgenti anche quando la situazione sembrerebbe grottesca o un po’ troppo sopra le righe.
Phoenix in particolare regala una interpretazione magistrale, calandosi perfettamente nei panni di questo trent’enne candido e ingenuo più di un adolescente, che si trova d’un tratto a misurarsi con un improbabile triangolo amoroso – da segnalare i cento piccoli gesti, l’andatura incerta o anche solo l’atteggiamento goffo col quale affronta l’imbarazzante cena a tre con la Paltrow e Koteas.
La scelta in assoluto più felice di Gray è quella relativa alla soundtrack, quanto mai varia e puntuale, che riesce ad “alleggerire” alcune sequenze e in generale a liberare il film da una pericolosa patina di esasperata angoscia.
Fino all’ultimo nello spettatore resta vivo il dubbio sull’esito di questa contesa sentimentale (anche se, conoscendo un po’ il regista, si può intuire qualcosa) e comunque l’intensità dei dialoghi e l’attenta composizione di ogni scena garantisce al film un indubbio impatto emotivo.
Peccato solo per il titolo insensato, e per qualche perdonabile esagerazione che spunta qua e là nella trama.
Come sempre con Gray: diverso.
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